Recensioni

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Nei confronti delle popstar contemporanee è giusto nutrire pregiudizi. Il music biz è spietato dai tempi di Tin Pan Alley e ancor di più lo è oggi, comprensibile e pertanto giustificabile un certo scetticismo: sappiamo che un mercato discografico talent-infuso è un acceleratore di cloni, di interpreti che vanno sul sicuro delle chart, non certo di autori, di gente disposta a prendersi dei rischi. Sappiamo altrettanto bene che, dopo 20 anni di dominazione nelle chart di r’n’b da una parte e hip hop (e satelliti) dall’altra, l’accento è stato posto sulla performance, la coreografia, il makeup, lo style, prodotti che specie al femminile diventano una questione di abilità vocali, ballo coordinato e sessualità esplicita. Il girotondo dei produttori, dei songwriter e dei featurer e di tutto un coté di professionals è diventato la base, il bluff Milli Vanilli dato per scontato, alla luce del sole, a fronte del fatto che a nessuno interessa più sapere chi faccia realmente cosa, l’importante, come ai tempi del Duce, è l’incarnato. È credere nell’angelo sexy a tinte fluo, quando dietro al feticcio c’è un team che scrive, fa, produce, arrangia, suona. Ci sono produttori come Max Martin che segnano hit con lo stesso ritmo con il quale certi acquisti della serie A segnano i gol, con la sostanziale differenza che il bomber non è quello che materialmente mette la palla in rete. A parte rari casi, vedi Pharrell o SIA, l’artista ci mette la faccia e l’impeccabile interpretazione, il ballo, mentre dietro le quinte s’agita un formicaio di persone la cui fama è direttamente proporzionale a quella della star sul palco. Casi di scouting verso il basso come Yeezus sono l’eccezione, non la norma, e anche in quel caso la macchina produttiva nel suo complesso è composta da un team esteso che comprende marketer, stylist, digital social vari, avvocati e commercialisti, per non dire delle commesse esterne date a videomaker, truccatori, scenografi, stilisti, ecc.

È questo Grande Fratello a dettare tempi e modi che dallo studio di registrazione si estendono direttamente alla vita privata, che sparisce di conseguenza, sommersa da cronache rosa e nere, scandali e scandaletti. Ad ogni scalino della catena alimentare dell’industria del pop corrisponde un borsalino di personale che un artista può permettersi. È una piramide, lavorare con i migliori costa, diventa una questione di calibrare i costi, tener conto del rischio d’impresa. Il budget per un album è proporzionale alla fiducia rispetto a quanto quell’artista fatturerà con streaming, views, vendite e passaggi radiofonici e televisivi. Una volta scommesso su una nuova stella, il personale con il quale si troverà a collaborare sarà lo stesso che lavora con le altre grosse popstar.

Ariana Grande, all’interno di questo ramificato e ben ordinato scacchiere, è atterrata come la più classica delle pedine, prequel à la Miley Cyrus compreso. Su di lei si è speculato da subito, scommettendo sulla sua immagine in tempi di voyeurismo spinto: origini italiane (i bisnonni emigrarono negli Stati Uniti da Gildone nel 1912), immaginario da Lolita, un corpo e un viso già photoshoppati così come si presentano con il generoso makeup. Si è scommesso su un’ideal standard da dare in pasto a orde di teenager e depravati più in la con gli anni, un volto e un corpo funzionale in tempi di apertura al pop firmato Tigri Asiatiche che sforna figure esili e virtualizzate. Una voce altrettanto cibernetica la sua, delicata come potentissima, perfetta, roba da machine learning/AI del futuro prossimo, un soprano con estensione di quattro ottave in grado di imitare qualsiasi voce individuabile tra le influenze dei suoi cinque album pubblicati finora: Beyoncé, Rihanna, Whitney Houston, Britney Spears e tutto lo scibile e le cross-pollination tra r’n’b e soul, nero o bianco, dagli anni ’90 ad oggi.

Ariana ha dimostrato più volte di essere un’interprete fuori dal comune, e l’ha fatto anche con ironia in innumerevoli apparizioni televisive, dai programmi per teenager a quelli comici, fino al Saturday Night Live, ma l’aspetto interessante della sua trasformazione da manichino a Popstar con la P maiuscola lo ha operato nel corso di due album pubblicati a stretto giro l’uno dall’altro, entrambi dopo il fatidico concerto di Manchester: Sweetener e questo di cui parliamo ora, thank u, next, che è il suo sbandierato – da lei – gemello più urgente e spontaneo, un disco scritto e prodotto in rapidità rispetto al suo fratello “maggiore” arrivato dopo un altro fattaccio, la morte per overdose dell’ex Mac Miller e la fine di un altro burrascoso rapporto con un altro bel personaggio non proprio stabile, il comico Pete Davidson.

Pinze subito da appendere ai lati della parola “velocità”, e presa di distanza immediata rispetto alla chiave di lettura che sovrastima (e/o specula) sui testi. Ci interessa di più sottolineare quanto lo smussamento operato nella parte meno appariscente di Sweetener diventi qui la tela sulla quale dipingere la personalità della cantante dalla prima all’ultima traccia: del morbido e anche pensoso r’n’b che pesca a piene mani dalla tradizione afroamericana e gli imprime voce, volto, leggerezza e lacrime, tra episodi uptempo su basi trap (in cui muoversi coi tacchi da porno-attrice come le ha insegnato la Minaj, vedi 7 rings), numerosi mid- in cui lavorare d’eleganza vocale e melodica (la delicata Imagine) e cose più slow non meno valide (in my head). È una tela dipinta col team di cui sopra ovviamente: se diamo un occhio alla lista dei crediti, in ognuno dei 12 pezzi, il nome “Grande” si fa small accanto ai numerosi producer coinvolti, della serie tre per brano (perlopiù giovani ma molti dei quali con bei curriculum, e pezzi su commissione da Rirì, Bey ecc. già in saccoccia). Poi c’è naturalmente Martin che è il bastione delle cose fatte come il biz comanda (Bloodline, Bad Idea, Ghostin, Break Up with Your Girlfriend, I’m Bored) e quando c’è lui anche le strofe cambiano un poco, come sa bene anche Taylor Swift che nel suo ultimo disco, Reputation, ha mostrato i muscoli e ha decisamente toppato.

Si potrebbe vedere l’ascesa di Ariana in rapporto all’impasse di quelle che sono le sue concorrenti. E si potrebbe pensare pure che appena tornerà Rihanna le vicinanze o le rispettive distanze saranno tracciate. Sono discorsi che lasciano il tempo che trovano: thank u, next è un disco in cui è evidente che il team è stato al servizio della popstar e non viceversa, in cui è sparita la performance vocale acchiappa Grammy (che lei ha vinto per il precedente disco, tra l’altro), per concedere tempi e modi a un credibile diario personale fatto di concetti molto basic («Fuck a fake smile, smile Fuck a fake smile, fake smile», canta in fake smile in riferimento ai fattacci di cui sopra) ma efficaci, espressi con basi e melodie nel complesso morigerate. È il suo disco più riuscito finora, proprio in virtù di questi equilibri. Di per sé è un valido album di r’n’b con tre sicure e già fatturanti hit (trainate da altrettanti videoclip) e le restanti tracce a tracciare un profilo convincente di una popstar che non ha più bisogno di farsi dire quel che deve fare e con chi farlo (o quasi).

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