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Il 22 maggio 2017, la notte dell’orribile e crudele attentato alla Manchester Arena, non è solo cambiata la vita di Ariana Grande, ma è anche cambiata la ricezione che il pubblico, fan o non fan, ha dell’artista statunitense. Il modo in cui ha gestito le conseguenze dell’attentato ha messo in luce le qualità di un’artista che, e ora ne abbiamo la prova, è ben al di là del suo passato da Nickelodeon kids-star. La difficile gestione del trauma non solo ha contribuito a fortificare il legame di Ariana con i suoi fan, ma ha anche instradato un processo creativo che le ha finalmente regalato quel tassello mancante per incoronarla nel grande pantheon delle popstar più mature. Un po’ come è successo a Beyoncé con l’omonimo album del 2013, il suo quarto lavoro, Sweetener, è il passaggio definitivo dall’accattivante ritornello radiofonico alla qualità del pop da classifica.

Burattinaio di questa transizione è, per buona parte, il vecchio Pharrell Williams, che, tra le altre cose, si è trovato a dichiarare come sia triste che «[solo dopo l’attentato] il mondo dell’industria discografica si è davvero accorto di ciò che aveva in mente di fare con Ariana». In effetti, l’operazione del producer della Virginia è tutt’altro che in linea con la discografia della cantante d’origine siculo-abruzzesi: l’obiettivo, infatti, è stato quello di riportare il focus completamente su di lei; non solo per quanto riguarda la centralità della sua voce che, come al solito, non manca di incantare, ma anche tagliando le collaborazioni ai minimi storici. Solo tre i feat. che compaiono nei titoli dei brani: il sopracitato Pharrell, l’immancabile Nicki Minaj e la magnifica Missy Elliot. Altra sostanziale novità del disco è la tendenza, dal punto di vista degli arrangiamenti, a riportare tutto su un piano essenziale: gli ultimi due album – My Everything e Dangerous Woman – erano in qualche modo infarciti dai contributi di produttori esterni, dai collaboratori più veriegati, da featuring di diversa statura, e la cosa aveva contribuito a una dispersione caotica degli arrangiamenti che, in fin dei conti, puntavano solo ed esclusivamente sulla potente voce di Ariana. Sweetener introduce coerenza e low profile inediti nella sua carriera, ingredienti che sembrano calzarle a pennello. Co-autrice di ben 10 dei 15 brani, la popstar rinuncia alla classica struttura verse – chorus – verse, in favore di un approccio più liquido, fra funky, hip hop e il solito R&B sintetico.

Narrativamente, il disco è infarcito della parola hope, che potrebbe riferirsi all’aftermath degli episodi tragici di Manchester, e della parola happy, che invece fa riferimento al fidanzamento repentino dell’artista con il comico e attore Pete Davidson, che, addirittura, si aggiudica una canzone con il suo nome come titolo. In mezzo all’approccio piuttosto funk di brani come R.E.M, per esempio, scopriamo un’Ariana in stile R&B crooner, che, quasi come un flusso di coscienza in piena, ripercorre le caratteristiche dell’uomo dei suoi sogni. Altrove sembra farsi promotrice di un sound quasi demodé, che però funziona benissimo grazie alle sue corde vocali e all’orchestrazione generale: blazed e successful sembrano uscite dal 2003 di Tasty di Kelis (non a caso prodotto sempre da Williams), mentre in the light is coming, grazie all’aiuto del braccio destro Nicki Minaj, fa addirittura capolino un pizzico di politica americana con il campionamento di un’intervista a un cittadino di estrema destra proveniente da una zona rurale della Pennysilvania che si lamenta dell’Obamacare. Inutile dirlo, sembra di trovarci di fronte a un singolo risalente ai primordi degli incroci fra EDM, hip hop e PBR&B, fra Milkshake e Lil’ Kim. Sulla stessa onda, a chiudere questo cerchio di synth rétro e drum machine quasi monotone, la collaborazione con Missy Elliot, borderline, che, per certi versi, sembra uscire da una demo tape di una crew hip hop di fine anni Novanta.

La metà di Sweetener che Williams non tocca, bisogna ammetterlo, non sostiene esattamente i pilastri qualitativi piantati dai brani citati, ma, d’altro canto, ha il privilegio di regalare i momenti di pop/mainstream che faranno più ascolti sulle frequenze radio: God is a woman e no tears left to cry, entrambe prodotte da Max Martin, sono già singoli di successo e rappresentano il ponte di connessione con la vecchia Ariana, ma anche con gli altri astri del pop da classifica come Katy Perry e soci. Sono episodi che giocano sul genere del momento – la trap – ma lo fanno, il più delle volte, con intelligenza e ironia: Ariana sembra aver tratto linfa e ispirazione dalle passate collaborazioni con The Weeknd in God is a woman, pare filtrare con i drop & beat di Imogen Heap in goodnight n go, confessa le sue ansie in maniera sincera e coerente nella spacca classifica (e drakeiana) breathin.

Sebbene le due anime del disco, quella sperimentale e quella dei bangerz, sembrino contrastare, Ariana Grande è finalmente diventata la popstar che volevamo. È un disco scritto e cantato per la gioia (e la sofferenza) di scrivere e cantare, in grado di creare un’atmosfera adeguata alle emozioni messe in gioco, in grado di slegarsi dalle logiche di mercato.

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