Recensioni

Nel 2008 usciva Iron Man, primo capitolo del progetto Marvel Studios e cinecomic rivoluzionario sotto vari aspetti. A cominciare dal suo protagonista, Tony Stark, che non era lo sfigato di turno deriso dal mondo, ma un genio miliardario egocentrico e un produttore di armi da guerra, e che soprattutto non era stato morso da un ragno radioattivo e non aveva acquistato i suoi superpoteri in seguito a qualche incidente. Tony Stark ha deliberatamente scelto di essere un eroe per salvare se stesso. In un’altra epoca, sarebbe stato il villain, avrebbe combattuto contro i buoni, mentre nell’universo cinematografico Marvel è un esempio di cambiamento, di possibilità, di lotta eterna tra ciò che siamo e ciò che vogliamo diventare per la società.
In principio c’era quindi il tentativo di abbandonare uno stato “adolescenziale” dell’esistenza (e forse anche quello in cui versavano molti film di genere, escluso lo Spider-Man di Sam Raimi) ed entrare nella piena maturità, un percorso lungo e complesso, culminato nella scena di The Avengers dove Iron Man vola nell’atmosfera per chiudere il portale aperto da Loki, sacrificandosi per il bene comune. Poi è arrivato Captain America, l’uomo del passato che cercava risposte nel presente, un idealista che scende a patti con il cinismo e il compromesso, e tutto è stato rimesso in discussione. Questi due personaggi sono, di fatto, la chiave di volta del MCU, e Avengers: Endgame – il sigillo di Infinity War e della saga iniziata undici anni fa – ce lo dimostra in maniera esplicita, lavorando su un concetto fondamentale, il tempo, e su come questo definisca il supereroe: da una parte c’è Tony Stark, che ha deciso di concederlo agli altri, dall’altra Steve Rogers, che finalmente se ne concede un po’ per sé. Un ribaltamento di prospettiva davvero toccante, oltre che intelligente.
Dove Thanos era stato l’assoluto protagonista di Infinity War (e con lui il senso di scadenza, di fine imminente, e la paura della morte), in Endgame è il tempo il vero nemico dei Vendicatori. Il tempo che non abbiamo a disposizione, che corre troppo velocemente; quello impiegato dai Marvel Studios per raccontare una storia – undici anni – che non ci concediamo più. Figuriamoci al cinema, a vedere una dozzina di personaggi con assurdi costumi. Inoltre, il tempo è l’unica cosa che non possiamo manipolare, al contrario della mente, della realtà, dello spazio, del potere e dell’anima: ecco perché l’idea del viaggio attraverso le epoche che sta alla base del film è un’utopia, la più grande menzogna in uno spettacolo composto al 90% da effetti speciali, mostri verdi e donne che sputano energia dalle mani. Gli eroi non hanno tempo, come noi, e quel poco rimasto va sfruttato al meglio.
Da questo presupposto si diramano gli altri temi di Endgame (o di tutto l’universo condiviso?): l’importanza dei legami, familiari e non, il confronto, che è sinonimo di progresso, e la condivisione, che è luce nei periodi bui. In una realtà al collasso, decimata dal piano del Titano che desiderava riportare il perfetto equilibrio, registi e sceneggiatori scelgono di ripartire dall’immagine di Occhio di Falco che gioca con sua figlia, e far crescere progressivamente il racconto su quella dinamica: prima Tony Stark e la bimba nata dopo lo schiocco, poi Scott Lang che riabbraccia la figlia Cassie sopravvissuta (non a caso), infine Thor, lasciatosi andare all’alcool e alla trascuratezza, che ritrova la motivazione solo quando riesce a ottenere il perdono e una carezza da sua madre. E che dire di Tony che lascia cadere ogni risentimento verso il padre Howard parlando delle paure dell’essere genitore? Senza contare i legami che nemmeno il tempo e le difficoltà hanno spezzato, come l’amore tra Steve Rogers e Peggy Carter, l’amicizia tra Clint Barton e Natasha Romanoff, o l’inattesa fratellanza tra gli outsider Nebula e Rocket.
Insomma, questo è un film che eleva alla massima potenza i personaggi e i valori che rappresentano, e lo fa con estrema pazienza, prendendosi i minuti necessari (182) per spiegare e mostrare ogni dettaglio, ma soprattutto per dare a ogni eroe lo spazio che merita. Con la differenza che qui lo studio lavora con uno sguardo rivolto al passato, invece che proteso in avanti come nei capitoli precedenti; nessuna scena post credits, nessuna finestra su ciò che verrà dopo. Soltanto la consapevolezza e l’accettazione della fine di un evento culturale di proporzioni epiche, che trascende il giudizio e ci guida nel territorio dell’esperienza collettiva. Come d’altronde lo è questo universo dove, almeno per un decennio, abbiamo vissuto l’illusione che il tempo potesse fermarsi. Sappiamo che non è così, ma va bene lo stesso.
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