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Ryan Coogler – classe 1986 – è un ragazzone nato a Oakland (città natale di MC Hammer e Tupac, per intenderci) che cinque anni fa, di questi tempi, presentava al Sundance Film Festival l’opera prima Prossima fermata Fruitvale Station. Un trionfo di genuinità e narrazione che l’ha proiettato verso un futuro di sacrosanta considerazione, visto il modo in cui era riuscito a trasformare la tragica morte di Oscar Grant – fatto di cronaca realmente accaduto – in cinema vivo, vibrante, povero di risorse, ma ricco di idee e soluzioni per nulla scontate. Camera a mano, messa in scena essenziale e un’ambientazione ridotta all’osso con la magica fotografia di Rachel Morrison (oggi candidata all’Oscar per Mudbound, è la prima donna della storia) avevano reso questo piccolo film indipendente l’epopea senza sconti di un giovane afroamericano, trascinando a sé questioni morali, politiche e culturali del paese a stelle e strisce, come la difficile convivenza civile tra bianchi e neri, il serpeggiante e mai superato razzismo, la paura dell’altro e la ricerca dell’identità. Tutto ciò che di positivo c’era in quel fragoroso esordio si è prosciugato in Creed, seconda regia di Coogler, ed è completamente svanito, spazzato via, in Black Panther, non il miglior titolo prodotto dai Marvel Studios – ai media americani piace l’esagerazione assoluta, in meglio o in peggio – ma al contrario uno dei meno incisivi e più facilmente dimenticabili della sua storia cinematografica.

Le ragioni sono diverse, ben camuffate dalle voci oltreoceano che gridano al capolavoro di legittimazione del black power, e un blockbuster che finalmente mette al centro uomini e donne di colore (similmente al concetto di femminismo tirato in ballo in maniera decisamente forzata all’epoca dell’uscita di Wonder Woman); insomma, c’era della tale gravitas attorno a questo cinecomic, in un clima di risveglio e fermento artistico delle minoranze ad Hollywood, che le premesse sembrano aver offuscato l’evidenza: Black Panther è una superficiale declinazione del film supereroistico in chiave politica, confusionaria, meccanica, e una pedante (nel senso più deleterio del termine) rappresentazione dell’eroe con deviazioni poetiche e ideologiche ad altezza bambino.

Riproponendo l’ormai tradizionale viaggio di scoperta, discussione e accettazione del proprio ruolo, il protagonista T’Challa è un principe che diventa Re senza troppi scossoni emotivi e sulle ceneri dell’usurata memoria shakespeariana, mentre tutto intorno la sceneggiatura costruisce castelli di sabbia pronti a crollare. E, sebbene le intenzioni siano lodevoli, la partenza sia addirittura sorprendente (con un breve piano sequenza girato su un campetto da basket), le immagini siano piacevoli alla vista e le musiche trascinanti (sia lodato ancora una volta Kendrick Lamar), il film riesce a buttare al vento questi punti di forza con un’alternanza tra momenti stucchevoli e fastidiosamente irritanti, una regia che non sempre appare adeguata al compito richiesto e un cast (quasi) all-black che rasenta la mediocrità. Colpa del doppiaggio italiano? Chissà. Di certo il carisma non passa solo attraverso la voce.

Dove i Marvel Studios avrebbero potuto osare, falliscono miseramente, e dell’avanzata tecnologia di Wakanda (l’utopia africana per eccellenza) non rimane che il disegno di un film arretrato, com’è arretrato e sconfortante vedere una questione politica così attuale riassunta in poche frasi a effetto, nella retorica galoppante, nei volti di eroi annoiati (fa eccezione unicamente il villain Erik Killmoger, unico in grado di trasudare intelligenza e reali motivazioni) e in una trama a dir poco sbilanciata. Un bel passo indietro rispetto ai più centrati Thor: Ragnarok (consapevole della sua cialtroneria) e Captain America: Civil War (gustosamente thriller), e che fa precipitare l’asticella della qualità di casa Marvel ai minimi storici.

12 Febbraio 2018
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