Film

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Tutti attendono o temono la morte: c’è chi se la vede scorrere davanti veloce come le città in autostrada, quando un istante cambia per sempre le nostre vite, chi ha perso un fratello, un figlio, un amico, un padre e sopravvive grazie ai ricordi, e chi per il timore di rimanere solo si stringe intorno agli affetti che rimangono sperando di avere ancora un po’ di tempo. Lungo questi dieci anni di esistenza, progettazione e risultati brillanti, si è spesso scritto che i Marvel Studios avevano prediletto un approccio alle storie troppo individualistico, con protagonisti che padroneggiavano il proprio destino in maniera disinvolta e scherzosa (se confrontata con quella ricerca oscura e avvilente dei film della concorrente Warner/DC); una visione per alcuni fin troppo “infantile” che non lasciava nient’altro che stralci dell’adolescenza, ironia in abbondanza, praticamente ciò che l’intrattenimento contemporaneo riconosce come obblighi per il successo.

Eppure i segnali di una lenta ma meticolosa costruzione dell’essere adulto (dove adulti sono il personaggio, il tema e come il film lo affronta) erano stati seminati già dall’Iron Man di Jon Favreau (2008), coraggioso atto di riflessione sulle armi e il capitalismo, passando per la lettura shakespeariana di Thor (2011) e l’idealismo di Captain America: Il primo vendicatore (2011). L’aggregazione, il sacrificio, la messa in discussione della propria maturità e un opprimente senso di responsabilità sono arrivati dopo con i vari sequel (Winter Soldier e Civil War in special modo), ed è evidente che, arginato il limite delle storie d’origine (Doctor Strange, Black Panther) e uno strabordante bisogno di commedia (Ant-Man, Guardiani della Galassia, Thor: Ragnarok), tutto avrebbe condotto ad Avengers: Infinity War. Dieci anni cinematografici, insomma una vita intera, culminati nell’episodio forse più maturo, audace e consapevole.

Morte è il termine che ricorre maggiormente nel film. Se ne avverte il peso come se fosse un macigno che grava sulla schiena dell’eroe e l’urgenza di recuperare le occasioni perdute: Tony Stark, colto in uniforme civile con Pepper Potts, dichiara di voler diventare genitore; Wanda Maximoff e Visione, che si nascondono a Glasgow, vogliono “soltanto un po’ di tempo per loro”; Steve Rogers, capitano senza scudo, non è mai stato così triste; Thor, sovrano di Asgard, non è riuscito a proteggere la sua gente. La trama è complessa, ma vi basti pensare che la paura della morte tiene insieme questi supereroi, tanto evoluti e integri formalmente quanto fragili e tormentati internamente; li avvicina in previsione di un’apocalisse in cui l’universale si riduce al privato e la caducità degli eventi non fa che accentuare questo imminente e catartico senso della fine.

E che dire di Thanos, il titano pazzo annunciato a più riprese nel corso dell’universo condiviso Marvel, che è la rappresentazione perfetta di tutto ciò che i protagonisti temono di più, della manipolazione della mente, dell’anima, del tempo, oggetto di onnipotenza assoluta? Un villain la cui aspirazione è quella di ogni essere umano lacerato dalla colpa: trovare un paradiso dove poter perdonare se stesso. L’idea di una realtà alternativa sembra possibile e certamente affascinante – trattandosi poi di racconti di fantasia è anche normale – tuttavia nelle smorfie di dolore, nelle lacrime e negli occhi di chi lo interpreta (perché nonostante gli effetti della computer grafica, dietro la maschera c’è un formidabile Josh Brolin), Thanos svela quanto sia struggente “l’altro lato” del potere, il rimpianto di una vita passata a rincorrere l’infinito. L’immagine finale, di un assordante silenzio, è la degna ciliegina su una torta già ottima.

C’è la paura della morte, lo studio del tempo, ma anche una riflessione sull’eroe e sulla sua vulnerabilità: quasi sullo stesso piano delle persone “comuni”, i Vendicatori non rinunciano affatto al confronto, anzi lo cercano con ostinazione, con la differenza che stavolta devono arrendersi, lasciar cadere le armi. Hanno solo perso una partita contro l’avversario più grande e minaccioso che potessero affrontare (di fatto Thanos è la figura che incarna la paura, dal momento che può togliere loro tutto ciò che hanno). Su queste basi, e con la speranza di vedere un seguito all’altezza, Avengers: Infinity War supera a pieni voti la prova di maturità e lo fa con un’inaspettata saggezza e una profonda malinconia, dove l’epica degli spazi aperti accoglie l’intimità dei rapporti umani e l’ineluttabile destino dei privilegiati.

25 Aprile 2018
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