Recensioni

«I’m looking forward to seeing the reactions, and how it sits with people. I wanted to take the project back to its roots, in a way, and make it more about honesty: honest songs with strong melodies and lyrics»: sono la presa di coscienza e l’accettazione, per Ásgeir, dei propri difetti, a dettare le coordinate del nuovo disco, a riscrivere un (tentato) ritorno alle origini folk.
Polistrumentista e cantautore islandese, classe 1992, Ásgeir ad oggi è l’artista che più ha venduto nella storia della musica islandese, superando in patria giganti quali Björk e Sigur Rós. Questo giovane artista negli ultimi anni ha portato in giro per il mondo la propria idea di electro-folk dando alle stampe due album, Dýrð í dauðaþögn (poi pubblicato in inglese come In The Silence) nel 2012 e Afterglow nel 2017. Oggi torna con undici inediti che vanno a formare Bury The Moon, un lavoro che vorrebbe soddisfare il desiderio di un’esperienza immersiva ma che si rivela eccessivamente pop, a cavallo fra folktronica barcollante e letargo cantautoriale.
Dall’approccio trascendentale, il terzo disco in studio del musicista di Laugarbakki arriva in seguito alla fine di una lunga relazione e al bisogno di trascorrere del tempo in solitudine, circondato dai bellissimi paesaggi islandesi. Ritiratosi nella casa delle vacanze estive, lontano dal mondo e dalla società, Ásgeir ha passato l’intero inverno in compagnia di una chitarra, una piccola tastiera e un kit di registrazione decisamente minimale, a scrivere e comporre i brani che hanno poi dato vita a un Bury The Moon che si riassume così in una riflessione sull’amore e sulla perdita. «I took my guitar, a small keyboard, and a very simple recording set up. And that was it». Il cantautore, per la stesura dei testi, ha potuto contare sulla collaborazione del padre, il poeta Einar Geor Einarsson, che già aveva lavorato cesellando il debutto del figlio.
C’è chi ha visto nel talento dell’islandese il nuovo Bon Iver: noi propendiamo più per un sognante Sing Fang che incontra The Tallest Man on Earth ma non mette a fuoco il potenziale che, anche in questo nuovo lavoro, sembra affogare in una smisurata ricerca estetica: succede quindi che la traccia di apertura Pictures risenta di una struttura ampollosa, in cui gli ottoni caricano un eccesso di pathos che non tradisce emozioni, mentre il tentativo romantico di Breathe scade nel sentimentalismo più banale, con armonie che nulla di nuovo hanno da raccontare. Se Turn Gold To Sand e Living Water sono timidi ma volenterosi approcci a un pop-soul che rimanda a Chet Faker, l’orchestralità dance e scenografica Rattled Snow riporta il disco a una descrittività paesaggistica che non ricerca il bucolico né il field recording, e stona purtroppo con il suo portato lirico. La boccata d’aria fresca sembra insomma ancora lontana.
Spiace dirlo ma la terza prova della star islandese non convince appieno, lasciando una sensazione di artificiosità che nulla ha a che fare con la sincerità dei luoghi ispiratori.
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