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«L’Onda Rosse Posse. Due microfoni, un piatto, una ventina di ragazzi mezzi incappucciati sul palco con fumogeni e striscioni. Musica ritmata e fresca, rime chiare e veloci: rap in italiano mai sentito prima», ricordava Militant A nel suo libro Storie di assalti frontali. Si parte da qui, dalla stagione delle posse. Nei centri sociali e nei quartieri dei grandi capoluoghi – Roma, Bologna, Milano, Napoli – le posse battono il loro tempo e rimano in presa diretta sulla realtà, figlie di un momento collettivo che presto lascerà il posto a storie più individuali. Rappresentano l’avanguardia della cultura hip-hop italiana, la spalla in controtempo di movimenti come i centri sociali occupati, o come la Pantera all’università. Anche il quartiere di San Lorenzo a Roma ha la sua posse. L’Onda Rossa, che dalle aule occupate della Sapienza lancia il suo slogan: «Batti il tuo tempo per fottere il potere».

Batti il tuo tempo è anche il titolo dell’unico disco (1991), un mini album distribuito fuori dai circuiti ufficiali. Perché anche il discografico è politico, non solo il personale: autogestione, indipendenza sono parole d’ordine e anche qualcosa di più. Ma la vita delle posse cambia di continuo e dura un lampo. Già un anno dopo è iniziata un’altra storia. Un altro progetto: Assalti Frontali. In prima linea, sempre Luca Mascini, per tutti Militant A. La storia discografica di Assalti Frontali inizia dalla Terra di Nessuno – che poi è la stazione Roma Nomentano, uno dei “regali” di Italia ’90 (uno dei tanti scempi, praticamente dismessa appena nata). Il primo album. Un manifesto ideologico e un manifesto musicale per tutto il rap italiano. E non solo per il rap: l’Assalto frontale, con le rime aggiunte di Lou X e l’hardcore-rock dei Brutopop, è da manuale del crossover. L’unico brano suonato, dai “Bruti”, che per il resto mettono mano alle basi elettroniche con la drum machine Roland e il campionatore Akai S900, strumenti “base”, quasi feticcio con il senno di poi, per tracce sonicamente dense, dissonanti e sincopate che guardano sicuramente ai Public Enemy come modello più sentito (Terra di Nessuno, F.O.T.T.I.T.I., Baghdad 1.9.9.1. che è un lascito di Onda Rossa Posse). Tra i brani che si ricordano di più, sicuramente La nostalgia e la memoria, che ospita la voce e i versi di Sante Notarnicola, bandito rivoluzionario e poeta. Un pezzo di storia dell’hip-hop italiano è passata anche da questi solchi (7.0).

Il binomio con i Brutopop versione live band – che ricordiamo tra l’altro titolari di uno dei più originali esperimenti di post-rock tricolore, La teoria del frigo vuoto – è uno dei marchi, anzi il marchio di Conflitto. Secondo album, registrato nello studio costruito con le proprie mani dentro il Forte Presentino e distribuito da “Il Manifesto”. In consolle c’è Don Zientara, ingegnere del suono di casa Dischord a Washington. Per chi scrive l’album hip-hop del cuore, anche perché uno dei migliori dischi di crossover in italiano, e non solo in italiano. Senza nulla togliere alle vigorose basi funky di Terra di Nessuno, qui si racconta di un’altra trama, di un’altra grana sonora. Perché la svolta è tutta suonata, sì. Ma soprattutto conta il come è suonata.

In tempi di più rigido rapcore o rap-metal, il binomio Assalti Frontali/Brutopop lo supera a sinistra (e da che parte se no…), anzi da un’estrema sinistra musicale. Che propone un’alternativa vera al solito crossover rap-rock. Con un’elastica agilità piena di groove, e condita di trame armoniche delle più brillanti e sagaci: l’incontro più fluido tra indie (di allora) e hip-hop di cui ci è dato probabilmente ricordare. Come un Rage Against the Machine con i Fugazi, gli Slint, i Sonic Youth nel DNA al posto dei Led Zeppelin e dei Black Sabbath. E la stessa irredenta funkytudine. Ce lo abbiamo avuto. Qui. In Italia. Ventitré anni fa. Conflitto, appunto, che grazie a Goodfellas diventa disponibile per la prima volta anche su vinile. Possibile solo allora. Magistrale, ancora oggi, niente di meno. Le basi strumentali tutte suonate: una soundtrack mobile, elastica, la Sugarhill che incontra il rock “sonico”. Con tutte le sincopi azzeccate, gli agganci ritmati e i contrappunti giusti per il flow di Militant A, Testimone Oculare, Sioux. E allo stesso tempo, tutte le dissonanze e le peculiarità del miglior avant-punk d’oltreoceano.

Già le partiture – memori di dischi di culto come Steady Diet of Nothing e Spiderland – di Devo avere una casa per andare in giro per il mondo e Dispersi nel caos gasano, e parecchio, per come fanno tesoro di Bomb Squad e Steve Albini, di ritmi spezzati e di dissonanze psichedeliche, delle chitarre e del groove, del combat rap e dei suoni rock più eccentrici. E che dire dei guizzi post-rock di In movimento e Verso la grande mareggiata, Sud… piccole perle di rabbia ed emozione – clamorosamente più vicine ai Massimo Volume di Lungo i bordi che al resto dell’hip-hop italiano. Il punk-funk dissonante di Fascisti in doppiopetto e i groove serrati e tesi di Conflitto ai confini del math-rock: suoni e metriche fibrillanti, incandescenti, creativi, compendio perfetto per i testi che accompagnano. Sono trame di musiche e parole che riflettono la grande mescolanza dei suoni che orbitavano nei centri sociali. E sono figlie di tante lotte, ma soprattutto di idee uniche, e vincenti. In una parola, irripetibili (8.2).

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