Recensioni

Nonostante l’attenzione sempre maggiore che circonda la drone-music, il drone a cui si fa riferimento nel titolo di quest’opera prima del nuovo progetto del batterista friulano Il Cane è l’apparecchio volante privo di pilota che negli ultimi tempi è divenuto un oggetto sempre più comune ed economicamente accessibile; spesso utilizzato per ampie riprese aeree (le stesse che compongono i video del progetto Artura), è proprio a questa peculiarità che va ricondotta la scelta di intitolargli il disco. Le dieci tracce di Drone suggeriscono infatti i larghi panorami desolati di una natura pacifica ed incontaminata: a partire dal math-rock che pian piano si dilata per sfociare nel miglior post-rock dell’iniziale Estranei, l’album preferisce ritmi placidi (ma mai noiosi o prevedibili, come dimostra anche il battito riverberato che guida Artengo) e suoni avvolgenti, dove gli strumenti incontrano la manipolazione elettronica.
Sempre centrale nel sound del trio, più dell’ottimo lavoro dietro le pelli de Il Cane o della rielaborazione tra analogico e digitale operata da Deison (evidente soprattutto in Ostica, forse il momento più cupo dell’opera), è il basso di Tommaso Casasola, sia quando incontra il violino nell’avvolgente ed etnica Fusa sia quando, insieme alla tromba, ora più leggiadra, ora più pirotecnica, di Zeno Tami, dona a Zeno uno sfavillante retrogusto jazzy. Così centrale che, nel muoversi verso gli ultimi brani (Gurken, Hostess), sempre più ricchi di groove (pur mantenendo quell’attitudine algida e leggermente intellettuale) si potrebbe parlare di un inedito post-funk, dove le classiche profondità metafisiche di Mogwai e Giardini di Mirò incontrano le good vibes della black-music.
Senza troppi clamori i tre Artura hanno sfornato un lavoro ricco ed intelligente, inaugurando un’avventura originale che speriamo si confermi nei prossimi lavori.
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