Plaid (UK)

Biografia

Duo composto da Ed Handley e Andy Turner attivo fin dalla fine degli anni Ottanta, i Plaid sono una delle formazioni più significative di quella che è nota come l’IDM – Intelligent Dance Music. Similmente ai mancuniani Autechre, a Richard D. James, ai Boards Of Canada e a tutta la compagine di producer della prima ondata elettronica britannica sviluppatasi attorno al nucleo propulsivo di Detroit, la loro musica ha preso ispirazione dalla techno assestandosi negli anni successivi su un peculiare assetto melodico-ritmico che ha attinto tanto dall’ambient e dal minimalismo, quanto da un variegato intarsio di soluzioni esotiche, etniche ed anche easy listening. Senza mai abbandonare il fascino per la musica fatta con le macchine, e un’idea di futurismo tecnologico, prima nei Black Dog e poi da soli, Handley e Turner hanno congegnato negli anni decine di texture sonore in altrettanti eleganti soluzioni ritmiche spezzate, campionando organicamente suoni naturali e artificiali, unendo strumentazione tradizionale a tastiere e ritmi elettronici come campionati, dipingendo colorati bozzetti a metà tra l’astratto e il paesaggistico, prediligendo spesso l’occhio della telecamera o il design alla pittura come ideale equivalente visivo. Diversamente dai principali esponenti della piccola galassia elettronica coltivata dall’etichetta Warp, loro casa fin dal primo album lungo Not For Threes, i Plaid si sono tenuti a debita distanza dal fandom e dall’investimento carismatico sul proprio marchio, puntando piuttosto su solide e potabili produzioni dalla natura generosa e dettagliata, con radici anche ben piantate a terra, ma architettate con un infallibile elemento di gassosa imprendibilità. Elementi che anche grazie ad un costante aggiornamento di coreografie e abiti sonori, hanno tenuto il loro sound vivo, ultra coerente (tanto da venir criticati «per mancanza di una direzione artistica precisa»), e al riparo da facili nostalgie.

Sul loro passato pre-producing poco da dire: Hardley suonava la tastiera e veniva da esperienze di precoci registrazioni su nastro nonché da un variegato background d’ascolti comprendente anche Beatles e Ray Charles; Turner in gioventù aveva suonato qualche strumento a fiato. Ciò che più conta è che entrambi vengono assorbiti dagli ascolti elettronici – e dalla techno – una volta entrati alle scuole superiori, e finiti gli studi, come tanti loro coetanei, dividono la vita tra noiosi lavori diurni e infiniti rave notturni. Nel 1988 incontrano Ken Downie e formano un trio attivo sotto lo pseudonimo di Black Dog, una formazione che «partendo da influenze electro/hip hop raggiunge un suono a metà tra alieno easy-listening e inquietanti umori ancestrali, il tutto frullato in coriacea sostanza techno», scrive Christian Zingales in Techno. «Qualcosa che sapeva essere profondo senza perdere il sense of humour».

L’anno successivo escono due EP, Virtual e Age of Slack, mentre l’esordio sulla lunga distanza, Bytes (1993, pubblicato come Black Dog Productions), cementa la serie di production legate alla sigla, ovvero compilation dove i crediti sono di volta in volta associati agli alias dei singoli componenti o all’alias del duo Handley/Turner, Plaid. La formula era stata inaugurata nel 1992 con il Black Dog Productions E.P., pubblicato da Rising High, dove Otaku e Pillars & Mirrors figuravano prodotte da Atypic, ovvero il solo Turner, mentre Flux e Flux (D Mix) riportavano il nome di Balil, ovvero Handley. Sempre del 1992 la famosa compilation Artificial Intelligence, pubblicata da Warp Records il 9 luglio di quell’anno, vede presente il solo I.A.O., ovvero Downie, firmare The Clan. Il 6 settembre 1993, dopo un periodo passato a Gent, in Belgio, nei Techno Island Studio dell’etichetta R&S, esce Temple of Transparent Balls, lavoro sulla lunga distanza che aumenta la complessità delle trame ritmico-melodiche del progetto, mentre il 16 gennaio 1995, la sigla The Black Dog torna con Spanners, l’album più noto, una pietra miliare nel fondere ritmi latini, easy listening, hip hop e techno, ma anche l’episodio che segna la separazione, personale e artistica, tra Downie, che rimane unico tenutario della sigla, e Handley e Andy Turner, che intendono dedicarsi esclusivamente al progetto Plaid. L’alias era già operativo a livello discografico dal 1991, anno in cui veniva pubblicato in vinile a tiratura limitata Mbuki, Mvuki (il disco, assieme ad alcune rarità pubblicate sotto moniker personali del duo, viene ristampato nel 2000 da Warp nella doppia compilation Trainer), ma soltanto in quell’anno, con la pubblicazione dell’EP Android per Clear Records, la coppia inizia una vera e propria carriera solista.

Del 1997 è l’ingresso nel catalogo Warp con Not For Threes (con Björk che scrive il testo e canta nel brano Lilith) e l’inaugurazione di un trittico di lavori – la Plaid trifecta – che proseguirà con l’acclamato Restproof Clockwork (che contiene la ghost track Face Me, con Alison Goldfrapp al canto) e Double Figure. Rispetto al Downie / Black Dog di Music For Adverts, sono i Plaid a proseguire lungo le coordinate sonore dei lavori più famosi marchiati dal trio. Nel 1998 vanno in onda su BBC 1 le Peel Session che comprendono remix delle loro prime registrazioni e un inedito (il disco viene stampato l’anno seguente). Negli anni 2000 i Plaid cementano la loro reputazione e la loro fama come progetto elettronico d’élite: le produzioni si diradano, mentre si moltiplicano gli impegni su commissione e l’attività live. Nell’ottobre del 2000 partecipano al Lighthouse Party alla Trinity Buoy Wharf Docklands organizzato dall’etichetta Warp. L’anno successivo partecipano al festival Coachella e, sempre negli Stati Uniti, aprono per qualche data del tour di Squarepusher.

Introdotto dalla sognante voce di Luca Santucci (Even Spring), nel 2003 esce Spokes, un lavoro discreto ma non eccellente, orientato più su texture ritmiche, sui fondamenti dell’IDM e in generale sul lato più techno dei Black Dog, che non sui futuristici viaggi attorno al mondo che avevano caratterizzato la Plaid trifecta. L’ambizioso e politico progetto multimediale con il visual artist Bob Jaroc che seguirà, Greedy Baby, richiederà ben tre anni di gestazione ed è un doppio lavoro coordinato, CD e DVD, formato da nove brani e altrettanti clip per un totale di 51 minuti di AV show. Tekkonkinkreet e Heaven’s Door, due colonne sonore, rispettivamente seguono tra il 2006 e 2008, mentre si dovrà aspettare fino al 2011 affinché i Plaid ritornino, e questa volta davvero in ottima forma, con un vero e proprio album in studio, Scintilli. Giocato ancora una volta tra suonato e processato, la precisione sui campioni e un dizionario imbattibile di soluzioni ritmico-melodiche snocciolate (minimalismo, gamelan, new-age, musica per balletto, overture, exotica, ecc.), il disco si divide tra una componente chamber-tronica memore delle esperienze soundtrack e un lato più autenticamente IDM o post-techno, aggiornato da opportuni inserti dubstep e grime che non voltano le spalle né alla ravetronica da scienziati (Orbital), né alle soluzioni più complicate del funk e del jazz applicate all’elettronica.

Nel 2012, arriva una nuova colonna sonora, The Carp And The Seagull, mentre, due anni più tardi esce Reachy Prints, album che segna un ritorno più di sintesi rispetto alla precedente prova, come se i due volessero dare una risposta folktronico/suburbana al senso di catastrofe imminente dei Boards Of Canada di Tomorrow’s Harvest. L’incrocio tra suonato e sintetico si risolve qui in una tracklist concentrata sul momentum, con i Plaid intenti a catturare scene di vita con strumenti più camuffati elettronicamente, ed episodi magari in convergenza parallela rispetto a certo stepping sincopato a sostegno. Una tracklist certamente più aerea, con vocalizzi simulati alle tastiere, dove non mancano i colpi di classe e, in generale, un misto tra esperienza e cuore. Un discorso che, in sostanza, vale anche per il seguito The Digging Remedy, album pubblicato nel 2016 che presenta una scaletta al solito variegata ma ancor più minimale e compatta. Avvalendosi della chitarra e del flauto del multistrumentista Benet Walsh, il lavoro risulta più un affare di texture sonore che di soundtrack immaginarie. In un certo senso, potrebbe rappresentare l’IDM dei 90s nel suo più misurato ed efficace portato. Niente UFO o arcane numerologie à la Boards Of Canada, niente glifi impossibili marchiati Autechre o retromanie (vedi Richard D. James): al loro posto c’è l’identikit di ciò che da sempre caratterizza una coppia che sa come rimanere fuori dal gioco dei rimandi e delle citazioni.

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