Ariel Pink (US)

Biografia

Ariel Pink è il giullare di quella corte di cui è anche il Re. Una corte nostalgica, ma odierna. Un luogo – a metà tra Madonna e i Residents – fatto di canzoni, dove Ariel Pink risponde solo a sé.

Ariel è eccentrico e scostante come tutte le personalità comiche – dove comico è uguale a obliquità, se non ribaltamento: sovrapposizione degli opposti, cosa che viene facile all’androgino Pink. Ariel Pink più di ogni altro interpreta con mestiere i nostri anni, per almeno due motivi. Da un lato ha vestito atteggiamenti hipster prima che la parola venisse recuperata dagli anni quaranta e demineralizzata dai giorni nostri; dall’altro ha riletto negli anni almeno tre decenni di musica pop (dai Sessanta agli Ottanta) in veste (g)lo, prima che questo approccio diventasse molto chic e varcasse il confine con il mainstream.

Ariel nasce Ariel Marcus Rosenberg, il 24 giugno 1978, a Los Angeles, città che lui non ha “ancora trovato motivi di lasciare”, come ci ha rivelato in un’intervista alla fine del 2014. Inizia fin da bambino a scrivere canzoni, ad accumulare melodie, a partire da una passione per il pop gotico inglese, fino a fare proprio tutto il pop – soprattutto americano – del passato, col proprio stile. La sua carriera è una hauntologia a bassa definizione, dove Pink ha portato allo stato dell’arte la pratica della patina, di cui la psichedelia haunt ha poi fatto incetta. Quando se n’è reso conto, ha chiamato “maturo” il proprio approccio – da lì Mature Themes, del 2012, disco che ha convinto tutti del talento di Rosenberg. Dieci anni prima, House Arrest / Lover Boy inaugurava invece – ma solo nella successione degli album ufficiali – un approccio da archivio del disordine – anche qui, hauntologico per eccellenza, anche se il diretto interessato ha sempre negato questa appartenenza – dove il materiale delle canzoni non prevedeva crescita artistica e neanche decrescita.

Le prime mosse di Pink erano infatti costituite da autoproduzioni, rimaneggiate negli anni per (ri)pubblicare oggetti più simili ad album tradizionali, grazie al sodalizio con Paw Tracks, nato proprio grazie a un incontro fortuito nel quale il Nostro ha la prontezza – nel 2003 – di consegnare a mano un CD-R agli Animal Collective, dopo un loro show. Fuori dall’ufficialità delle produzioni, la storia inizia invece alla fine dei Novanta, quando Ariel registra su Tascam 8 e Yamaha MT8X Underground 1 (poi licenziato nel 2007), prima raccolta dei suoi “nuggets degenerati”, come notavamo nel primo articolo che cercava di tracciare una prima retrologia di Rosenberg. Qualche anno dopo (inizio Duemila) Ariel Pink registra The Doldrums, uscito per Paw Tracks nel 2004, due anni dopo il “nice pair” House Arrest Lover Boy (ristampato sempre dall’etichetta di Animal Collective nel 2006).

Non si può leggere la sua discografia senza dare una scorsa a quella del suo maestro, R. Stevie Moore, il principe del lo-fi americano, con una produzione imprendibile (perché sterminata) di canzoni-breviari a bassa definizione. Dove però la firma è sempre esplicita, cristallina. Rispetto al maestro, Ariel cerca di mettere ordine nella propria produzione. “Tutti i dischi usciti sotto il nome Ariel Pink [tranne l’ultimo, in uscita a fine 2014] sono numerati da uno a otto; il primo di questi, Underground appunto, è l’ultimo che ha visto la luce in una stampa del 2007. Gli altri, a partire proprio da The Doldrums, escono autoprodotti a partire dal 2000, anche se è nelle ristampe che trovano una distribuzione accettabile”. “Di fatto la produzione “numerata” è tutta registrata tra il 1998 e il 2001, e fatta uscire poi in varie sessioni”. In mezzo a questa, segnaliamo Scared Famous, uscito nel 2007 per Paw Tracks (anche se autoprodotto nel 2002), significativo perché traccia una geografia del cantautore californiano, come notavamo sempre nel 2009: il disco “si fa subito notare per i nuovi vecchi amori che Ariel non ha più paura di confessare. Madonna (a modo suo, con falsetti queer e svenevole pop da girl group come lo vedrebbe un camionista pedofilo) e Michael Jackson (sempre pedofilia droga e tutta la storia indietro fino ai Jackson Five). Di più; c’è il mentore Moore con il quale Pink incide Express, Confess, Cover-Up e SteviePink. Come anticipato, Sir Robert Steven Moore, prime mover delle self release, ad oggi responsabile di oltre 400 produzioni disseminate tra cd-r e cassette, è in qualche modo una guida spirituale per Rosenberg. Un vate conosciuto da Ariel all’epoca di The Doldrums, e, come successo con gli Animal Collective, conosciuto grazie a uno scambio di una di quelle innumerevoli cassette”.

Siamo alla fine del decennio, Ariel fonda un’etichetta per lanciarsi con l’esperienza in band a firma Haunted Graffiti, ma poi la svolta. Con Before Today (del 2010) il Nostro abbandona Paw Tracks per la 4AD e prova a fare un passo più deciso ma meno caratterizzato nel suo universo di riferimento, collezionando una “sequenza di ricordi pop appannati Ottanta e fine Settanta – col senno di poi e l’accortezza di fare l’occhiolino a destra e a manca. In realtà le differenze ci sono eccome, rispetto ai capitoli precedenti dell’epopea pinkiana. Quella bassa definizione da macchina vintage e mal funzionante che arrivava all’orrido sublime in dischi come Underground, oggi, è sostituita da una sorta di “fedeltà” suonata che perde il sapore casalingo”, che ci porta, nel 2010, a sanzionare nel Pink di allora una sofferenza da “onda da riflusso”.

Il contratto di esclusiva con 4AD segna di fatto un cambio di paradigma. Ariel ci confessa di non volere più pubblicare CDR, a meno che “non sia costretto a farlo”. La stabilità giova a lui e ai suoi Haunted Graffiti, come dimostrato da Mature Themes (uscito per 4AD nel 2012): “Pink resta fedele all’idea di una hauntology lo-fi, una hauntology fenomenologica per così dire, uno ieri cioè visto e sentito – filtrato e offuscato – dalle orecchie ingombre della contemporaneità. Orecchie beffarde, per quanto decisamente pop. Con Mature Themes il Nostro porta a un livello superiore l’operazione – art brut se si vuole, aggiornamento delle stupid songs o delle parodie doo-wop zappiane – già ottimanente rappresentata in Before Today, ed è il compimento di un percorso di lenta e ricercata emersione”, come notava il nostro Gabriele Marino a metà 2012.

Rosenberg impiega due anni per dare un seguito ai suoi “temi maturi”. Nel mezzo, a ridosso dell’uscita del nuovo album, i media lo tengono impegnato in una polemica per un presunto contatto con Madonna, rispetto alla quale Pink è costretto ad abbassare i toni con decisione. A livello discografico, prima dell’ultimo album, Ariel pubblica, come archeologia della hauntologia, una raccolta di live nel periodo pre Haunted Graffiti. Di fatto è un’anticipazione – insieme al singolo Put Your Number In My Phone – degli ultimi passi di Rosenberg, che per l’ultimo album, Pom Pom, in uscita via 4AD il 17 novembre 2014, riabbandona la compagine per ripresentarsi da solo. In realtà la scelta non arriva a ciel sereno, ma era già stata dichiarata (e smentita) all’indomani dell’uscita di Mature Themes. Il motivo non è solipsistico – Ariel anzi continua a collezionare collaborazioni. Eppure un ritorno alle origini c’è nel dismettere i panni di leader di una band: “Anche quando lo intitolavo Haunted Graffiti, si trattava sempre e solo di me. Ma in questo caso ci sono molti musicisti coinvolti e non volevo che questo potesse essere confuso con il lavoro di una vera e propria band”. Il Re è vivo, il giullare continua a dargli di che passare il tempo.

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