• Mar
    22
    2019

Album

Mute

Add to Flipboard Magazine.

L’Apparat di LP5 è quello che non ti aspetti, o meglio quello che fa le scelte che speravamo facesse. C’è una parte di noi che da troppo tempo è nostalgica delle vecchie produzioni di Sascha Ring pre The Devil’s Walk e pre-Moderat, quando cioè il tedesco non inseguiva una carriera da grandi palchi flirtando a sinistra con Thom Yorke e a destra con i Coldplay. Ci manca un poco quell’Apparat perduto nel solco di un’elettronica d’ascolto di stampo 90s, alla ricerca di un personale viatico tra folktronica, minimalismo e psichedelia, caratteristiche che ebbero all’epoca un impatto folgorante per eleganza e inventiva e ne fecero un personaggio ad ogni disco più seguito e apprezzato. Era anche difficile da inquadrare univocamente in questa prima fase il Nostro e stava lì il suo bello: Ring sapeva essere funky (vedi Walls) come trance (vedi Orchestra Of Bubbles con Ellen Allien), glitch come cameristico e post-punk (vedi Silizium), sapeva muoversi libero eppure circospetto tra i circuiti e al di fuori di essi, tra laptop e studio di registrazione. Con il senno di poi, riascoltando la sua produzione, è ancor più evidente quanto già allora fosse ambizioso, con quanta pazienza e mente aperta stesse cercando di costruirsi una propria personalità artistica e autorevolezza professionale, svincolata dai circuiti elettronici e dal dancefloor, inseguendo una idea di canzone elettronica e di composizione classica (vedi le composizioni da camera maturate poi in Krieg Und Frieden).

Fast forward: «l’ho composto così perché Moderat esiste», afferma a chiare lettere il tedesco a proposito di questa nuova prova. «Esibirmi su palchi enormi con i Moderat, mi ha permesso di liberare Apparat da queste aspirazioni. Non devo scrivere degli inni pop qui, posso immergermi nei dettagli e nelle strutture». Ecco perché il Ring solista del 2019 è quello che sulla carta risulta il migliore possibile, quello che registra ai mitici Hansa Studios di Berlino (quelli della trilogia berlinese ecc ecc.), colui che cerca nuove e adulte eleganze da far indossare alla sua ultima incarnazione artistica (metti Thom Yorke e Johnny Greenwood dentro uno stesso abito mitteleuropeo). Il ricongiungimento è dunque con fiati e archi già sperimentati in Silizium (del 2005), scelta che riconsolida il sodalizio artistico con il violoncellista e multistrumentista Philip Thimm, con i due a ritrovarsi in studio per improvvisare, anche avvalendosi di un’orchestra. Viene fuori un disco ispirato e studiato, un viaggio in cui maniera e ispirazione procedono indissolubili in un dedalo di eleganti volte tra passato e futuro, alla ricerca di una chimerica Berlin Beauty.

Sorprende fin dall’inizio la produzione di questo lavoro, curatissima, assolutamente contemporanea, il trattamento iper-realista riservato alla voce (e al suo editing e autotuning) è sublime, ma anche gli strumenti acustici si stagliano con grande effetto. All’interno del rinnovato impianto, Ring si muove con disinvoltura dentro (il bianchissimo falsetto soul di Heroist, Caronte, Outliner) e fuori dai canoni del formato canzone, e questo grazie a composizioni libere, cinematografiche ma anche figlie dell’esperienza teatrale, tra interludi non distanti da Tim Hecker (Means Of Entry, EQ_Break), now age (VOI_DO), sprazzi ambient d’n’b (Dawan) e rarissimi momenti dancefloor (In Gravitas). Qui niente è ciò che sembra eppure tutto è perfettamente a fuoco. È la prova della maturità di un Renaissance Man dell’era del digitale, un autore, compositore, produttore che più che sedurre, ama farsi guardare e ammirare. Riuscendoci.

22 Marzo 2019
Leggi tutto
Precedente
Avey Tare – Cows on Hourglass Pond
Successivo
Wallows – Nothing Happens

album

recensione

recensione

recensione

recensione

recensione

recensione

artista

Altre notizie suggerite