• Mar
    07
    1994

Classic

Warner Music Group

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Selected Ambient Works Volume II (SAW2) è il secondo disco di Aphex Twin, e anche se il primo non era propriamente un Vol. 1 (il titolo era SAW 85-92), l’assonanza fa pensare a un prosieguo dell’esordio. Il sophomore è un doppio lunghissimo: ben venticinque pezzi (su CD uno di meno) per la durata complessiva di più di 150 minuti. Un monolite inarrivabile, che segna il successo e l’apice della nascente carriera di Richard D. James e che per molti fan e critici non sarà più bissato.

Se la prima raccolta del musicista elettronico rappresentava una collezione di singoli da ballare, questo secondo album esce dal tempo e si innalza come una pietra di Stonehenge sulla cultura rave, spiazzando tutti. Non più breakbeat, ma relax, non più ritmi serrati, ma atmosfere sognanti e ritmi a passo più lento, percorsi da un brivido freddo, da una glacialità lancinante che diventa, a quel punto della sua biografia, il marchio dell’uomo. Il 1994 è anche l’anno del Criminal Justice and Public Order Act, uno scacco matto legislativo per il popolo del rave, che blocca in Inghilterra i raduni fuori porta. Del resto dalla comunione musicale e sociale della “Second Summer of Love”, da quel variegato mix di sonorità che da Ibizia rimbalzavano a Detroit e Chicago passando per successi radiofonici e altri fuoriprogramma ereditati dagli 80s, sembrava già allora, nel 1994, passata un’eternità. Tutto si era evoluto rapidamente ma anche funzionalizzato, standardizzato, elevato da artigianato a piccola industria, così il movimento, da unico, si era frantumato in varie correnti, con snobismi e controsnobismi al seguito. C’era chi ascoltava house e trattava con sufficienza la vulgata techno, chi non voleva lycra e orsacchiotti nei propri club, chi si ritirava in chill out per ritrovare quell’eden originario e chi nell’Intelligent Dance Music identificava una musica che di nome e di fatto si voleva più colta, istruita e arty rispetto a quella “monotona e ripetitiva” a cui il Criminal Justice Act aveva dichiarato guerra.

I Boards Of Canada a venire, Alex Paterson e gli Orb, Plaid, Autechre, B12 (anche Musicology), lo stesso Richard D. James sotto lo pseudonimo Polygon Window e altri facevano parte di questa cordata. Quasi nessuno di loro amava la definizione di IDM – a posteriori diciamo proprio nessuno – ma se su una cosa vi era accordo quella era la compilation manifesto: Artificial Intelligence, la prima e più fortunata delle due raccolte edite da Warp Records, la stessa che nel 1994 pubblicava SAW2. All’interno di questo scacchiere, il ruolo fondamentale di SAW2 fu quello di elevare il suo autore a genio (in)discusso, invidiato, anche odiato, non solo della scena ma della sua generazione: non un techno producer qualsiasi, bensì un compositore con la C maiuscola che attraverso lo sguardo di sbieco del suo iconico faccione strizzava l’occhio alle avanguardie del ‘900 rispondendo nel contempo al richiamo di una generazione che fra le sue mille sfaccettature aveva eretto il gesto di “sparizione collettiva” a scelta politica decisiva. Sparire per ricostruirsi uno stile di vita nuovo, tutto da fare e da farsi, al di fuori dalla società e con, tra le altre cose, quest’opera a piazzarsi idealmente nel mezzo, o meglio, nel subconscio.

Composto da venticinque tracce che non hanno nome ma che i fan, nelle mailing list, iniziano a nominare con oggetti e parole che ne descrivono le sensazioni all’ascolto, SAW 2 diventa un microcosmo abitato da Cliffs (scogliere), Grass (erba), Weathered Stone (pietra erosa), Lichen (lichene), etc., piccole polaroid su mondi lunari che cullano l’ascoltatore con voci lontane, campioni onirici o effetti ovattati. Una delle leggende che circolavano allora parlavano di un Aphex Twin che componeva solo di notte, in stato di dormiveglia, restando forzatamente sveglio e dormendo al massimo due ore al giorno. Un’insonnia che lo porta ad immaginare un disco di “Classic Techno” (come lo etichetta Simon Reynolds nella sua recensione), che, proprio come accadeva all’interno delle fila del parallelo giro trip hop, insiste di più sui timbri che sui ritmi, sulla tattilità del suono rispetto al suo divenire sonico, mescolando il phasing di Steve Reich, qualche progressione à la Satie (esplorata più approfonditamente nel successivo Drukqs) e suoni costruiti artigianalmente, andando a metter le mani nella circuiteria dei synth analogici, utilizzando le patch dei software di sintesi dell’epoca.

L’eredità di quest’opera è enorme: da Oneohtrix Point Never a Actress, da GAS alla Ghostly International, tutti devono qualcosa a quella pietra di Stonehenge che nel 1994 si eresse come un imperturbabile monolite sulla cultura rave e sulle sottoculture elettroniche a venire. Un classico senza tempo.

20 Maggio 2014
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