Recensioni

Arduo da inquadrare, Apocalypse Lounge è l’omonimo album del progetto guidato da Riccardo Orlandi, fondatore di Tannen Records. Addentrandosi nell’ossimoro attuale se non realmente distopico di questa apocalisse spensierata, identifichiamo però i componenti di un vero e proprio collettivo, a partire da Giovanni Succi (Bachi da Pietra) che ha ideato la stessa ragione sociale e ha scritto la maggior parte dei testi, tra inglese e italiano, sempre inconfondibili nel loro mix di ironia e cruda amarezza, degli undici brani in programma. È lui a prestare la voce principale, in compagnia di Francesca Amati (Comaneci): a volte la loro alternanza ai microfoni genera uno spoken trip pop sperimentale come in una jam sci-fi tra Mike Patton e Martina Topley-Bird (si senta la title-track). Non è un caso che in copertina campeggi una figura senza volto, scattata da Giulia Mazza (il resto dell’apparato visivo di corredo è stato curato dall’artista portoghese Braulio Amado e dal videomaker Stefano Buro): l’identità complessiva corrisponde a quella di un metropolitano mostro di Frankenstein, data dalla somma delle varie vivissime parti in atto.
Fantasie a latere, il tutto poggia sulle basi create da Orlandi, frutto di campionamenti da colonne sonore italiane degli anni ’60 e ’70, dalle atmosfere decisamente noir. Di pari passo, proseguendo il rimando agli scorsi decenni, si omaggia il rap degli anni 90. Ne viene fuori una mescola che, se da una parte rielabora l’immaginario delle soundtrack tornato relativamente in voga, dall’altra aggiunge riferimenti più moderni, quelli legati a doppio filo alla doppia h dell’hip hop, per un risultato peculiare, tra i più stuzzicanti di questo nostro inizio 2020, nonché perfettamente in linea con l’operato dell’etichetta veronese di cui sopra (e per certi versi con MOMENTUM dei Calibro 35 in uscita sempre questo gennaio, in direzione black music).
Dall’atipica riflessione sul ventennio fascista di Happy 1942 al groove alla DJ Shadow old school con il sax soprano di Antonio Gallucci di Funky Doom, dalle melodie narcotiche e via via orientaleggianti di Let’s Sleep alla caffeina gentile di Moka Please (“vai dove ti porta il culo“), sino agli ipnotici paradossi temporali di Time Out, la scaletta si articola in assoluta fluidità, con i contributi di Nicola Manzan (Bologna Violenta, Ronin) al violino, Massimo Martellotta (Calibro 35) al synth e DJ Argento allo scratch. Mentre nella conclusiva I’m Going Under arrivano a dare manforte persino i Kill The Vultures, da Minneapolis (fermi dal 2015 dell’ottimo Carnelian). Da non sottovalutare, allora, Apocalypse Lounge, da non spacciarsi per diversivo nelle pause libere dei suoi partecipanti. L’idea di fondo, infatti, è ben precisa e ben precisa è la soddisfazione all’ascolto, sontuosa OST alla distruzione del mondo al di là dello schermo.
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