Recensioni

Giunti al traguardo del decimo album, gli Archive sembrano voler dare giustificazione della popolarità che, strada facendo, sono andati conquistando fra le frange prog rock. Parliamo di appassionati di musica complessa e altisonante, solitamente refrattari alle sonorità più attuali, per i quali Darius Keeler e soci costruiscono maestose sinfonie da rigattieri tecnologici. Fuor di metafora: trip hop ed industrial (seppur nella sua versione più light e commercialmente digeribile) sono generi che suonavano cool quando il collettivo muoveva i suoi primi passi (ormai più di vent’anni fa). Oggi, forse proprio in virtù del loro fascino desueto, convergono, insieme alle atmosfere oscure dell’album, verso un goticismo retrofuturista.
Dal canto loro gli Archive mostrano di gradire sempre meno le scansione della canzone. The False Foundation è composto per buona parte di brani asimmetrici dai tratti meccanicamente arcani e vagamente distopici, percepibili soprattutto quando i pattern si fanno più serrati o pesanti, alla maniera del Trent Reznor più cinematico. Non c’è il soul (come pure è accaduto in passato) a lanciare una tiepida luce su queste tracce, che pure avviluppate come sono nelle loro paranoie digitali, vanno a comporre il disco più focalizzato da molto tempo a questa parte. Più pop forse, anche se questo significa abbandonarsi a melodie condotte su infuocate galoppate digitali, come in quella The Weight of the World che chiude l’album in crescendo.
Oltretutto l’opener Blue Faces (cinque ossessive note di piano che giocano con i silenzi come il gatto con il topo) introduce ad un rigore che finisce per salvare anche opinabili scelte estetiche (come una Sell Out che pare partorita dai Queen in assenza di gravità) e da unità ad un album ricco ma non barocco. Un lavoro che solo gli Archive, ormai a proprio agio nel dare unità e coerenza a materiale così eterogeneo, potrebbero realizzare in modo così brillante.
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