• Nov
    10
    2017

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Big Machine

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Era il 24 agosto quando Taylor Swift, con buona probabilità l’artista pop più potente del momento, presentava il lyric video di Look what you made me do. A distanza di tre anni da 1989, album che secondo il nostro Daniele Rigoli avrebbe fatto della Swift la nuova Katy Perry (che questo sia un complimento o no lo lasciamo alla libera interpretazione), le parole di questa nuova traccia suonano quanto mai forti e significative: «I don’t like your little games, don’t like your tilted stage, the role you made me play…But I got smarter, I got harder in the nick of time honey, I rose up from the dead, I do it all the time». Come una fenice che risorge, infatti, l’artista statunitense riassume gli ultimi anni fatti di love story naufragate, scoop, faide e dissing tra star che hanno contribuito a creare l’immagine di una stellina fragile e vittima del mondo circostante. Per questo nuovo album, dunque, nessun titolo sarebbe potuto essere più esplicativo di quello scelto: Reputation. Ma andiamo con ordine.

Taylor Swift nasce come artista country nel lontano 2006 con un album omonimo, ricevendo l’acclamazione della critica come astro nascente del genere, accostata addirittura a nomi quali Faith Hill e Dolly Parton (quest’ultima diceva, a proposito della Swift: «She knew exactly who she was, she had her dream, and she stuck with it. That’s what you gotta do. I’m just so proud of her»). Incarnando l’immagine della perfetta white girl statunitense come anche la sua collega Katy Perry (il cui primo album aveva i contorni addirittura del christian rock), sembrava essere avviata verso una luminosa carriera come artista completa, dall’animo innocente ma matura e pronta al grande salto. Poi invece gli ormoni, la possibilità di un successo più immediato o – più semplicemente – uno spessore artistico minore di quello che le si era voluto attribuire all’inizio, hanno fatto sì che Taylor (così come Katy, in realtà) si avviasse verso una carriera sostenuta da super successi ma anche da casi mediatici che ne definiranno la figura al pari dei dischi che pubblicherà. La svolta pop-hipster-erotica arriva con Red (2012) prima e con 1989 (2014) in seconda battuta. Con il secondo che supera di poco le vendite del primo, Taylor Swift esce dai confini statunitensi abbandonando gradualmente le radici country di Fearless (2008) per entrare a tutti gli effetti nelle case di tutto il mondo come icona pop, sempre meno America’s Sweetheart e sempre più star internazionale.

L’evento più importante intercorso da 1989 rientra nell’ambito del rapporto con Kanye West e del suo brano Famous (da Life of Pablo del 2016), di cui una strofa è dedicata proprio a Taylor Swift: «I feel like me and Taylor might still have sex. Why? I made that bitch famous». Un passaggio inqualificabilmente misogino ma per il quale il rapper statunitense sostiene di aver avuto il benestare dalla stessa artista, fatto comprovato da registrazioni telefoniche (illegali negli USA) in cui però non sembra far menzione della seconda parte della strofa. Nonostante le scuse, l’archetipo della donna fragile di bianco vestita a piedi nudi sul palco ha identificato finora la nuova regina del pop nella maniera più iconica possibile. A questo punto, capire quale strada intraprendere per il futuro diventa il punto di domanda più importante per un’artista che, sebbene giovanissima, sembra aver detto già detto tutto con l’album numero cinque. Continuare con il «picking up the pieces of the mess you made» o creare una nuova immagine?

Tutta questa sovraesposizione mediatica ha fatto da volano per quella sorta di rinnovamento interiore di cui è pregno Reputation. Lo squadrone di produttori composto da Jack Antonoff, Max Martin, Shellback e Ali Payami ha fornito la base da cui ripartire, volgendo lo sguardo a sonorità più vicine all’elettronica e alle sue contaminazioni. C’è l’hip-hop, ormai presente in ogni super produzione pop che si rispetti: End game, grazie ai feat. di Future ed Ed Sheeran, acquisisce un flow interessante in ottica narrativa («Ah, and you heard about me, oh, I got some big enemies, big reputation, big reputation»), mentre le logiche house/dubstep di King of my heart, Dancing with our hands tied, This is why we can’t have nice things, Dress, cercano di inseguire invano una freschezza che difficilmente arriva ad una conclusione convincente. Se in mezzo tiriamo in ballo anche l’accusa di cultural appropriation di cui è stata tacciata la Swift per il video di Look what you made me do (la seconda, dopo Shake it off del 2014, in cui era stata accusata di aver perpetrato in maniera razzista stereotipi della black culture), in cui le analogie con Lemonade di Beyoncé (caricate però di cliché da ragazza bianca) sono così tante da aver infiammato un generalizzato scherno da social, possiamo facilmente cogliere una certa perdita di direzione. In più, non giova alla costruzione di un’immagine che vuole apparire rinnovata tornare a parlare per l’ennesima volta, e per giunta in più punti, di Kanye West («You’ve been calling my bluff on all my usual tricks, so here’s a truth from my red lips e And I bury hatchets, but I keep maps of where I put ’em» in End Game, oppure l’intera This Is Why We Can’t Have Nice Things, con riferimenti molto diretti al rapper e alla sua compagna Kim Kardashian).

Il vero grido vittorioso contro la sua cattiva reputazione resta perciò soffocato sotto muri inutilmente alti ed emerge a fatica solo in alcuni passaggi profondi: «Here’s a toast to my real friends, they don’t care about the he-said-she-said and here’s to my baby, he ain’t reading what they call me lately. And here’s to my momma, had to listen to all this drama», o «I want to wear his initial on a chain round my neck, not because he owns me but ‘cause he really knows me, which is more than they can say». E’ un paradosso quindi che i momenti più interessanti restino quelli che ricordano alla lontana le vecchie produzioni (Gorgeous, Getaway car, New year’s day), a convincerci che sarebbe stato sufficiente un intenso labor limae su quanto già fatto piuttosto che nascondere tutto sotto un paletot di elettronica a tratti grossolana e sterile. Tornando a quanto citato in apertura, “guarda cosa mi hai fatto fare” sembra ora più un’apologia che una captatio benevolentiae.

Taylor Swift decide di abbandonare il suo aspetto fanciullesco e spaurito già dalla copertina, dove al posto dei boccoli e delle tonalità diafane troviamo un black&white aggressivo e decisamente più urban. E’ il nuovo corso di una delle icone pop più ipercostruite degli ultimi anni, capace di trarre vantaggio da ogni situazione disdicevole per farne sempre e comunque un prodotto da vetrina. Ma il pop non vive solo di questo e, nonostante l’iperproduzione e i numeri da capogiro che Reputation otterrà, l’impianto complessivo risulta spesso forzato e incongruente nonostante la genuina intelligenza di alcuni testi. Qualcuno già rimpiange la vecchia Taylor Swift, ne siamo certi.

12 Novembre 2017
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