Recensioni

7.2

Paradise è l’EP che segue a circa un anno di distanza quel HOPELESSNESS che ha fatto strage di consensi e riconfermato Antony Hegarty come uno degli artisti più potenti che abbiamo da quasi due decenni a questa parte. In quel disco la cantante e performer si era reinventata, diventando Anohni (e chiedendo contestualmente di essere chiamata al femminile), assoldando due musicisti complementari ma perfettamente calati nella parte come il concettuale Oneohtrix Point Never vs. il beatmaker Hudson Mohawke, e soprattutto coniando una nuova forma di canzone militante, elettronica e politicizzata, umana e sintetica assieme, cucita egregiamente attorno ad una voce incredibile e inimitabile. Un soul fraterno ma bianchissimo che idealmente traghettava gli angeli di wendersiana memoria negli anni ’10.

Squadra che vince non si cambia a partire dalla copertina del disco, che giustappone i ritratti delle performer che abbiamo visto nello schermo dietro alla musicista durante lo scorso tour. Le coordinate artistiche di questo Paradise sono le medesime, come grossomodo medesimo è il risultato in termini qualitativi, nella consapevolezza che le missive migliori sono già state precedentemente recapitate. Tra le sei nuove canzoni dominano la title track, con le strofe accompagnate da bassi e serpentine trap e il coro (Paradise / World without end / Hopelessness / Sinks into the earth) col rinforzo OPN a gonfiare l’onda di una circuiteria plastica e sanguinante, e Ricochet, numero dall’anima synth pop impreziosito (sul finale) da un origami in zona sinogrime fornito dal misurato ma efficace Hudson Mohawke.

Prendendo le parti della donna / terra, anche a partire da iconiche costellazioni familiari, lo sguardo di Anohni è ancora puntato verso l’uomo, accusato della distruzione del pianeta («My mother’s love/Her gentle touch/My father’s hand/Rest on my throat»). D’altro canto però, come in precedenza, la cantante si prende carico delle responsabilità come essere umano e abitante della Terra. Nessun dito puntato verso un male esterno dunque, ma un interrogarsi sul male che tutti noi abbiamo contribuito a perpetuare. Poi c’è l’altro grande tema che riguarda l’importanza della fragilità, il mostrare vulnerabilità come presupposto per una comprensione più profonda, perché c’è un legame con ogni cosa che ci circonda, e ogni relazione non deve esaurirsi in un consumo solipsistico. Ecco perché un giorno prima della pubblicazione dell’EP la cantante ha voluto spedire via email il brano I Never Stopped Loving You a chiunque le mandasse un pensiero intimo e personale. Scrivere canzoni è come donare un pezzo di sé, scrive in una nota, e dunque spedirle un pensiero su di noi è un modo simbolico di bilanciare le cose rendendo simmetrica una relazione che troppo spesso mescoliamo, confondiamo con altro o semplifichiamo in un riflesso autoreferenziale.

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