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In una fredda e desolante sera di marzo il Locomotiv di Bologna accoglie Ariel Pink e il suo circo di luminosi perdenti a braccia aperte. C’è attesa, voglia, pure autolesionismo, e poi il successo e la pienezza compositiva dell’ultimo, acclamatissimo e coloratissimo Pom Pom, sono lì a ricordarcelo. A far da contorno c’è l’assoluta perizia tecnica dei musicisti, oltre alla definitiva predisposizione al cazzeggio degli stessi. No lights on me, please, così esordisce Ariel Pink conciato come una ballerina di lap dance nel suo giorno libero, calzature borchiate da grattacielo, birra di terz’ordine come fedele compagna, occhi sornioni, appena svegli, movimenti sgraziati.

L’attacco di White Freckles, in apertura, è già estrema sintesi di una schizofrenia sonora piacevolissima, mai compiaciuta, seppur citazionista. C’è il collage pubblicitario di Plastic Raincoats In The Big Parade, dove tutto viene ridicolizzato, esasperato, sovraesposto, laddove una Put Your Number in My Phone dai colori tenui ristabilisce l’altalena degli umori – girandola di umori che sarà messa a dura prova nel corso della serata. E se Ariel Pink gigioneggia impavido, suonando male qualsiasi cosa, sussurrando più che cantando, esaltando il pubblico, la band che lo accompagna – tra le cui fila, vale la pena ricordare il bikinato sessantacinquenne Don Bolles (ex Germs), che va di doppia cassa che è un piacere, il basso di un Tim Koh devastante nella sua pacatezza, un Shags Chamberlain, brillante intrattenitore dietro i synth, rayban a goccia e danze drogatissime a condire il tutto – non è da meno.

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C’è poi il melodramma di Four Shadows, la notte di Lipstick, il malconcio, malatissimo dub di Dinosaur Carebears, il grido penetration time tonight di una Not Enough Violence tribalizzata, nerissima, inconsapevolmente manifesto. Il punto più alto di un live che si trascina fra luminosissimi alti (la definizione trash di Goth Bomb, travolgente) e qualche basso (qualche ciancia di troppo fra un pezzo e l’altro, un’euforia generalizzata che alla lunga crea qualche disagio), fino al gran finale illuminato da qualche ripescaggio dall’oscuro passato (Menopause Man e Round Round, da squarciagola) e da Picture Me Gone, già inno rallentato, già quasi ora di tornare verso casa.

Ariel Pink si è rivelato vero nel suo mondo finto, di plastica, nervosamente realistico. E’ un mondo colorato da Harmony Korine, già popolato da donnacce sovrappeso e scherzetti della natura (splendidi i visual), tra rovine elettrificate e demenzialità umanissime; e ancora, incubi ridicolizzati da un Cronenberg svogliato, quasi canzonatorio, e da tutto ciò che è defilato, ultimo, vinto eppur invincibile. Compositori da reclame televisive rinati come pesi massimi del pianobar più espressionista, trascinati nel trash, nella melodia più ciondolante, in bilico, in tutto. Sullo sfondo il declino in cui ci piace sguazzare. Consapevoli o meno, sorridendo, perdendoci la testa. Poco dopo, un infreddolito Ariel s’aggira pensieroso, timidissimo, prima di rimanere vittima di una selva di selfie impietosi, noncuranti della sua delicatezza, del suo mondo così impaurito.

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