Recensioni

5.9

Ci risparmieremo la consueta manfrina moraleggiante et pensosa sull’evoluzione artistica dei prodotti Disney (o in questo caso Nickelodeon) e sul loro cannibalizzarsi a vicenda finendo, nel migliore dei casi (Spears, Timberlake, Aguilera) per creare macchine sputa verdoni e, di conseguenza, fenomenologie di riflessioni mainstream e, nel peggiore (Cyrus), trottole inarrestabili, che, indecise fino alla fine fra l’essere e l’apparire, scelgono la via della dissimulazione. Andiamo quindi dritti al subject: Ariana Grande, pop$tar della Florida ma di origini siculo-abruzzesi, è stata la vincitrice morale dell’estate 2014, con ben tre singoli, Problem (feat. Iggy Azalea), Break Free (feat. Zedd) e Bang Bang (feat. Nicki Minaj e Jessie J) in rotazione ossessiva nelle principali emittenti. Ariana, direbbe il critico esperto, nella sapiente polarizzazione fra bad e good girls del pop mainstream, si schiera dalla parte del bene, ma badate, non perché sia reduce da esperienze di kids Tv e quant’altro, ma perché, con l’aria alla Audrey Hepburn nel corpo di una ballerina di pole dance, l’atmosfera da Very Normal Person e, soprattutto, la voce soave ed  incredibilmente potente, si è imposta pura, anche nella sua versione da palcoscenico (reale e non televisivo).

Ma questo non basta a definire My Everything, secondo album della piccola Ariana (è del 1993), un disco puro. Innanzitutto, per la scelta del genere d’appartenenza: un retro pop in chiave R&B che, negli episodi migliori, non risparmia del sano hip hop o, meglio ancora, dell’EDM energica, anche se, il più delle volte, grazie ad un sapiente camuffamento, gravita intorno alla ballad melensa di stampo prettamente sentimentale. Secondariamente, per continuare con le polarizzazioni del critico saggio, la Grande è bravissima a controbilanciare la sua aria da good girl con personaggi del polo opposto. È per questo che un brano come Problem funziona così bene: grazie soprattutto all’hip hop biascicato e masticato di una Iggy Azalea che (anche lei) sembra non sbagliare un colpo quest’anno. Ma non c’è solo il contributo della rapper australiana, in My Everything. Come recita il titolo stesso, infatti, il disco si propone di essere un concentrato (che scopriremo indigesto) dell’universo-mondo non solo della Grande, ma del pop mainstream in generale. All’appello, infatti, hanno risposto bad boys con gli attributi quadrati come Big Sean (già supporter della stellina agli esordi), che regala forse il brano migliore del disco (Best Mistake), A$AP Ferg, che con Hands On Me incide il versante Harlem-hop del disco, Childish Gambino, che con piglio scanzonato, sottolinea i chorus di un brano che a sorpresa (visto che è scritto da fior fior di produttori, compreso Nile Rodgers) definiamo il peggiore del disco, Break Your Heart Right Back.

Ci sono, infine, a coronazione di un percorso inaugurato già da gente come Beyoncé (con Boots), alcuni dj e producer di alto calibro che, in varia misura, mettono le mani nel disco: quelli che più ci hanno convinto sono Rami (in One Last Time), Zedd e Martin (in Break Free), Key Wane e Dwane Weir II (in Best Mistake), il norvegese Cashmere Cat (in Be My Babe) – che, accanto a Benny Blanco, è abile nelle trame in levare – e The Weeknd (in Love Me Harder), che regala al brano di competenza un discreto taglio PBR&B. Per dovere di cronaca, aggiungiamo che Bang Bang, contenuta nella deluxe edition del disco, lavora sugli stessi stilemi di retro pop, in tinte trap e hip hop, e lo fa con la presenza a dir poco ingombrante di una Nicki Minaj smagliante.

Costruito sulla voce incredibile della Grande, da soprano lirico leggero, con copertura di quattro ottave e due semitoni, My Everything ha il pregio di rendere questa stessa voce al servizio dei brani, spesso ben costruiti e ricamati, in tutte le particolarità del genere. C’è un difetto, però, che fa crollare il castello e le buone premesse che lo sostengono: il disordine sostanziale degli elementi, sciorinati senza soluzione di continuità, nel tentativo, intelligente ma goffo, di far convivere David Guetta (beh sì, c’è anche lui da qualche parte), i One Direction (suonano il piano in Just A Little Bit Of Your Heart) con l’attitudine propria della popstar della Florida, fatta di curiosità (altrimenti non si spiegherebbero alcune scelte azzeccate) e di tanto, troppo servilismo nei confronti della bella voce.

 

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