Led Zeppelin

Biografia

In cerca dell’angelo con l’ala spezzata

…Page incomincia a battere il piede a ritmo. Il pezzo parte ed un tripudio di elettricità viva invade la stanza: perché c’erano amplificatori dappertutto lì dentro, da muro a muro, terribili, tutti vecchi e male in arnese, ma quando il sangue elettrico ne percorse i circuiti… magia: nacquero i Led Zeppelin!

Prologo

Londra, inizio 1966. La birra costa tre scellini alla pinta, le strade sono piene di Mini Morris e le ragazze vanno in giro con la minigonna. In poche parole: la città è in fermento, e la febbre che la brucia si trasmette alla velocità della luce. Fra i tanti che ne subiscono il contagio, c’è anche lui: Michelangelo Antonioni, geniale cineasta italiano, autore di classici quali L’avventura, L’eclisse e Deserto rosso (vincitore, appena due anni prima, del Leone d’oro al miglior film al festival di Venezia).

Nel bel mezzo della lavorazione al suo nuovo progetto, il nostro uomo rilascerà una dichiarazione un po’ enigmatica ma anche un sacco emblematica: “Voglio quel gruppo nella mia pellicola, perché penso che faccia qualcosa di molto speciale”. Domanda a bruciapelo: cosa ha quel gruppo di tanto speciale che lo distingue da tutti gli altri in circolazione? Ma sopratutto: chi è quel gruppo? Allo scopo di dare una risposta a questi interrogativi, sarà d’obbligo gettare l’occhio fra le pagine ingiallite di alcuni rotocalchi d’epoca: infatti, un mese prima che il Time, in data 20 marzo ’66, pubblichi il suo famoso articolo sulla chiacchierata ma ancora misteriosa Swinging London, un altro magazine anglosassone, per la precisione un suo supplemento, impagina una foto che è anche un indizio.

Autore dello scatto: tale Colin Jones, che più tardi racconterà la difficoltà della session, per i tipi dell’Observer, con quella band: “Prima di allora non avevo mai incontrato un gruppo animato da un tale antagonismo interno”. Facciamo un gioco: riposizioniamo le coordinate spazio-temporali e mettiamoci al fianco di Colin-the-photographer mentre fa i suoi scatti. Bene, che cosa vediamo?

Innanzitutto notiamo una cosa: la tensione nell’aria è palpabile, le facce sono tirate, gli sguardi cupi, l’aggressività a stento trattenuta. Poi, c’è dell’altro? Sì, c’è: l’obiettivo di Colin-the-photographer ruota a 360° attorno ai quattro tipi intenti a maneggiare ciascuno il proprio strumento, e scopre che incarnano la perfetta sintesi della rivoluzione fatta di pop+moda+musica che ha da poco invaso la City. Già, ancora lei: la Swinging London, una vera calamita per gli artisti cosmopoliti e al passo coi tempi che vogliono capire da che parte soffia il vento nei mitici Sixties; gente cool, tipo il Michelangelo nazionale, o magari tipo lui: “Quaggiù gli agenti provocatori del cambiamento”, affermerà a metà 1965, in un’intervista ai Cahiers du Cinéma, il cineasta nonché sceneggiatore Joseph Losey, che si autoesiliò in Gran Bretagna dopo gli attacchi della macchina del fango anti-comunista messa in moto dal senatore Joseph R. McCarthy, “sono i giovani artisti, i pubblicitari, coloro che fanno tendenza, gli stilisti, i designer e i musicisti, tutti influenzati dal movimento pop”.

E fra quei tutti ci sono anche loro, i tizi di quella band: gli Who, per servirvi; alfieri dichiarati del movimento mod, sanno come cantare le sfighe dei giovani proletari e le ammantano di elettricità tagliente. Risultato: una bomba rock senza eguali! Eppure, nonostante Antonioni guardi a loro per Blow-Up, il suo nuovo film, destinato ad immortalare con epica ieraticità la nascitura Swinging London, loro… non colgono l’attimo fuggente: “Eravamo troppo anarchici per comportarci in modo ragionevole sul set”.

Tutto okay, Peter Dennis Blandford Townshend, per gli amici più semplicemente Pete: la tua band spacca di brutto, le canzoni pure, per non parlare poi della tua chitarra, che alla fine degli infuocati show degli Who tu sfracassi immancabilmente contro un ampli marca Marshall, suscitando l’eccitazione di torme isteriche di teenager ma anche di blasonati registi. Sì, perché ormai è chiara una cosa: Antonioni vuole assolutamente immortalare quel gesto iconoclasta nel suo film, costi quel che costi; un gesto che si è ormai trasformato da rito in mito, finendo per far parlare di sé aldilà della stretta cerchia degli adepti al culto, e aldilà dell’effettiva portata della sua valenza estetica (ribellismo? noia esistenzialista? menefreghismo? moda e basta? Una cosa è certa: quel gesto li riassume tutti!).

Piccola precisazione: a questo stadio delle riprese, il film prevede ancora la sequenza iniziale in cui appare un gruppo rock che prova in una stanza la sua performance. Antonioni è perplesso: oramai le ha tentate tutte e non sa più che pesci prendere. Gli Who sono roba forte, suonano la musica del futuro, ma creano anche un sacco di grane sul set. Ergo: non sono più della partita. I Velvet Underground saltano invece per un altro motivo: i permessi di lavoro non ottenuti. Antonioni è disperato. I suoi piani vacillano. Lui, però, non vuole rinunciare alle scene col gruppo. Poi, quando la faccenda sta per concludersi nel peggiore dei modi, ecco che… spunta un nome: gli Yardbirds. Un gruppo solido, non c’è che dire. Un gruppo che ha all’attivo un singolo di grandissimo successo: For Your Love, che suppergiù un anno prima ha sbancato le classifiche di mezzo mondo, e ha venduto più di un milione di copie.

For Your Love è un pezzo pop che più pop non si può: melodico, ritmato, fresco, ballabile. In una sola parola: è “perfetto” (per un gruppo che vuole giocarsi il tutto per tutto nella Swinging City di Beatles e Rolling Stones). C’è un unico neo in questa storia: forse quel pezzo pop è… come dire?… un tantinello troppo pop. Troppo almeno per un gruppo come i Gallinacci: loro suonavano il blues quando il blues (revival) esplose in quel di Londra, e lo suonavano in compagnia di uno dei più grandi harmonica players del Regno, Mr. Cyril Davies, bianco di pelle ma scuro nell’anima, volato fra gli angeli nel gennaio del 1964, allorquando collassò sul palco di un club a Twickenham, West London.

Peccato, peccato davvero: un talento scomparso troppo presto. Ma anche i Gallinacci hanno il loro talento: si chiama Eric Patrick Clapton, suona la chitarra elettrica da dio ed è un purista del blues. Nota bene: del blues non del pop! Ragion per cui, quando l’accattivante For Your Love sbaraglierà le classifiche di vendita, lui… storcerà il naso. Perché lui, quella roba lì, alla moda, non la suona e non la suonerà mai (beh, almeno per il momento…). Niente compromessi, per lui. Infatti sai cosa fa: lascia la band, ovviamente dopo la pubblicazione della “pietra dello scandalo”. Gli Yardbirds però non si scoraggiano, e lo sostituiscono: così entra nel gruppo un nuovo astro della chitarra elettrica, Jeff Beck, e assieme a lui c’è anche un nuovo manager. Nome all’anagrafe: Simon Napier-Bell. Segni particolari: ambizioso, anzi ambiziosissimo, e soprattutto poco disposto a lasciarsi sfuggire via l’occasione offertagli da Antonioni.

“Per poter filmare il gruppo nell’ambiente giusto durante l’esecuzione del loro pezzo Stroll On”, scriverà a proposito della scena più mitica di quel miticissimo lungometraggio la giornalista Valentina Agostinis, “Antonioni si affidò al valido team dell’art director Gorton, che ricostruì quanto più fedelmente possibile il Ricky-Tick Club negli studi della MGM, a Borehamwood, North London”.

Dunque, una messa in scena: il club à la page perfettamente riprodotto, le crepe sui muri identiche al millimetro, i poster originali con i nomi delle band in calendario, e infine il pubblico che balla e si diverte durante il concerto (no, il pubblico no: quello è vero, zero figuranti); e ancora: Jeff Beck che sfascia la chitarra contro l’ampli, mentre l’altro chitarrista gli sorride sornione e sembra godersela un mondo. Dopotutto, è l’unica chitarra rimasta in azione. Dunque: zero verità, tutta finzione (o quasi…).

Risultato: una sequenza memorabile, che farà la storia, tanto del cinema quanto della musica. Alla faccia del cinema verità, e di tutte quelle storie lì. Buon per loro, verrebbe da dire! Ma prima che nostra storia metta il turbo e (ri)parta in quarta, sarà bene ripercorrere il modo in cui l’astro dei nostri Gallinacci iniziò a brillare, si affievolì e poi si spense… dando vita ad una nuova fulgidissima stella.

Confuso e felice

“Ho un ottimo ricordo del periodo con gli Yardbirds. A parte un tour in particolare che ci ha quasi ucciso, è stato molto intenso. Musicalmente era un grande gruppo […], ogni musicista sarebbe andato di corsa a suonare con una band del genere. Era particolarmente buona quando ci eravamo io e Jeff Beck come chitarre soliste. Poteva diventare davvero qualcosa di eccezionale, ma sfortunatamente… non andò così” [Jimmy Page]

Autunno 1963, Crawdaddy Club, Richmond: i fu Metropolis Blues Quartet hanno cambiato il nome in Yardbirds dopo aver ascoltato i Rolling Stones, e ormai giunti al marzo successivo, si accingono a registrare il loro lavoro d’esordio a base di pezzacci blues e rhythm and blues dal tiro micidiale. Titolo dell’lp: Five Live Yardbirds! Formazione in campo: Eric “Slowhand” Clapton alla sei corde, Chris Dreja alla chitarra ritmica, Jim McCarthy alla batteria, Keith Relf alla voce e all’armonica a bocca, Paul “Sam” Samwell-Smith al basso. Luogo dell’esibizione: il Marquee, prima che si trasformi definitivamente da tempio della musica nera a cattedrale del nuovo rock made in England. Passano due anni. La band ha più successo in USA che in UK. Chiamatelo, se vi va, l'”effetto british invasion”. Certo è che non mancano i casini interni. C’est la vie.

Beatles, Kinks e Stones occupano le prime pagine dei newspaper, e il loro stile conquista il mondo, USA in primis. Dopotutto, sono o non sono gli alfieri della cosiddetta British Invasion? Gli Yardbirds, dal canto loro, si trovano spaesati: l’epoca del blues revival fedele-alla-linea ha lasciato il posto alle sonorità lineari ma inventive della nuova generazione di gruppi rock. Dunque, che fare?

Possibilità n°1: si potrebbe ripiegare testardamente sul proprio sound, e conservare lo zoccolo duro di fan che da sempre ti segue. Oppure…

Possibilità n°2: tanto vale adeguarsi allo spirito dei tempi e tentare di combattere ad armi pari i propri “rivali”.

Per la serie: se non riesci a sconfiggerli, unisciti a loro.

Gli Yardbirds optano per la seconda possibilità. Viva il pragmatismo! Quindi abbandonano il blues nella sua forma più pura, e con le blue notes fugge via anche Eric-il-manolesta. Niente paura, però. A sostituirlo ci penserà un tizio giovanissimo cresciuto a pane e blues e che sa decisamente il fatto suo. Il suo nome è Jeff Beck, e per quanto ci provi non riesce, né mai ci riuscirà, a fare l’ago della bilancia nei disastrati equilibri della band. Sia come sia, il gruppo ora naviga a vista; non tanto dal punto di vista puramente creativo, quanto piuttosto… Ma lasciamo la parola a uno che visse in prima persona i deragliamenti e i tentennamenti dell’ultima fase dei Gallinacci:

“Quando il gruppo registrò l’album conosciuto anche come Roger The Engineer”, ricorderà anni dopo il manager della band Napier-Bell, “era chiaro a tutti che si trattava di un capolavoro fatto di parti uguali di blues, pop e psichedelia; quel che invece non fu del tutto chiaro al momento, era che il bassista e co-producer del disco stava per abbandonare la nave”. Così fu. Samwell-Smith svanì nel nulla. Puff. Ora sì che il gruppo era nei guai.

Urgeva trovare un rimpiazzo: e lo trovarono, nella fitta schiera dei session men superprofessionali e superpagati di cui all’epoca faceva parte anche un chitarrista, tanto giovane quanto sgamato, destinato ad assurgere a protagonista assoluto di questa nostra storia. Ecco come lo ricorda il solito manager degli Yardbirds: “A quei tempi”, puntualizzerà anni dopo Napier-Bell, “Jimmy Page era considerato un ragazzo prodigio alla chitarra elettrica; aveva suonato nelle session nientepopodimeno che dei vari Stones, Kinks e Nico, solo per citare alcuni dei nomi con i quali “collaborò”.

Insomma: era un astro in ascesa a tutti gli effetti. Aggiungiamo un altro nome all’illustre lista di autori con cui suonò Jimmy: gli Who! Eggià, persino il gruppo di Pete Townshend e Roger Daltrey si avvalse dei servigi di Jimmy-capelli-da-paggetto-Page (o almeno così doveva andare, senonché Pete dimostrò di sapere il fatto suo alla sei corde, e Jimmy fu utilizzato “solo” come chitarra ritmica nel pezzo spartiacque I Can’t Explain). Ma Jimmy è stufo di essere un’ombra che si aggira fra gli studi di registrazione e nient’altro. Vuole di più. E dannazione farà di tutto per averlo:

“Detesto l’ambiente degli studi”, confesserà nel febbraio del 1966 ai tipi del Sunday Times Magazine l’uomo che da un annetto si è unito ai Gallinacci pop-blues, “a nessuno lì pare importare molto della musica. Comunque ho dei progetti al momento: imparerò a suonare il sitar che mi sono fatto arrivare dall’India, e passerò sei mesi assieme al maestro Ravi Shankar”. Ovviamente le cose non andranno così: infatti Jimmy – che già anni prima aveva visto balenare la possibilità di entrare a far parte degli Yardbirds, ed aveva rifiutato per timore di “stuzzicare” il “manolesta” Clapton – inizia a suonare il basso con la band.

Dura poco: Jimmy è un chitarrista blues coi controcazzi, e declassarlo al rango di bassista sarebbe un po’ come tenere in panchina Edson Arantes do Nascimento detto Pelé. Una cosa inconcepibile. Non si fa. Sicché, assieme a quell’altro prodigio di Beck, il nostro uomo diventa tipo… la seconda chitarra degli Yardbirds: ed ecco spiegato il sorriso sornione che solca il suo volto alla fine della scena spaccachitarra in Blow-Up. Dunque, una storia a lieto fine questa. Non proprio; perché non tutti nell’entourage della band saranno contenti della duplice leadership chitarristica in stile odd couple:

“Un giorno presi da parte Jeff e gli dissi”, confesserà poi quell’azzeccagarbugli di Simon Napier-Bell, ormai sempre più convinto che “dei gruppi rock non si vende tanto la musica quanto l’immagine”, “gli dissi: tu sei il fottuto genio del gruppo, e ingaggiare qualcuno che sia altrettanto bravo è pura follia”. Pian piano, come un fuoco che si consuma senza che un alito di vento lo estingua, l’élan vital degli Yardbirds svanisce.

Ora in Inghilterra spadroneggia il blues-rock duro e volitivo dei Cream di Clapton, e soprattutto fa bella mostra di sé l’hard-rock versione panzer di Jimi Hendrix, chitarrista di colore nativo di Seattle dalla capigliatura afro-rampicante. In entrambi i casi trattasi di power-trio: ossia di formazioni a tre, chitarra-basso-batteria, che sfruttano al massimo le dinamiche chiaro/scuro, veloce/lento già insite nel blues. Page prende nota: la lezione estetica è appresa, e non rimane che trovare il modo giusto per farla fruttare al meglio. In attesa che ciò avvenga, Jimmy prende confidenza col nuovo clima culturale giovanile, che pare cucirglisi addosso a pennello:

“A dire il vero”, confesserà in una delle sue numerose interviste in quello scorcio di Sixties, “mi piace vedere gente vestita in modo oltraggioso. In fondo stanno solo gettando via le catene della vecchia società. L’Inghilterra di oggi è completamente decadente, ma alla fine… chi se ne frega”.

Torniamo agli Yardbirds: il gruppo regala sempre meno gioie e sempre più grattacapi ai musicisti che ci suonano, e le occasioni di fraternizzare e stare assieme, da buoni amiconi, proprio come accadeva al tempo dell’esordio, si fanno sempre più rare; purtuttavia qualche eccezione c’è:

“Durante una delle loro notti libere a New York”, scriverà il critico musicale Stephen Davis nel suo tomo dal titolo Il martello degli dei, “il gruppo andò al Café Au Go Go per ascoltare un concerto di Janis Ian. A stupirli, però, fu il cantante folk che aprì la serata: Jake Holmes”. Ora concentratevi, chiudete gli occhi e immaginate di ascoltare anche voi la musica di quel tale: a colpirvi sarà soprattutto un brano che ha una scala discendente di bassi e un testo paranoico e bizzarro che allude chiaramente ad un trip allucinogeno andato storto.

Titolo del brano: Dazed And Confused. Non arrossite: non siete gli unici su cui quel pezzo ha fatto colpo, perché se solo ci foste stati anche voi quella notte in quello striminzito club newyorchese, avreste notato un drappello di strani tipi, vestiti con strani abiti, e con gli occhi piuttosto annebbiati, alcol o droghe, chissà. Solamente uno di loro ha un guizzo che gli brilla negli occhi. Quel tizio è Jimmy Page. Perché ci sono invenzioni che sono destinate ad essere inventate non una bensì due volte. Ed è proprio quel che sta per accadere ora: “Nell’aprile del 1968”, si può leggere sempre nelle pagine del tomo del summenzionato critico, “gli Yardbirds tornarono negli Stati Uniti, per un tour delle università e dei locali psichedelici che rappresentavano la principale fonte di pubblico per il nuovo progressive rock”.

Tenuti in piedi da pillole, iniezioni e droghe, i Gallinacci si preparano a suonare all’Anderson Theatre, un localaccio newyorchese male in arnese, a pochi isolati dal Fillmore East dell’impresario rock Bill Graham. All’apparenza, il concerto non ha niente di speciale: una location di routine, una come tante, nella carriera degli anglosassoni. Invece…

“Gli Yardbirds si sono presentati sul palco”, riporterà all’indomani un quotidiano locale, “ed hanno aperto col loro cavallo di battaglia, Train Kept A-Rollin”. Fin qui, tutto regolare: una scaletta nella norma. Ma alla fine dello storico pezzo ecco che ne inizia un altro: è un pezzo monstre, che pare la colonna sonora di un film dell’orrore, perché è zeppo di pause studiate ad arte e colpi ad effetto. Ma c’è dell’altro: qui Page suona la sua chitarra con l’archetto da violino, e la mente va subito a quei bluesmen della tradizione, Robert Johnson in primis, che si dice abbiano venduto l’anima al diavolo e ne abbiano ricevuto in cambio la grande arte.

“Sto solo cercando un angelo con un’ala spezzata”

Page ora è uno di loro. Benvenuto nel club. Ed ecco che Dazed And Confused – proprio quella Dazed And Confused che fece luccicare gli occhi al nostro uomo quando l’ascoltò per la prima volta dal vivo – si è trasformata in qualcosa di cui i vecchi Yardbirds non sarebbero stati capaci senza di lui. È diventata tipo… una interminabile cavalcata epico-infernale, colma di dolore, o forse è piacere? Tipo certi poemi che lacerano la carne viva e toccano in sorte solo ad un numero ristretto di vati illuminati (William Blake, se ci sei, batti pure un colpo…). Fantastico. Ormai gli Yardbirds sono kaputt, finiti, andati. Jimmy Page suona ancora con loro, eppure la sua mente vola lontano, verso lidi ancora inesplorati. Le parole del buon Chris Dreja ci spiegano perché:

“Jimmy ce la mise tutta per inserirsi nella formazione e per dare il suo contributo alla musica. Aveva un atteggiamento estremamente professionale, era molto rapido, mentre noi all’epoca in cui si unì nel gruppo, sembravamo una plebaglia degenerata”.

In fondo la verità è sotto gli occhi di tutti: il resto della band viaggia con le batterie scariche, a velocità ridotta, mentre Jimmy è fresco come una rosa ed entusiasta come un pivellino. Robe da matti. Certi tizi sono come le acque chete, che quatte quatte rompono i ponti. Ecco, Jimmy è così. O almeno questa è l’opinione del resto della sua quasi-ex-band: “Ci usò come piattaforma di lancio per se stesso”, piagnucolerà a metà anni Settanta il solito Dreja, “mettendosi a suonare la chitarra con l’archetto e menate del genere”.

A questa insinuazione non priva di fondamento, ma nel complesso piuttosto ingenerosa, il nostro uomo risponderà in due modi: 1) Attraverso i fatti (lo vedremo fra poco…); 2) Attraverso una delle sue frasi meno note ma forse più incisive; perché cattura l’essenza della sua estetica in fieri, fatta di opposti che si cercano e combattono, e alla fine raggiungono una sintesi incomparabilmente poetica: “Sto solo cercando un angelo con un’ala spezzata”. Ecco, la frase è questa. Le frasi celebri sono come i divi del cinema: ognuno ha il suo preferito.

Alcuni prediligono l’invito al coraggio visionario di uno Steve Jobs (“Siate affamati! Siate folli!”), altri preferiscono invece i detti della sapienza orientale e la calma che ne deriva (“Il fiume vince sempre non grazie alla sua forza ma alla sua perseveranza”), e poi ci sono le massime che parlano del superare se stessi, del diventare ciò che si è, saltando a pie’ pari i propri limiti (tipo questa del pittore Van Gogh: “Se una voce dentro di te continua a ripeterti “non sarai mai in grado di dipingere”, allora dedicati alla pittura con tutto te stesso, e vedrai che quella voce sarà messa a tacere”).

La massima di Page appartiene invece a una categoria a parte: infatti dice non dicendo, e non dicendo dice. Qualcuno la definirebbe criptica, o magari sdolcinata e falsamente poetica, o addirittura inconsistente. Invece no. È una frase potente, che in poche parole racchiude lo slancio di chi vuole elevarsi da quaggiù a lassù, di chi sa che può volare alto ma non ha ancora le ali per farlo. E a proposito di parole, sarà il caso di seguire Richard Cole, il nuovo tour manager dei Gallinacci, sin dentro al Salvation, la discoteca del momento lì a New York. Perché una certa sera, affianco a lui ci sono il bassista John Entwistle e il batterista Keith Moon degli Who che sparlano del cantante e del chitarrista del loro gruppo, cioè di Daltrey e di Townshend, quand’ecco che uno dei due dice all’altro:

“Amico, lasciamo la band e formiamone una tutta nostra. La chiameremo Lead Zeppelin, lo Zeppelin di piombo, perché non avrà un cazzo di successo”

Queste parole nascondono un gioco di parole: infatti in inglese l’espressione idiomatica go over like a lead balloon significa per l’appunto qualcosa tipo… fare fiasco. Così Richard Cole ritorna in albergo, mezzo ubriaco, e racconta la storiella di Keith, John e dello Zeppelin di piombo. La racconta un po’ a tutti, proprio come fanno gli avvinazzati, che ti prendono per un braccio anche quando non li conosci e ti raccontano i fatti loro. Soprattutto la racconta a lui: Jimmy-il-fenomeno, che all’apparenza sembra prenderla per quel che è, ossia una tipica storiella su due rockstar deluse che cazzeggiano al bar. Invece poi…

Il gigante prende il volo

“Certe persone non capiscono. C’era molto senso dell’umorismo in quello che facevamo, sia nella musica che nella band. Altro che stronzate sul satanismo!” [John Paul Jones]

… poi esplode l’estate del ’68. Jimmy-il-fenomeno se ne sta in panciolle, nella sua piccola ma graziosa casetta-studio galleggiante sul fiume Tamigi, nei pressi della tranquilla Pangbourne, a nemmeno un’ora d’auto da Londra. L’ha pagato 6000 sterline quel posto. Il suo posto. O meglio ancora: la sua tana. Lì dentro, lui che sogna di un nuovo gruppo, ne immagina già la musica: dovrà essere bluesy e dura come quella del Jeff Beck Group con Rod Stewart alla voce; ma dovrà anche catturare l’interesse per i suoni psichedelici duri e per gli svolgimenti strumentali articolati tipici di certi gruppi del momento, i Vanilla Fudge ad esempio, o anche gli Iron Butterfly, senza comunque dimenticare le bordate di micidiale elettricità sprigionate dalla Stratocaster di Hendrix. Ovviamente il feeling dovrà essere quello del blues verace, dei suoi chiaro-scuri, dei suoi mille giochi d’ombra e luce, ai quali Jimmy Page non sa e non vuole rinunciare. E poi… ci vuole una band all’altezza! Ora, non che i vecchi Yardbirds non fossero dei musicisti dannatamente bravi. Ma qui ci vuole un salto di “mentalità” più che di “qualità”. Jimmy è ora alla ricerca dei pennelli giusti per dipingere la sua nuova tela musicale. Ma come (pre)disse una famosa pubblicità: per pitturare una parete grande non ci vuole un pennello grande ma un grande pennello. Ecco, i pennelli di Jimmy saranno tre, tutti grandi, anzi grandissimi professionisti. Ad iniziare da lui: l’uomo che gli terrà compagnia sulla casa galleggiante, l’uomo assieme al quale ascolterà la soffice ballata Babe I’m Gonna Leave You di Joan Baez e la rude You Shook Me ripescata da un vecchio EP del bluesman Muddy Waters, ma sopratutto l’uomo che diventerà la voce del nuovo progetto di Jimmy-il-fenomeno (che all’inizio aveva pensato di assoldare il cantante Terry Reid, che però declinerà la proposta per ragioni contrattuali…).

Già, lui: Mr. Robert Anthony Plant, che fu scoperto dal Nostro mentre si esibiva nei suoi portentosi gorgheggi assieme ai misconosciuti Hobbstweedle, in occasione di un concerto presso un cadente collegio di insegnanti; lui che ancora oggi suscita queste precise emozioni nell’uomo che lo porterà alla ribalta: “Mi bastava guardarlo per innervosirmi”, ricorderà poi Jimmy Page, “succede anche oggi, ogni volta che lo ascolto, è come se la sua voce fosse un gemito primordiale”.

Alto, magrissimo, boccoluto e biondo: ecco la descrizione fisica del ventenne Robert Plant. A vederlo non diresti mai che “tutta quella voce” esce da quell’esile fuscello d’uomo. Invece è così. Ma Jimmy è costantemente a caccia di opposti, nella vita così come nell’arte: ed ecco che a fianco del longilineo ragazzo, o meglio, alle sue spalle, ci piazzerà un tipo che è il suo esatto contrario. Nerboruto, forte, la faccia dura, a tratti arcigna.

È deciso: se Plant è l’angelo, lui sarà l’esatto opposto. Figlio di un carpentiere, John Henry Bonham detto Bonzo cresce vicino a Plant, in quel di Kidderminster, martellando su tutto ciò che trova. A sedici anni lascia la scuola, e va a lavorare con suo padre. Trasporta sacchi di mattoni nei cantieri edili. Si fa un mazzo così. Quell’esperienza però gli serve: si fa i muscoli che poi utilizzerà alla batteria. Cazzo, che modi i suoi: più che suonarla lui la percuote di brutto. Ed è vedendolo in azione che Jimmy intuisce quale dovrà essere la via da seguire: “La prima volta che me lo trovai davanti”, ricorderà poi il diretto interessato, “era mentre si esibiva al Country Club di Londra assieme a Tim Rose”.

Teniamo conto di una cosa: all’epoca Page sta ancora considerando l’opzione di formare un complesso grossomodo a imitazione dei Pentangle, e del loro folk; poi ascolta l’attacco senza pietà di Bonzo sul rullante e… capisce. Capisce che la sua musica ha bisogno di quel rullo compressore mulinante gambe e braccia. Punto. L’idea di Page è un sogno impossibile, a meno che non sistemi tutte le tessere del puzzle al posto giusto. Ne ha trovate due, gli manca la terza: la troverà in un giovanotto dall’aspetto da elfo, quasi insignificante, ma dall’enorme talento.

…alla fine sta per realizzarsi il sogno proibito di Jimmy Page: forgiare un sound hard-blues umoral-chiaroscurale che bruci in 3D come una finestra aperta verso ignote dimensioni artistiche

John Paul Jones, nato John Richard Baldwin, ha un curriculum lungo così quando viene cooptato da Jimmy: ha lavorato con Donovan, per dire; e pur essendo sposato, trascorre i suoi giorni perlopiù in sala di incisione, arrangiando della musica orchestrale o magari dirigendola. Piccolo aneddoto: durante il 1967, Paul-l’elfo, 21 anni appena, è convocato da tal Andrew Loog Oldham, manager e producer dei mitici Rolling Stones, affinché lavori all’arrangiamento d’archi della psichedelica She’s A Rainbow.

Missione compiuta. John-l’elfo riesce nell’impresa, e regala al brano contenuto in Their Satanic Majesties Request, sesto lisergico lp di Mick Jagger & Co., la sua veste orchestrale definitiva. Complimenti John, hai fatto davvero un lavoro superbo. Eppure anche tu, proprio come Jimmy-il-fenomeno, incominci ad averne abbastanza di vivere rintanato come una strana bestia negli studi di registrazione. Infatti scleri di brutto. Fortuna che la tua consorte è una tipa sveglia, che non si lascia sfuggire certi dettagli: “Avevo iniziato a gestire e arrangiare quaranta o cinquanta cose al mese”, ricorderà poi il futuro bassista della nuova formazione di Page, “e finii semplicemente con il mettermi davanti un pezzo di carta bianco, sedermici di fronte e fissarlo. Poi, mi unii alla neonata band di Jimmy, dopo che la mia signora mi disse: ‘La vuoi smettere sì o no di trascinarti per casa? Fai qualcosa, entra in una band’. E io: ‘Di cosa stai parlando, non c’è una sola band con cui vorrei suonare’. E lei: ‘Beh, senti, credo di averlo letto su Disc: Jimmy Page sta formando un gruppo… perché non gli telefoni?’ Così lo chiamai e dissi: ‘Jim, come va?’”.

Il resto è storia: ma storia per davvero, tipo con la s maiscola. Perché alla fine sta per realizzarsi il sogno proibito di Jimmy Page: forgiare un sound hard-blues umoral-chiaroscurale che bruci in 3D come una finestra aperta verso ignote dimensioni artistiche. Ma le nostre sono soltanto vacue parole, che pertanto non rendono la sensazione di euforia sperimentata dal neonato quartetto sin dal giorno della sua prima miticissima prova: “Ci incontrammo in una stanza molto piccola”, ricorderà ex-post il neoassunto bassista, “volevamo vedere se riuscivamo a sopportarci a vicenda”. Ovviamente, il primo a rompere le acque è il gran capo in persona:

PAGE: Be’, siamo tutti qui, che cosa suoniamo?

BONZO: Non lo so. Tu che cosa conosci?

PAGE: Che ne dite di fare Train Kept A-Rollin’?

BONZO: No, è meglio di no, sai…

PAGE: Eddai, è facile da suonare: è una cosetta dal sol al la.

Poi Page incomincia a battere il piede a ritmo. Il pezzo parte ed un tripudio di elettricità viva invade la stanza: perché c’erano amplificatori dappertutto lì dentro, da muro a muro, terribili, tutti vecchi e male in arnese, ma quando il sangue elettrico ne percorse i circuiti… magia: nacquero i Led Zeppelin! Già, quel nome: quasi identico a quello inventato dai due Who mentre se ne stavano seduti al bar a sparlare del resto della band. Tocca ammettere che le cosiddette situazioni bar-like, ossia mentre si sta seduti e si sorseggia un drink, sono da sempre quelle più propizie alla disciplina del cazzeggio creativo.

Persino Jimmy-il-fenomeno ne è al corrente, e a quanto pare non solo lui: “Un giorno ce ne stavamo seduti a spiattellare nomi”, preciserà a questo proposito il chitarrista, “e alla fine fummo d’accordo che non era tanto importante il nome scelto quanto il fatto che venisse accettata la nostra musica. Personalmente mi stava a cuore il nome Lead Zeppelin, però senza la a, in modo da non dare troppi riferimenti precisi. Sembrava calzare a pennello per noi. Aveva qualcosa a che fare con l’espressione popolare ‘un cattivo scherzo sale come un palloncino di piombo’. E poi c’era un briciolo della connotazione leggero/pesante che faceva tanto Iron Butterfly”.

Allora è deciso: i Led Zeppelin, future rock star, castigatori di groupies, distruttori di stanze d’albergo, adoratori del demonio o anche peggio, creatori di buona parte della classica mitologia rock degli imminenti Seventies… si chiameranno Led Zeppelin. Attenzione. È un momento storico, questo. Una band qualunque che qualunque non è sta per esibirsi dal vivo, e sa come lo sappiamo noi che questa notte, 4 settembre 1968, a Copenaghen, sarà l’ultima in cui suonerà usando la ragione sociale un tantinello fantomatica di The New Yardbirds: “I concerti scandinavi”, preciserà poi Chris Welch, lo scrittore nonché futuro compagno d’avventure on the road dei Nostri, “furono il laboratorio in cui il gruppo mise a punto la sua alchimia e inventò – o reinventò – uno stile, giudicando il successo o il fallimento di ogni nuova direzione presa sulla base della reazione dell’audience danese”.

Quel che gli spettatori, perlopiù dei ragazzini, evidentemente ben disposti verso la musica del futuro, possono osservare dal basso del palco è quanto segue: quattro tizi stravaganti che suonano con foga incendiaria un sacco di pezzi sconosciuti ma fichissimi (fra cui spiccano: una versione senza parole di Communication Breakdown e una versione di Dazed And Confused con un nuovo testo), che viaggiano alla velocità della luce verso il Valhalla del nuovo “Heavy Sound” (poiché la parola hard-rock non sarà più in grado di descrivere quel che i Nostri suoneranno di qui in avanti).

Ma questa è solo metà della storia. Poi c’è l’altra metà, e stavolta a raccontarcela sarà uno dei suoi diretti protagonisti: “Accadde per la prima volta sul palco quella notte”, ricorderà anni dopo, ancora sommamente sbigottito, il biondocrinito Plant, “non stavo cerando di cantare a tempo ma la voce finiva sempre per imitare la chitarra”. Certe cose accadono e basta. Page e Plant non si sono dati disposizioni a riguardo, ma il “miracolo” viene fuori durante un’incendiaria versione di You Shook Me; il resto della band lo nota e ne rimane compiaciuto. Poi, terminati gli impegni all’estero, tutto accade in rapida sequenza: il gruppo ritorna nella grigia Londra, ed entra finalmente negli studi di registrazione.

“Se qualcuno vuole fabbricare un gruppo, finisce semplicemente per perderci” (Melody Maker, 1969)

Il tempo della gloria è giunto, e gloria sarà: registrato nell’ottobre del 1968 presso gli Olympic Studios di Barnes, South London, l’eponimo esordio dei Led Zeppelin è un disco che lascia ancora oggi tramortiti. Il sound, basilarmente, è quello esibito da Jeff Beck nel suo album di quell’anno, Truth: ossia un blues rock duro ma versatile e comunicativo che scavalca quello dei padri fondatori a sinistra e fa intravedere le infinite potenzialità di un genere ritenuto fino ad allora qualcosa di meramente revivalistico. Prendiamo ad esempio il pezzo You Shook Me, a firma Willie Dixon: entrambi i dischi ce l’hanno in scaletta, ed entrambe le cover sono notabili, con una sola piccola ma significativa differenza: la You Shook Me di Jeff Beck cantata da Rod Stewart spacca, mentre la You Shook Me con la voce di Plant che ruggisce assieme alla chitarra di Page… vola… anzi si arrampica con gli artigli verso nuove dimensioni musicali, là dove la musica del diavolo e quella degli angeli sono unite da un impensabile quanto eccitante cordone ombelicale. Letteralmente.

Il resto della tracklist (fondamentalmente la scaletta scandinava del gruppo, meno un paio di song) non sfigura minimamente al confronto di tale gemma: dal lamento folk di Babe I’m Gonna Leave You (che vede impegnato Page ad arpeggiare con una chitarra acustica Gibson J-200) ai sei minuti del maelstrom emotivo di Dazed And Confused (il loro classico per eccellenza del primo periodo, che scaraventa i Mi della chitarra elettrica percossa dall’archetto in un’atmosfera cupa e stregonesca degna del Musorgskij di Una notte sul Monte Calvo), passando attraverso: numeri di rock’n’roll acrobatico senza fronzoli (tipo l’opener Good Times Bad Times e soprattutto il panzer-sound di Communication Breakdown, stracarica di riff a metà fra Hendrix e B.B. King), intermezzi “sitareggianti” (Black Mountain Side), più dei blues tutto sommato rispettosi del canone (I Can’t Quit You Baby del solito Willie Dixon), e altri che invece picchiano duro allo stomaco (How Many More Times), ai quali si affiancano episodi eccentrici rispetto al sound lento/veloce coniato dal gruppo (tipo Your Time Is Gonna Come, che dà spazio alle abilità di John Paul Jones all’organo da chiesa).

“…la risposta positiva è sempre arrivata dalla gente e mai dalla critica. Ho vissuto la stessa cosa nella mia carriera solista. Mi mettono sempre in paragone con i Led Zeppelin, cercano di screditarmi o si lamentano per i miei continui cambiamenti. Io faccio quello che ho sempre fatto. Mi diverto e mi muovo sul palco come un fottuto pazzo” [Robert Plant]

Trenta ore di studio, zero o quasi effetti speciali, et voilà… il primo lp-capolavoro targato Led Zeppelin è consegnato alla Storia. Tutto bene, dunque? Una rivoluzione in note è incominciata e la sua avanzata si preannuncia inarrestabile? Risposta secca: sì e no, perché la volubile quanto modaiola stampa britannica rimprovererà al “gruppo di heavy music” un volume troppo alto più altre amenità simili. Ad esempio, il Melody Maker arriverà persino ad affermare quanto segue: “Se qualcuno vuole fabbricare un gruppo, finisce semplicemente per perderci”.

L’accusa è palese: i Led Zeppelin sarebbero tipo… una band costruita a tavolino da dei tipi avidi di celebrità e denaro, e pertanto poco disposti a fare della vera musica o ancor meglio della vera arte. Bordata n°1 a segno. Avanti il prossimo: nel caso, la blasonata rivista americana Rolling Stone, che così scriverà: “Niente che non sia già stato detto meglio pochi mesi fa dalla band “gemella” di Jeff Beck”. Bugia. I Led Zeppelin – che pubblicizzeranno il loro primo disco sulle pagine delle riviste specializzate con lo slogan “Led Zeppelin – the only way to fly” – non sono niente di tutto ciò. Eppure, come vedremo tra non molto, faticheranno a dimostrare il contrario. Nel frattempo cerchiamo di essere pazienti e poi… vestiamoci eleganti: perché il 9 novembre Mr. Robert Plant sposerà la sua Maureen, incinta di otto mesi. Auguri e mille di questi giorni, amico. E se il carovita ti preoccupa, o temi che la tua nuova band non riesca a darti di che vivere… beh, sappi che ti dovrai ricredere…

Miti e riti di una band in ascesa

“Noi facevamo musica molto inglese, con profonde radici blues. Non c’era competizione con nessuno, non eravamo una pop band. Eravamo popolari, ma certamente non eravamo pop” [Robert Plant]

… perché la tua band ha venduto il disco d’esordio nientemeno che alla major Atlantic, ossia dell’etichetta che vent’anni prima aveva lanciato il r’n’b presso il pubblico di massa, e lo ha fatto per una cifra a dir poco pazzesca. Ora, non soffermiamoci sul numero di bigliettoni verdi sganciati dal colosso discografico per pubblicare l’lp Led Zeppelin, e cerchiamo invece di comprendere l’effetto che sortì la diffusione di tale news. Piccola premessa: quando le voci del lauto contratto incominciarono a diffondersi, ad accompagnarle ci furono le “solite” accuse di montatura.

In effetti, alla fine degli anni Sessanta, il pubblico sta diventando sempre più scettico verso le rock band che vendono l’anima al diavolo (pardon… alle major). L’accusa di capitalismo borghese non risparmia nemmeno gli idoli giovanili più blasonati, durante gli anni della contestazione (vedi alla voce: Beatles & Stones). Comunque sia, nel caso dei Zeppelin, la verità è un’altra: Jimmy Page volerà a New York, sede della major, con i nastri del primo lp, e riuscirà ad ottenere un contratto da far strabuzzare gli occhi, ma lo farà senza vendere l’anima al diavolo, poiché strapperà a quei businessmen poco interessati all’arte e molto alle cifre una clausola relativa alla libertà artistica davvero invidiabile.

E sempre a proposito di cifre: non pensate anche voi che un disco realizzato con sole 1.782 sterline e destinato a vendere per una cifra pari a 3.5 millioni di sterline sia un successo difficile da replicare? Beh, se la vostra risposta è sì, allora non avete idea di cosa sono in grado di fare i Led Zeppelin. E fra le tante cose che stanno imparando a fare benissimo, ci sono le tournée, specie in America, la terra che per prima li accoglierà a braccia aperte: “Dopo l’uscita di Led Zeppelin”, ricorderà poi Peter James, cioè il manager che li aiuterà a sfondare in USA, “il gruppo passò i successivi 18 mesi on the road per complessivi 6 tour americani”.

Tutto bene quel che finisce bene, dunque? Ancora una volta, no: perché persino durante la prima trionfale serie di concerti a stelle & strisce non mancheranno le critiche, che con nostro sommo stupore colpiranno soprattutto lui: “Dei quattro membri dei Led Zeppelin”, confesserà il tour manager Richard Cole, “Plant era quello più aspramente criticato, sia fuori dalla band che al suo interno”. Bersaglio preferito della critica al biondocrinito frontman: i suoi gemiti, sospesi fra blues e opera lirica, forse un po’ troppo in anticipo sui tempi. La parola di nuovo a Cole: “Ero solito nascondere i reportage della stampa perché erano estremamente critici… non glieli lasciavo vedere”.

In effetti, la presenza scenica del cantante in quei primi concerti era… come dire?… un tantinello traballante. E ad accorgersene fu anche il suo gruppo, che gli appiopperà un soprannome un po’ molliccio, da dandy: Percy. Per non parlare poi di Jimmy-il-fenomeno, che quasi lo lascerà a casa dopo il primo tour: “All’epoca”, confermerà infatti Cole, “la presenza di Robert nella band era estremamente incerta, poiché non sembrava in grado di soddisfare le aspettative di Page”. Poi tutto filerà liscio: per fortuna loro ma soprattutto nostra. C’è da dire che, problemi o non problemi, quei tour americani furono davvero fortunati. Infatti contribuirono a creare e via via consolidare – concerto dopo concerto, trionfo dopo trionfo, eccesso dopo eccesso, soprattutto a partire dal terzo tour (sempre in quel mitico 1969…) – la pessima reputazione di cui il gruppo ancora oggi gode.

Domanda maliziosetta: che l’intera faccenda sia riducibile alla solita equazione rock+droga+sesso sfrenato? La risposta è sì, ovviamente sì; solo che stavolta i “misfatti” sono destinati ad ingigantire, fino ad assumere proporzioni vieppiù leggendarie. A seguire, un breve elenco delle tipologie di misfatti comunemente associati ai Led Zeppelin:

Misfatto n°1: i Led Zeppelin abusano oltre ogni limite delle cortigiane del rock chiamate groupie;

Misfatto n°2: i Led Zeppelin riducono ad un colabrodo gli hotel di lusso che hanno la (s)fortuna di ospitali durante i tour;

Misfatto n°3: i Led Zeppelin sarebbero degli adoratori di Satana impenitenti che occuperebbero una parte cospicua del proprio tempo libero praticando invocazioni spiritiche e chiromanzia al lume di candela;

Misfatti vari e assortiti: i Led Zeppelin avrebbero nell’ordine: a) Scopato vergini in pubblico, sui tavoli dei night club; b) Bevuto liquidi vaginali direttamente dalla fonte; c) Immerso in vasche colme di fagioli bollenti alcune dolci pulzelle prima di farci sesso assieme; d) Picchiato donne nei modi più vari, cruenti e creativi; e) Venduto l’anima al Diavolo in cambio della loro arte; f) Abusato di ogni tipo di droga e alcol reperibile sul mercato.

Già, i miti: per uno vero ce ne sono cento falsi. Alcuni risultano improbabili e pittorici sin da quando cominciano a circolare. Altri invece sono come i virus, che manco te ne accorgi e ti infettano la vita. Il mito-virus per eccellenza di Page & Co. è forse la cosiddetta “Storia dello squalo”, e il suo inizio sarebbe stato all’incircapiùomenoquasi questo…

Seattle Pop Festival, 27 luglio 1969. Dopo essersi esibiti davanti ad un pubblico osannante, i quattro musicisti inglesi si ritirano al Edgewater Inn, un bel hotel che affaccia su un lago e dal quale ai clienti è permesso pescare direttamente dalla finestra della propria camera. Secondo quanto riportato da Stephen Davis, autore della biografia della band, i Led Zeppelin quella sera d’estate si appartarono con una groupie dai capelli rossi in una delle stanze dell’albergo, e passarono la serata infilando pezzi di squalo nei suoi orifizi.

Davis ha dichiarato di aver appreso questo singolare aneddoto dal manager della band, Richard Cole, che secondo un’altra versione sarebbe l’unico responsabile del deplorevole quanto squalesco episodio. Un altra versione dell’episodio vedrebbe invece coinvolti i Vanilla Fudge al posto dei Led Zeppeli: infatti, stando a quanto dichiarato dal batterista della band newyorkese, Carmine Appice, la giovane sarebbe stata una sua groupie e il misfatto fra lui e lei sarebbe stato filmato per intero dal tastierista del gruppo Mark Stein. A quanto pare l’episodio ebbe luogo la stessa notte in cui i Zeppelin si trovavano nell’hotel, ma sembra che il solo John Bonham sia stato testimone dell’accaduto.

Ovviamente, gratta gratta, alla radice di ogni leggenda sui Led Zeppelin c’è sempre un fondo di verità. O almeno così piace credere alla gente: “Tutta la depravazione della band”, dirà poi il tour manager della band Richard Cole, “si concentrò nei primi due anni, nel mezzo di una nebbia alcolica. Dopodiché crescemmo e superammo quella fase”. Occhio alla fase alcolica di Jimmy-il-fenomeno e compagni: perché l’alcol aveva una duplice funzione nel tipo di divertimenti praticati dalla band: da una parte le bottiglie di bumba contenevano il lubrificante alcolico di interminabili crazy nights, mentre dall’altro… Beh, dall’altro la band scoprì quanto segue: “A un certo punto scoprimmo che le ragazze”, confesserà tempo dopo Jimmy Page, fra il serio e il faceto, “adoravano essere scopate col collo di una bottiglia”.

Durante tutto il 1969, ossia nel primo anno della loro vita depravata, i Led Zeppelin erano soliti dirsi scherzosamente l’un l’altro: “Fa’ attenzione a non finire come Fatty Arbuckle”, che era il divo del cinema muto la cui carriera venne distrutta dalla notizia che aveva accidentalmente ucciso una tipa mentre se la stava scopando con… una bottiglia di champagne! E a proposito di bevande alcoliche con le bollicine, siamo sicuri che ne stappò una bottiglia anche la giornalista Ellen Sander quando la sua rivista, Life, decise che avrebbe seguito da vicino i Led Zeppelin in tour negli States.

Le cose andarono più o meno così: la cronista e il suo fotografo all’inizio avrebbero dovuto dare “la caccia” agli Who, che in quel periodo suonavano oltremanica e che sarebbero stati uno dei pochi gruppi britannici a partecipare al mitico raduno di Woodstock. Poi, la cosa saltò. E il gruppo simbolo dei mod venne rimpiazzato dal gruppo simbolo della nuova gioventù teen a stelle e strisce: i Led Zeppelin. Sulle prime, Ellen tentò di girare attorno ad ogni membro del gruppo con circospezione: voleva analizzarne il comportamento, il carattere e tutte le più piccole idiosincrasie, quasi il suo fosse uno studio antropologico. Poi, si fece coinvolgere dal selvaggio vitalismo dei quattro britannici; tanto che il solito Cole organizzò una serie di scommesse su chi di loro se la sarebbe scopata per primo. Scopate a parte, il lavoro svolto dalla giornalista fu illuminante; perché attraverso le sue osservazioni scopriamo che:

a) Plant “era virile, bello in un modo oscenamente sgraziato”; b) Page era “etereo, effemminato, pallido e fragile”; c) Bonzo suonava “la batteria ferocemente, spesso a torso nudo, sudando come un gorilla all’attacco”; d) John Paul Jones era “il coordinatore di tutto e si manteneva nell’ombra”.

Gran belle osservazioni, Mrs. Sander: i Led Zeppelin sono tutto questo, e molto altro ancora, come dimostrerà l’ineccepibile quanto sconsolata conclusione del tuo report: “Pur avendo miseramente fallito ogni tentativo per mantenere il proprio comportamento entro i livelli minimi di decenza umana”, sentenzierà la donna, “hanno suonato bene in quasi ogni data del tour”. È vero: i Led Zeppelin si sono trasformati in una vera e propria macchina per i live.

La carica di energia che sprigionano ogni qual volta salgono sul palco è sbalorditiva, e sopperisce persino alle grane causate incidentalmente dal malfunzionamento degli strumenti o di altri apparati di scena. In più, è ormai chiaro a tutti che i Led Zeppelin sono delle star. Sì, delle fottute rockstar; e come tali si trascinano appresso un surplus di valenze simboliche (erotismo, fama, eccessi ecc.) che nessuna figura, nella neonata “società dell’immagine”, sa incarnare meglio di loro. Ma come ogni ricetta grand gourmet che si rispetti, anche questa ha i suoi segreti. O per meglio dire il suo “ingrediente segreto”, che Page definirà così, sulle pagine di Repubblica in data 12 luglio 2014:

INTERVISTATORE: C’è qualcosa che l’ha sorpresa nel ripassare in rassegna tutti quegli anni?

JIMMY PAGE: Sì… il vincolo, la forza del vincolo che ci univa. La ricerca della qualità in qualsiasi circostanza. Se siamo riusciti a sfondare è grazie a questo sforzo d’insieme in cui ognuno di noi ha lavorato a fondo. E questo ha dato luogo a un’opera d’insieme, molto potente e ampia come concezione intellettuale. Posso dire che non mi pento di quello che abbiamo fatto.

I Led Zeppelin anno 1969 vivono in un mondo frenetico, che non ti lascia riprendere fiato e ti spreme come un limone. Dopotutto tu sei la rockstar che vende, e il business non può aspettare. Ed è questo che spinge Page a (ri)volare fino a New York: perché fra una tappa e l’altra del tour c’è da registrare un nuovo disco, che sfrutti i fenomenali riff accantonati da quello precedente e soprattutto che riesca a fare ancora più grana. Piano ineccepibile, non c’è che dire: peccato che la band sia sempre più concentrata sul lato artistico della faccenda (vedi il concerto al Kinetic Circus di Chicago, dove Dazed And Confused si dilata, psichedelica, fino oltre i 20 minuti) e tralasci gli immancabili “avvertimenti” degli alti papaveri Atlantic (che vogliono un nuovo lp sugli scaffali di dischi per l’autunno successivo, e non si fanno scrupolo di comunicarlo alla band proprio mentre festeggia l’ottenimento del suo primo Disco d’oro al Plaza Hotel di New York).

Sia come sia, incurante delle mille follie della vita on the road, nonché dell’incipiente quanto tardivo successo in madre patria, il gruppo dà alla luce il suo secondo 33 giri. Titolo dell’album: Led Zeppelin II. Data di uscita: 22 ottobre 1969. Tratto predominante: il feeling live che si respira in ciascuna delle 9 tracce in scaletta. La parola a Eddie Kramer, il tecnico del suono che lavora a quelle tracce e che ha già prestato i suoi servigi per big del rock inglese tipo i Traffic e Hendrix: “Il disco che verrà pubblicizzato col motto ‘Led Zeppelin II Now Flying’, fu mixato in due giorni allo Studio A&R, su una console Altec a dodici canali con solo due leve di controllo”.

…ormai i Led Zeppelin sono più famosi dei Beatles

Detta fuori dai denti: sarà capace la più primitiva console del mondo di catturate il sound in evoluzione di Jimmy & Soci? La risposta è un bel sì: perché nonostante le canzoni siano state registrate un po’ ovunque stavolta (dall’Inghilterra al Nord America), e i nastri continuino ad arrivare a Londra da posti lontani come Vancouver e Los Angeles, è innegabile che l’opera nel suo complesso riveli un’identità artistica unitaria.

Detto altrimenti: sarà perché Jimmy qui imbraccia una Les Paul al posto della solita Telecaster, sarà perché il gruppo ha imparato davvero a suonare compatto e unito, sarà perché certi riff rimandano dritti ai “soliti” Willie Dixon e Howlin’ Wolf, sarà perché il sound nel suo assieme diventa più ricercato e il nuovo hard rock di casa non disdegna l’uso di un oscillatore elettronico inventato nell’Unione Sovietica degli anni venti da tal Lev Sergeevič Theremin; insomma: sarà per queste ragioni o per molte altre ancora, ma Led Zeppelin II (prevendite stimate: 400.000 copie) raggiunge sparato il primo posto nella classifica Billboard 200 (e ci rimarrà per ben sette settimane di fila!). E ora che abbiamo il nuovo lp degli ex Yardbirds fra le mani, sarà il caso di poggiarlo sulla piastra del giradischi e di far calare la puntina. Il pick-up batte sul bordo nero del vinile. Partono i primi fruscii. E poi… un esplosione di blues al fulmicotone: Whole Lotta Love.

Ormai i Led Zeppelin sono più famosi dei Beatles, e le radio vogliono i loro singoli. Eppure… “Ci furono grosse polemiche con l’Atlantic”, ricorderà in seguito Page, “per la mancata uscita a 45 giri di Whole Lotta Love, che era un brano assai popolare”. Già, le major: ti dicono cosa suonare, come suonarlo e perfino di che lunghezza deve essere il tuo pezzo. In effetti, secondo gli standard della promozione radiofonica dell’epoca, una durata di 5:34 è decisamente eccessiva. Per ovviare all’inconveniente, si dicono alcuni dei capoccioni della casa discografica, si potrebbe tipo… tagliare l’intermezzo in cui Page e Plant, l’uno alla voce l’altro alla sei corde elettrica, si inseguono e gemono ricreando una frenesia sessuale che puzza di rito pagano.

“Alcune delle nostre canzoni hanno un fascino senza tempo. A volte penso che sarebbe meglio se non lo avessero, così potrei andare avanti con la mia vita e non essere costretto a ricordare sempre il passato” [Robert Plant]

Già, si potrebbe: se non fosse che Jimmy-il-fenomeno si oppone risolutamente a questa soluzione. Logicamente, le stazioni radio non rinunceranno al loro singolo e faranno da sé: infatti taglieranno e ricuciranno il pezzo senza la sezione strumental-vocale incriminata, e poi… boom… faranno esplodere i transistor delle radio a cui tengono appiccicato l’orecchio centinaia di migliaia di fan sparsi per il mondo.

Aperta parentesi: il riff di Whole Lotta Love è senza dubbio uno dei più famosi della storia del rock, e a quanto pare nacque da una “rielaborazione” pageiana del pezzo You Need Love, sgorgato dalla penna del bluesman Willie Dixon ed inciso nel 1962 dal re del blues elettrico Muddy Waters. Ora immaginate le polemiche dei critici con la puzza sotto il naso. Immaginatele e ridetene. Perché un giorno il biondocrinito Plant si deciderà a dire la sua sul brano-capolavoro, e manderà definitivamente in soffitta tutte le polemiche seguite alla disputa legale sui relativi diritti d’autore: “Il riff di Page era il riff di Page. Era lì prima di qualunque altra cosa… beh… che altro dire?… ti pizzicano solo quando hai successo”.

Riassunto delle puntate precedenti: corre l’anno 1966 quando gli Small Faces di Steve Marriott registrano il brano col titolo You Need Loving, che finisce nel loro omonimo disco di debutto e mostra alcune somiglianze sospette con un certo brano di un certo bluesman. Piccolo dettaglio: come risaputo una parte del testo di Whole Lotta Love dei Led Zeppelin fu tratta proprio dalla song di quel certo bluesman, mentre il fraseggio vocale di Plant rislutava piuttosto simile a quello esibito del compianto Marriott nella sua You Need Loving.

Ed ecco l’inghippo: ogni qual volta in musica risulta poco evidente il confine fra citazione e plagio, beh… allora sono… come dire?… cavoli acidi. O meglio ancora cause legali, acidissime; tipo quella intentata da Willie Dixon nel 1985 ai Led Zeppelin, che ebbe come risultato un risarcimento, d’importo imprecisato, a favore del bluesman (che stranamente non porterà mai davanti a una corte gli Small Faces, e infatti ancora oggi You Need Loving è accreditata ai soli Ronnie Lane & Steve Marriott).

Dunque, questo è quanto. Funziona così nel meraviglioso mondo dello showbiz! Fortuna che tutti gli altri pezzi in scaletta su Led Zeppelin II sprizzano una tal quantità di inventiva ed energia da lasciare attoniti persino (gl)i (ormai pochi) detrattori del gruppo. Oggi quei pezzi sono tutti dei classici, e chi li ascolta lo fa con un senso di devozione quasi religioso: dalla chiassosa Moby Dick (un assolo dei più famosi della storia del rock: thank you forever, Bonzo!) fino alla cingolata Heartbreaker o alla possente Rumble On, passando per l’ennesima “rilettura creativa” (non chiamatelo plagio, please) di Bring It On Home (che fa il verso ad un pezzo di Sonny Boy Williamson II) e della stupenda The Lemon Song (che cita Killing Floor, altro celeberrimo pezzo di Howlin’ Wolf), fino ad arrivare ad oasi incontaminate di pura poesia rock: tipo l’incantesimo slow/loud lanciato da What Is and What Should Never Be o lo slow rock Thank You, che funge da perfetto contrappeso ai pezzi elettrici del gruppo. Manco a dirlo, anche stavolta i teenager impazzirono per il sound di LZII. I critici invece… no; perlomeno quelli del solito Rolling Stone, che fecero il culo a strisce alla band, accusata senza mezzi termini di plagio.

Il 1969 giunge al termine: il gruppo ritorna in Inghilterra e si dà agli affari immobiliari. Bonzo acquista una casa nelle vicinanze di una vecchia fattoria nei pressi di West Hagley. Plant va invece ad abitare nella proprietà di Jennings Farm, a Blakeshall: lì, proprio dove la leggenda narra che il re Carlo I si sia fermato per il tè dopo aver perduto la battaglia di Worcester, la famiglia del biondo cantante si trasferisce e incomincia ad arare il terreno e ad allevare le galline. Come dire: dalle stelle alle stalle. Alla lettera.

I Led Zeppelin sono diventati gli idoli della nuova generazione di adolescenti, e lo hanno fatto quasi senza apparire in tv e rinunciando alla logica mercantile dei 45 giri, che avrebbe svilito nel complesso la loro idea di arte. La loro carriera è in fin dei conti una specie di folle partita a scacchi aperta con critica e pubblico. Ma il successo e la gloria non sono tutto nella storia del gruppo. E lo dimostrarcelo c’è qui la loro prossima mossa.

Quella casa sul lago…

“Ho impiegato il sistema di Crowley in ogni singolo giorno della mia vita” [Jimmy Page]

Scozia, 1970. Suppergiù a venti miglia dalla città di Inverness, sulla riva orientale del lago di Loch Ness, quella meno battuta dalle torme di turisti a caccia di una foto del fantomatico “mostro” Nessie, sorge una vecchia e grande villa a un solo piano. Il suo nome è Boleskine House. Caratteristiche peculiari: è un posto isolato e senza vicini che possano disturbare, ha una stanza posta al centro esatto dell’edificio, più una porta che dà a nord e che si apre su una spiaggia sabbiosa. Ora, perché è importante che davanti alla spettrale villa delle highlands ci sia una spiaggia sabbiosa?

A dire il vero per saperlo dovremmo interrogare tal Edward Alexander Crowley: mago di professione, esoterista per passione, occultista all’occorrenza, e al momento… irreperibile (è deceduto infatti il 1º dicembre 1947, in quel di Hastings, dopo aver vissuto nella nostra villa dal 1899 al 1918). Niente paura, però; c’abbiamo il piano b: possiamo sempre provare a contattarlo attraverso l’esperimento che il mago dell’occulto tentò in quella villa, e che ora anche un suo volenteroso proselite fai-da-te sta per tentare: l’evocazione degli spiriti dei defunti.

Pronti per l’inattesa prova di negromanzia? Allora, via con l’esperimento: prendiamo un tavolino a tre gambe, sediamoci a cerchio, e poi congiungiamo le une alle altre le nostre mani, finché… qualcosa accade! Parola di Mr. Crowley. Ok, già vedo le vostre facce: voi non credete nell’adilà, nel contatto con le anime dei trapassati, nelle arti arcane che tutto possono o quasi. Lui però ci crede. Ecco perché ha acquistato quella villa! Lì, in certe sere d’estate, o altresì d’inverno, il chitarrista anglosassone più in voga fra i teenager invoca i morti, che una volta scesi quaggiù, più di preciso sulle sabbie del misterioso lago, finiranno col lasciare un’impronta, presumibilmente a forma di piede, a testimonianza incontrovertibile del proprio passaggio terreno. Ok, rivedo le vostre facce. Ancora una volta voi dubitate. E forse fate bene a farlo. Chissà. Ma riprendiamo il filo di questa storia: abbandonata per molti anni all’incuria e al degrado, Boleskine House sarà acquistata – come avrete intuito – nel 1970 nientemeno che da Jimmy Page, chitarrista dei giovani ma già leggendari Led Zeppelin, che la trasformerà nella propria dimora.

Domanda ingenua: perché mai una rockstar di successo, idolatrata da milioni di fan sparsi per il mondo, deciderebbe di abitare in un posto che, a quanto si dice, è legato alle forze infere e forse porta anche un tantinello sfiga? Risposta altrettanto ingenua: forse perché il diretto interessato vuole a ogni costo ricalcare le orme del suo occulto maestro, Mr. Crowley, nonché dei suoi strani culti e delle sue ancor più strane riunioni private. In effetti è lo stesso Jimmy-il-fenomeno, per l’occasione trasformatosi in Jimmy-l’occultista, che un giorno spiegherà di sua sponte, con parole più che lapidarie, la passione che lo legò a quel posto e al suo più controverso proprietario, di cui inizierà a collezionare i cimeli negli anni a venire: “Ho impiegato il sistema di Crowley in ogni singolo giorno della mia vita”.

Una massima bella, anzi bellissima, non è vero? Trasuda risolutezza e anche una profonda affezione al profeta delle scienze occulte. Ma per comprenderne a pieno la portata etico-filosofica bisognerà affiancargli un’altra frase, che poi sarebbe il motto personale di Crowley: “Do what thou wilt shall be the whole of the Law”. Tradotto: “Fai ciò che vuoi sarà tutta la Legge”.

È la legge di Thelema: che poi sarebbe il nome della filosofia elaborata da Mr. Crowley agli inizi del Novecento, dopo aver trascorso un periodo in Egitto ed aver stretto “amicizia” con un’essenza incorporea o “preterumana” denominata Aiwass, che a quanto pare lo contattò e gli dettò un testo conosciuto come The Book Of Law (contenente tutti i principi base del perfetto thelemiano, incluso il sopraccitato).

Idea base del credo: emancipati dalle false credenze e dalle convenzioni sociali ed eleva la tua volontà a forza magica capace di rivelare il tuo vero destino su questa terra. Caspita, che paroloni: nemmeno un santone Hindu che avesse studiato il pensiero di Nietzsche sarebbe stato capace di enunciarli. In realtà, nonostante una certa loro aerea quanto poetica inconsistenza, i dettami thelemiani piacquero a un sacco di gente, incluso il nostro amico Jimmy-l’occultista (o per meglio dire: l’aspirante tale). Ma la sua dedizione al credo thelemita non sarà da subito palese, e si nasconderà invece nelle pieghe del suo lavoro con i Led Zeppelin. Tipo nel loro terzo disco, che uscirà il 5 ottobre del 1970 e che tra i solchi vuoti della first pressing in vinile celerà (tutto merito dell’audio engineer Terry Manning) una frase scritta in inglese antico dal sapore vagamente familiare: “Do what thou wilt so mote be it”. E ora riavvolgiamo il nastro. È tempo di rivivere il making di quel glorioso lp.

Led Zeppelin III nasce sotto una buona stella: i tour che si susseguono da inizio anno portano la band, al culmine della fama, soprattutto in giro per il Regno Unito e poi in USA. Come sempre il successo di pubblico sarà grandioso, anche se non mancheranno i problemi: “La violenza mi spaventa”, dichiarerà al termine di quelle date un sempre più ritroso John Paul Jones, “specie perché gli Stati Uniti sono la massima potenza mondiale. Sembrano essere in preda a un terribile caos in questo momento… Il fatto che ti colpisce maggiormente è che c’è coinvolta un’enorme quantità di denaro. Il governo sembra completamente corrotto”.

Intanto qualcosa è cambiato nell’ispirazione della band. A differenza del passato, i pezzi in gestazione non parlano più solamente di amore o di trip andati storti. Si affidano invece a suggestioni storiche dal grande impatto emotivo. È il caso di Immigrant Song, che del nuovo lp sarà l’opener, e le cui liriche riflettono l’attrazione di Plant per il periodo celtico del suo Paese, e soprattutto per alcuni cicli della sua storia, tipo i quattrocento anni intercorsi tra l’Ottavo e l’Undicesimo secolo che videro gli anglosassoni combattere contro le orde di invasori vichinghi giunti da Danimarca e Svezia. Fantasie storiche a parte, le incessanti “tournée de force” a cui si sottopone la band finiscono per lasciare il segno. Undici mesi ininterrotti trascorsi on the road non sono uno scherzo, e il gruppo è sì desideroso di applicarsi al nuovo materiale, ma vuole farlo scegliendo la location giusta in cui lavorare.

Non sarà un’impresa facile trovarla, tenuto conto che la scelta iniziale avrebbe potuto riportarli dritti dritti nella tana del lupo, o meglio nel luogo da cui stavano fuggendo: “All’inizio Page e Plant”, scriverà a questo proposito Stephen Davis, biografo della band, “visto che i loro gusti personali andavano da Crosby, Stills & Nash a Joni Mitchell e che riuscivano a scrivere bene quando erano in tournée, pensarono di procurarsi una casa nel Nord della California e di scrivere là”. Poi cambiarono idea, e scelsero un lido un po’ meno esotico ma ugualmente affascinante: il villaggio sulle montagne di Snowdonia chiamato Bron-Yr-Aur (che per la cronaca si pronuncia: Brom Rar).

L’idea sin da subito non risultò così malvagia: un po’ perché la morente moda hippie imponeva un certo distacco dal mondo, complici posti esotico-misteriosi capaci di far pulsare all’impazzata la vena mistica che c’è dentro ciascuno (o quasi…) di noi; un po’ perché Page non era mai stato nel Galles e pensò che la calma ma imperscrutabile campagna dei dintorni potesse guarirlo dalla vita pazza e dagli eccessi delle tournée; un po’ perché anche Plant era invaghito di quei paraggi, tanto che porterà con sé la moglie Maureen e la bambina, mentre Jimmy sarà accompagnato dalla sua Charlotte. La scelta fu difficile. Ma alla fine Page&Plant presero armi e bagagli e partirono.

Quando arrivarono nello sperduto villaggio il Galles era in fiore: Jimmy e Robert trascorsero lunghe ore passeggiando per i campi, catturando tutto quel che veniva loro in mente su un registratore.

Le giornate trascorrevano tutte un po’ uguali, serene ma anche invariabilmente monotone, però la fama aveva cessato almeno per un po’ di essere un cappio al collo. O almeno così la vedevano i due amici, che di certo non si lasciavano sfuggire certi piccoli svaghi amatoriali: “Un giorno”, racconterà anni dopo un nostalgico Plant, “perdemmo le jeep e ce ne andammo in una vicina proprietà dove un gruppo di ragazzi stava restaurando una bicocca. Uno di loro credette di riconoscerci e passò una chitarra a Jimmy, che però obietto di non saper assolutamente suonare. Fu un episodio un sacco strano, a dire il vero”.

Le serate trascorrevano invece davanti al fuoco: bevendo sidro, stretti vicino al camino, in cerca di ispirazione ma soprattutto di calore. Comunque la si metta giù è indubbio: l’atmosfera generale di quei giorni gallesi contribuì a dettare il tono del nuovo disco, che come mai prima di allora “attenuò” gli attacchi sonici frontali della chitarra di Jimmy e le bordate della batteria di Bonzo in favore di una vena bucolico-epica dal sapore folk, che emergerà con prepotenza soprattutto sul lato b del 33 giri. Certo, alcuni pezzi faranno eccezione: tipo la già citata Immigrant Song, che è una cavalcata selvaggia e trascinante, che rievoca lo stato d’animo di un soldato vichingo che lotta sognando la morte sul campo di battaglia e l’ascesa al Valhalla. Il pezzo non riscuoterà ahinoi il successo che avrebbe meritato, eppure rimarrà un fulgido esempio della capacità del gruppo di suonare epico ma mai pacchiano, a dispetto di chi pensa che le ambientazioni fantasy o simil-tali debbano per forza di cose risultare poco credibili. Chiusa parentesi.

Torniamo a Bron-Yr-Aur. Anni dopo, in sede d’intervista, Jimmy Page proverà a tirare le somme dei giorni bucolici trascorsi nel pittoresco quanto isolato villaggio, e giungerà alla seguente conclusione: “Era giunto il momento di fermarci, fare rifornimento e non perderci nuovamente nel caos. I Led Zeppelin stavano diventando veramente grandi […] da ciò nacque il viaggio tra le montagne e l’inizio degli “eterei Page e Plant”. Avevo pensato che saremmo riusciti a guadagnarci un po’ di pace e calma e ad ottenere il vero blues californiano di Marin Country, che in realtà riuscimmo a realizzare nel Galles invece che a San Francisco. Bron-Yr-Aur era davvero un posto cool!”.

Così come cool è il disco che colà prese vita; anche se forse deluse gli ascoltatori che elevarono l’album col “bombardiere marrone” in copertina a quintessenza delle magie hard rock zeppeliniane. Troppo maturo e a suo modo sperimentale, il nuovo lp, per un pubblico che vuole solo i decibel, obiettò qualcuno. Invece i decibel ci sono in Led Zeppelin III. E basta scandagliarne la scaletta per rendersene conto: dal maestoso blues Since I’Ve Been Loving You, registrato dal vivo in studio e assai prossimo alle sonorità live della band, sino a Out On The Tiles, che chiude la prima facciata del vinile dirottando il dirigibile di Page & Co. in picchiata, verso profondità incandescenti ma anche stilisticamente raffinate. Ma è il resto del disco che stupisce ancor oggi, a partire dall’omaggio più o meno celato a certo folk rock evoluto, sulla scia dei Pentangle o dei Traffic, con tutti quegli overdub di chitarra e i mandolini che creano tinte rustiche di grande fascino.

Un esempio perfetto è Gallows Pole, il brano che apre il lato b del disco; si tratta di una ballad dal sapore antico che Page (ri)scoprì su un vecchio lp di Fred Gerlach edito dalla Folkways Records, e che poi seppe far rilucere di un lirismo puro, frutto dei soliti contrasti armonici chiaro/scuro, forte/piano, ormai divenuti il marchio di fabbrica della band. Oppure c’è Tangerine, una song che risale nientemeno che ai tempi dei fu Yardbirds: Page l’aveva scritta in un periodo stracarico di turbolenze emotive, e nella forma definitiva di Led Zeppelin III risplende di un nuovo testo e di un’ispirata performance chitarristica dell’aspirante mago Jimmy. O ancora Hats Off To (Roy) Harper e Bron-Yr-Aur Stomp: la prima un omaggio al cantautore inglese che trasformò le lunghe digressioni instrumental-folk dei suoi pezzi in piccole cogitabonde sinfonie, il secondo invece un assolo trasognato e campestre che ben ritrae in note il tempo trascorso nel villaggio gallese omaggiato nel suo titolo.

Ovviamente, Led Zeppelin III è un disco meno immediato dei suoi due predecessori. E i kids dell’epoca lo premieranno, ma non con lo stesso entusiasmo incondizionato del passato più recente. Eppure non si può certo classificare il terzo disco dei Led Zeppelin come un insuccesso. Tutt’altro! Anche stavolta la scalata alle classifiche c’è; infatti l’album raggiunge la prima posizione per quattro settimane nella Billboard 200 e nella UK Albums Chart. E anche nel resto del mondo la sua ascesa non lascia scampo: tipo che arriva primo in Canada ed in Australia, terzo in Germania, Paesi Bassi e Norvegia, quinto in Giappone e sesto in Spagna. Niente male per una band ancora giovanissima e che ama sperimentare con sonorità inedite. Comunque sia la stampa, sia essa britannica o d’oltremanica, continuerà a fargli la guerra. E lo farà inanellando uno dopo l’altro una serie di colpi che definire bassi è poco. Tipo questo:

LOS ANGELES TIMES: “Il successo dei Led Zeppelin può essere attribuito almeno in parte alla crescente popolarità dei barbiturici e delle anfetamine tra il pubblico adolescenziale del rock, droghe che rendono i loro consumatori particolarmente ricettivi ai volumi spaccatimpani e ai feroci istrionismi come quelli finora inscenati dai Led Zeppelin”.

Traduzione per il vulgo: il rock di Jimmy & Soci sarebbe poco più che una boutade per adolescenti desiderosi di spegnere le proprie fregole attraverso una musica che ammica ai bassi istinti, in combutta con temi volgari e pose fumettistiche. Obiezione: sì, ma Led Zeppelin III dimostra che il gruppo sa oltrepassare i propri limiti e sa rischiare e lo fa attingendo più alla vena lirica che a quella hard della propria inesauribile ispirazione. Niente da fare: la critica del tempo è sorda, nonostante Led Zeppelin III sia oggi riconosciuto come un capolavoro e soprattutto come il disco che getta le basi del successivo lp-capolavoro. All’epoca però se ne accorsero ben pochi tra i critici, che della propria stupida e insensibile arroganza si fecero vanto. Meno male che il pubblico era dalla loro, come dimostrerà il risultato dell’usuale referendum di fine anno indetto dal Melody Maker, che sancirà a caratteri cubitali una verità incontrovertibile: i Led Zeppelin scavalcano i Beatles.

È proprio vero: le classifiche di fine anno non mentono mai (ehm… colpo di tosse… imbarazzato…). Dunque: via Let it Be, floscio disco postumo dei morenti Fab Four, e benvenuto Led Zeppelin III. Il passaggio di testimone è compiuto. La staffetta immaginaria fra vecchi e nuovi idoli pop giunge al termine. Le polemiche invece no: “Il terzo lp”, ricorderà a distanza di anni Page, che non le manda di certo a dire, “fu martellato dalla stampa e ci rimasi veramente male. Credevo che l’album tutto sommato fosse buono ma alla stampa non piacque e ricominciarono anche a fare insinuazioni sul modo in cui avevamo ottenuto il nostro successo. Ammetto che la nostra scalata al successo fu veramente rapida ma non penso che avessimo calcato la mano sulla stampa o altro. In ogni caso, ci beccammo un sacco di bastonate e perdemmo ogni illusione. Il risultato fu che non concedemmo interviste per quasi un anno”.

A dispetto di tutto, il 1970 si chiude in bellezza: Jimmy-il-fenomeno e la sua band ne furono soddisfatti, specie dopo che furono convocati negli uffici della Atlantic Records di Londra dove ricevettero i dischi d’oro direttamente dalle mani di Anthony Grant, segretario parlamentare al Commercio e all’Industria, che chiuse un panegirico sui nuovi Fab Four con le seguenti sacrosante parole: “Se hanno successo, vuol dire che se lo meritano”.

Ben detto, Anthony! Diamo a Cesare quel che è di Cesare, e a Dio quel che è di Dio. E soprattutto reclamiamo dai Led Zeppelin quel che né Dio né Cesare seppero mai regalarci: il rock’n’roll più fottutamente cool sulla faccia del pianeta Terra.

Lucifero e la scala per il Paradiso

“Fin dall’inizio, ci siamo detti che non avremmo fatto singoli: se vuoi scoprire cosa sono i Led Zeppelin devi entrarci dentro e ascoltare un album intero. Non usavamo i singoli come biglietto da visita e quindi non eravamo in competizione con nessuno” [Jimmy Page]

Anno domini 1972. I Led Zeppelin mollano per un po’ la pratica sado-maso dei live, e come sempre gli accade quando fanno ritorno a casa… non si frequentano: “Alla fine di ogni tour Plant e Bonzo rincasavano nel Worcestershire”, ricorderà poi Jimmy-il-guitar-hero, “Jones invece si rifugiava nella propria abitazione con la moglie e le tre figlie, mentre io mi dedicavo alla mia collezione di chitarre e di oggetti di Crowley”. Non so chi disse questa frase, ma di sicuro c’aveva ragione: ogni uomo ha bisogno di un hobbie, per quanto satanico esso sia.

L’hobbie di Mr. Page è decisamente s-a-t-a-n-i-c-o, e inoltre non è dei più cheap. Tanto che gli allagamenti occorsi quell’anno lungo il Tamigi spingeranno l’aspirante occultista a comprare una villa settecentesca nel Sussex, più di preciso a Plumton Place, e ad adibirla a lussuoso rifugio: lì, nasconderà i suoi “tesori”. Domanda ficcanaso: di che tipo di tesori si tratta, di preciso? Per rispondere a questa domanda dovremo rivolgerci ad un altro collezionista di bizzarri cimeli: trattasi di un losco figuro anch’egli devoto al mago più amato nel mondo del rock, nato al 36 di Clarendon Square, a Royal Leamington Spa, Warwickshire, Inghilterra, tra le 23 e mezzanotte del 12 ottobre 1875. Nome del nuovo amico di Jimmy-l’occultista: Kenneth Anger, from California. Professione: regista di film strani a sfondo satanico-esoterico o iniziatico-esoterico o dio-sa-cosa.

Pellicole girate: una caterva, molti i cortometraggi, perlopiù perduti o incompiuti o faticosamente portati a termine. Attori coinvolti: i più disparati, inclusi i dilettati più squattrinati ma anche le rockstar più celebri tipo Mick Jagger e Marianne Faithfull che nel 1969 reciteranno nella sua pellicola cult per eccellenza, Lucifer Rising (che come spiegherà lo stesso regista alla stampa: “È un lavoro in fieri, che si sforza di mostrare in forma simbolica le vere cerimonie per far sorgere Lucifero”). Diciamocelo pure: un tipo così non può che essere una fottuta calamita per chiunque sia interessato all’occulto e a tutte quelle storie lì. E infatti calamiterà Jimmy-l’occultista; tant’è vero che la loro amicizia ebbe un’antefatto allorquando Page mandò un suo agente ad un’asta nel tentativo di aggiudicarsi la copia manoscritta di un’importante opera crowleiana (che per la cronaca si intitolava: The Secret Garden).

Va da sé che anche Anger era lì, in quella sala, ad assistere alla satanica asta. E va altresì da sé che l’agente di Page e l’agente di Satana si parlarono, e poi… sapete com’è… da cosa nasce cosa. Fu così che il regista californiano avvicinò il “suo” uomo, e ne apprezzò senza riserve lo stravagante hobbie: il collezionismo di cimeli appartenuti a Crowley (tipo: le prime edizioni dei suoi libri e i suoi manoscritti; e poi: i cappelli, i bastoni, i quadri, e persino le tuniche che il thelemita era solito indossare durante i suoi rituali). Subito dopo scattò l’invito: qualcosa tipo “Hey, Jim, non ti andrebbe mica di comporre la musica per il mio Lucifer Rising?”.

La proposta era allettante. Così Jimmy cedette, a patto di non sottrarre troppo tempo al suo gruppo. Poi si mise al lavoro, e incominciò a cesellare una partitura unica, arcana, avanguardista, e assolutamente diversa dalle cose scritte con i Led Zeppelin. Peccato che poi non passò: perché Kenneth storse il naso e preferì utilizzare quella scritta dal famigerato Robert Kenneth “Bobby” Beausoleil (che la elaborò in carcere, mentre scontava l’ergastolo per un omicidio compiuto nientemeno che su ordine di sua satanità Mr. Charles Manson). Niente paura, comunque: la straordinaria soundtrack pag(e)ana non andrà perduta, anche se vedrà la sua pubblicazione in versione ufficiale solo nel 2012, con il titolo Lucifer Rising (And Other Sound Tracks), per la gioia di tutti i fan di Jimmy-l’alchimista sonoro. Bene, ora che sappiamo tutto o quasi sui suoni che avrebbero dovuto accompagnare quel famigerato cult movie, non ci resta che tuffarci fra i suoi satanici fotogrammi:

Il documentario sperimentale Lucifer Rising – ci spiegherà la critica cinematografica Antonietta Masina – venne completato nel 1972 ma fu distribuito soltanto nel 1980. Non ha una trama vera e propria, si svolge in diversi luoghi ritenuti “magici” in Egitto, Inghilterra e Germania. Secondo alcune fonti parte delle riprese sarebbero state effettuate sull’Etna. Nel film viene narrata, sostanzialmente, l’ascesa di Lucifero, figura divina considerata parimenti l’emblema del bene assoluto e del male assoluto. La sua evocazione avviene attraverso 5 diverse entità: Iside e Osiride (divinità egiziane che rappresentano rispettivamente la natura e la fecondità, la morte e la resurrezione), un adepto, Lilith (qui rappresentata come dea della distruzione) e un Mago (interpretato dallo stesso Anger). Lucifer Rising è costituito da una serie di sequenze prive di dialoghi che raffigurano celebrazioni pagane, riti magici, evocazioni oscure, spesso utilizzando frenetiche tecniche di montaggio alternato.

Zoom sulla colonna sonora di Page: l’esotismo di certi suoi passaggi, tanto ipnotici quanto mistici, deve forse qualcosa allo spirito di un disco uscito suppergiù un anno prima. Un disco apripista, sebbene poco conosciuto: perché sdoganò la musica etnica al pubblico della (post-)psichedelica, e soprattutto perché a curarne l’uscita fu il folletto biondo dei Rolling Stones, sua Satanic Majesty Brian Jones, che prima di finire affogato sul fondo della piscina nella sua casa a Hartfield, Sussex (accadrà intorno alla mezzanotte del 3 luglio 1969), si diede la briga di produrre un 33 giri che deve aver aperto il terzo occhio di Jimmy-lo psiconauta.

Titolo del disco: Brian Jones Presents The Pipes Of Pan At Joujouka. Data di pubblicazione: 8 ottobre 1971 (ma le sessioni registrate fra i suoi solchi risalgono suppergiù a tre anni prima). Tratto distintivo: ci suonano i Master Musicians Of Joujouka, che la coppia formata da William S. Burroughs & Brian Jones scovò nel Rif nord-marocchino, e poi pensò bene di studiarne l’ammaliante musica e infine di registrarla. Occhio però all’indizio nascosto nel titolo del disco, che poi sarebbe una paroletta di appena tre lettere: Pan. Perché se c’è una cosa che accomuna tanto il Maestro Crowley, quanto i suoi discepoli Jones e Page, è per l’appunto la figura del dio Pan (che ritornerà ancora in questa nostra storia). Chi sia veramente costui e quali siano le sue re(g)ali prerogative è presto detto: Pan è una divinità ellenica che il mito vuole figlio di Zeus e della ninfa Callisto, mentre un’altra versione lo vuole figlio di Penelope e di tutti i suoi pretendenti, con cui avrebbe avuto rapporti durante l’attesa del marito Ulisse.

Secondo Omero sarebbe nato dall’unione di Hermes e Driope, la ninfa; però la madre lo avrebbe abbandonato subito dopo la nascita poiché il suo aspetto era talmente brutto che ne rimase terrorizzata; Hermes allora lo avrebbe raccolto e, dopo averlo avvolto in una pelle di lepre, lo avrebbe portato sull’Olimpo per sollazzare gli dei, causando così l’ilarità di Dionisio, che poi lo includerà nel suo seguito. Dunque, Pan sarebbe tipo il dio sfigato che fa il giullare per l’establishment olimpico; forse perché un po’ testa calda o forse perché troppo gioviale e sempre pronto a soccorrere quanti chiedono il suo aiuto. E poi c’è il suo look; un tantinello eccessivo magari, ma anche un sacco cool: due piccole corna caprine, zampe irsute, zoccoli, più una barbetta a punta che avrebbe fatto la felicità dei damerini della Belle Époque.

A ben vedere, Pan è decisamente un dio moooolto rock’n’roll: perennemente arrapato e dotato di un lungo fallo, secondo alcuni studiosi sarebbe nientemeno che il Dio della Masturbazione. Concludendo: Pan sarebbe una divinità solo all’apparenza bonacciona e solitaria, perché in realtà amerebbe aggirarsi nei boschi (tipo Jimmy & Robert in quel di Bron-Yr-Aur), facendo rimbombare la sua voce cavernosa e incutendo nei malcapitati una forma di terrore non a caso definita “timor panico”. Fine della storia. Ora lasciamo pure che il dio caprino gironzoli nella natura selvaggia, perennemente arrapato e in cerca di tipi da spaventare, e torniamo pure alla “nostra” storia. Perché una cosa è certa: il Jimmy Page della colonna sonora angeriana è un tipo che ha provato su di sé gli effetti del timor panico e li ha trasferiti in una partitura che flirta sia col lato sensuale delle cose che col loro lato oscuro, ma soprattutto che evita come la peste i fatui esercizi di stile e ovviamente la bigiotteria musicale. Punto. A confermare tale sanissima attitudine c’è anche il nuovo disco-capolavoro dei Led Zeppelin, che ribadirà l’allergia di Jimmy & Co. ai luoghi comuni del rock’n’roll attraverso un brano epocale molto ma molto… “panico”.

“Alla fine del 1970, io e Robert ritornammo al cottage Bron-Yr-Aur per scrivere del nuovo materiale. Led Zeppelin III gridava vendetta, e noi eravamo pronti ad accettare nuove sfide. Così, giunti in Galles, cominciammo a lavorare sulle diverse sezioni di un nuovo brano, un inno che avrebbe rimpiazzato Dazed And Confused quale pezzo centrale del repertorio dei Led Zeppelin. Io poi mi lasciai sfuggire un’allusione al progetto mentre parlavo con un giornalista musicale a Londra: “Stiamo lavorando ad un pezzo molto lungo”, gli dissi, “stiamo cercando di fare qualcosa di nuovo con un crescendo di organo e chitarra, per poi iniziare la parte elettrica… Potrebbe durare tipo… una quindicina di minuti… e dal vivo anche di più!”.

Alla fine durerà “solo” otto minuti scarsi, Stairway To Heaven, il pezzo che farà da fulcro al quarto disco in studio dei Led Zeppelin. Eseguita dal vivo per la prima volta il 5 marzo 1971 alla Ulster Hall di Belfast, la canzone sarà destinata a rimanere nella scaletta dei concerti zeppeliniani ininterrottamente fino al 1980. Di regola farà parte del bis, e sarà quindi la ciliegina sulla torta di ogni finale di concerto. In altre parole: Stairway To Heaven passerà alla storia come il pezzo, o per meglio dire l’inno, che incendierà l’animo di ogni zeppeliano doc e lo farà volare dritto dritto verso il Paradiso (a cui ovviamente accederà varcando la scala citata nel titolo). Per quanto riguarda le sue liriche, invece, la storia è un po’ più complessa. E a rivelarcelo è proprio colui che le vergò.

“E scendiamo in strada/
Le nostre ombre, più grandi delle nostre anime/
Là cammina una donna, che noi tutti conosciamo/
Che risplende di luce bianca e vuole mostrare
/Come qualsiasi cosa si tramuti ancora in oro
/E se ascolti molto attentamente/
Alla fine la melodia verrà da te
/Quando tutto è uno, e uno è tutto
/Essere una roccia, e non rotolare…” [dal testo di Stairway To Heaven]

“Il testo di Stairway”, confesserà poi Plant, “rifletteva le mie letture di quel periodo, tipo Le arti magiche nella Britannia celtica”. Ehi, ma quanti misteri Mr.Plant! Non vorresti raccontarci qualcosa di più in merito al tuo testo più famoso? Beh, deciditi, perché altrimenti saremo costretti a farlo noi al posto tuo. Innanzitutto, c’è da chiarire la storia narrata dalla “tua” canzone: che racconta, in un tono a metà fra fiaba e parabola, le tribolazioni di un’immaginaria dama che si strugge nel tentativo di raggiungere la perfezione spirituale. Obiezione: niente niente che il testo sia una specie di… poema cavalleresco dei tempi moderni? Beh, diciamo pure che di cavalleresche qui ci sono le fonti: che spaziano dalla regina delle fate del poeta cinquecentesco Edmund Spencer sino all’esoterica Dea Bianca del poeta e saggista ottocentesco Robert Gaves, passando attraverso chissà quante dimenticate eroine dei tempi andati; tipo la mitica Rhiannon della mitologia gallese, o magari tipo La fata Morgana delle leggende di re Artù, o mille altre ancora. E non bastasse l’oscurità delle liriche della canzone, c’è poi quella del suo titolo: che parla di una misteriosa scala che conduce in cielo, che a sua volta ci rimanda a quella del biblico sogno di Giacobbe, o forse più semplicemente al titolo di un thriller – ben noto ai cinefili della zeppelin-generation – dove comparivano assieme le parole scala e cielo. Chi può dirlo. Mysterium Fidei. Senza contare il ruolo che in questa canzone gioca l’inconscio: ossia l’insieme dei processi psichici che si verificano al di fuori della coscienza e che raramente risalgono a galla. A meno che non si adoperino tecniche particolari, tipo quella che prende il nome di “scrittura automatica”:

“Tenevo in mano un pezzo di carta e una penna e, per qualche ragione, ero di pessimo umore. Quindi, all’improvviso, le mie mani cominciarono a buttare giù parole. Me ne rimasi lì a fissarle e poi quasi balzai in aria per lo stupore”.

Okay, biondino: noi ti crediamo, e sopratutto ti ringraziamo per averci donato questo splendido inno (che senza l’apporto strumentale del resto della band – nonostante qualche difficoltà iniziale di Bonzo a tenere il tempo giusto – non avrebbe però avuto il successo megagalattico che avrà). Ciò detto, sappi che sono ancora molti i punti oscuri del tuo “poema cavalleresco”. Ma ce n’è uno su tutti che a distanza di anni prevale sugli altri. Ecco il verso nel quale si nasconde: “The piper’s calling you to join him”. Tradotto: “Il pifferaio ti sta chiamando per unirti a lui”.

Orsù confessa, o biondocrinito cantante: non sarà che qui il riferimento più ovvio è al Pifferaio di Hamelin e ai suoi simpaticissimi ratti? Oppure c’è dell’altro: perché alcuni maliziosetti dicono di aver trovato in questo verso una sottile (ma poi neanche tanto tale…) allusione al satiro Pan intento a suonare il flauto, il quale si crede l’incontrastata divinità della natura, e invece verrà trasformato nel signore degli Inferi. Per ora fermiamoci qui, e lasciamo Pan alle sue foreste e ai suoi affari. Ci torneremo dopo. Perché è tempo di addentrarci nel resto dell’album-capolavoro che i Led Zeppelin pubblicheranno nel 1971.

Partiamo da qui: quando iniziarono la sua registrazione, all’Island Studio di Basing Street, a Londra, correva il dicembre del 1970. A quel punto una parte dell’inno Stairway To Heaven era già bella che pronta; alludiamo all’introduzione per chitarra acustica che Jimmy-il-fenomeno compose in Galles. Natale era alle porte, e Jimmy-il-fenomeno e i suoi sodali decisero di farsi un regalo: avrebbero spostato la sede delle prove e delle registrazioni a Heady Grange, la casa di campagna nell’Hampshire. Lì, avrebbero lavorato in santa pace, lontano dai neon sfavillanti degli studi di registrazione londinesi, immersi in un’atmosfera tipica da signorotti di campagna. Adempiuta l’incombenza, ebbero inizio le prime sessioni.

Il lavoro era duro. Le pause tra una seduta e l’altra un po’ meno: si poteva sempre passeggiare o recarsi nel pub più vicino, come faceva ad esempio Bonzo, che in giacca e cappello di tweed allietava le mosche da bar dei dintorni. Infine arrivò lo studio mobile chiesto in prestito ai Rolling Stones, e il piacere di registrare il nuovo materiale schizzò alle stelle. La produzione fu affidata a Page. Come tecnico del suono la scelta ricadde invece su Andy Johns, fratello di tal Glyn Thomas Johns, blasonato produttore discografico per un sacco di fichissime rockstar (tipo: Steve Miller Band, Beatles, Rolling Stones, Who e poi Clash). Vista la squadra messa in campo, non stupisce che i risultati fossero sin da subito superlativi. E in effetti molti brani furono ideati ed eseguiti direttamente in studio: tipo Black Dog, che prese un serrato giro armonico inventato da John Paul Jones e lo trasformò in un rock’n’roll acrobatico di prim’ordine. Figata. Ma anche Misty Mountain Hop fu scritta in studio: intima, bluesy, colma di immagini poetiche fra l’epico e il rustico, anche questa song sarà un vero capolavoro.

Tanto per parlar chiaro: se è vero che il buongiorno si vede dal mattino, allora il mattino dei Seventies era decisamente foriero di futura gloria per Page & Soci. E la dimostrazione sta nel resto della scaletta del 33 giri; a cominciare dalla scatenata Rock’N’Roll, che riprenderà in parte Keep A-Knockin di Little Richard e in parte Something Else di Eddie Cochran e le trasformerà in un saliscendi hard incendiario e destinato col tempo a fondersi nei live assieme a Whole Lotta Love; e poi toccherà ai pezzi più riflessivi e poetici: tipo la trasognata Going To California, o il blues arcigno ma introspettivo di When The Levee Breaks, che “ruberà” il riff a una registrazione del 1928 di Memphis Minnie e Kansas Joe McCoy; o ancora la meravigliosa The Battle Of Evermore, che evocherà paesaggi nordici e spettrali grazie ai sublimi intrecci vocali fra Plant, Jones e la mitica e mai troppo rimpianta Sandy Denny, presa in prestito ai Fairport Convention.

Ovviamente non tutto filerà liscio durante il making del disco; specie quando la stampa britannica incomincerà ad insinuare, una settimana sì e una no, che i LED ZEPPELIN SI SCIOLGONO; oppure quando i nastri mixati da Andy Johns presso il Sunset Sound Studio faranno rizzare i capelli a Page (perché suoneranno, il virgolettato è del guitar-hero in persona, “come se fossero stati registrati sotto il lago di Loch Ness”). Inciampi a parte, alla fine tutto si aggiusterà. Beh, proprio tutto no, e il perché ce lo spiega in data 24 novembre 2014 il settimanale di attualità, politica e società Panorama:

Milano, Velodromo Vigorelli, 5 luglio 1971, ore 22.40. In modo informale, ma con estrema scioltezza, i Led Zeppelin salgono a sorpresa sul palco con un’ora abbondante di anticipo sulla scaletta della serata. Va così perché il loro manager non ne può più di quanto sta accadendo: “L’atmosfera era troppo agitata, così abbiamo detto: Vaffanculo, non staremo qui ad aspettare tutta la notte per voi italiani del cazzo in mezzo a questo cazzo di casino! Vaffanculo, noi cominciamo quando ne abbiamo voglia!”.

Troupe televisive e numerosi fotografi sono assiepati sotto il palco. Un particolare curioso, se si pensa al fatto che dell’esibizione non rimarranno che pochissime foto e alcuni misteriosi girati di pellicola che non vedranno mai la luce. Così, quando Page e compagni occupano il palcoscenico, si trovano di fronte ad una situazione di grandissima confusione. Sugli spalti ci sono fette intere di pubblico, quello del Cantagiro, che tentano di uscire dal velodromo mentre i genitori preoccupati soltanto di mettere al sicuro i propri figli non vogliono rischiare di esser presi in mezzo dalle cariche della celere. Chi ha deciso di restare si è invece riversato dagli spalti al centro del prato nel tentativo di sfuggire al fumo dei lacrimogeni.
Grandi casini si profilano all’orizzonte: e non già perché la band dei quattro zazzeruti britannici si dimostra anarchica e indisciplinata quanto la sua leggenda ci tramanderà. Zero. Piuttosto il nemico da combattere proviene ancora una volta dall’interno.

“La musica del nuovo lp non rappresentava un problema per i tipi dell’etichetta discografica”, ammetterà poi il solito sornione Jimmy Page, “tutti lì dentro concordavano che il disco sarebbe stato il migliore dei Led Zeppelin”. Il vero ostacolo era il progetto che la band aveva per la copertina: i Led Zeppelin volevano sfanculare tutte le leggi del music-biz mandando sul mercato un disco “anonimo”, senza il nome della band, e senza troppe notizie su questo o quello. Unico riferimento ai Led Zeppelin: il nome di Page in qualità di produttore stampato nella busta interna. Caspita, che trovata. Bella davvero. Roba da far saltare dalla gioia i tizi delle major, che dal canto loro opporranno resistenza; infatti si faranno in quattro per ostacolare il bizzarro progetto, ma saranno sconfitti su tutta la linea, e allora punteranno al minimo sindacale, ossia ad ottenere il permesso di stampare il nome della band sul dorso del copertina, ma anche stavolta la prenderanno in quel posto.

Tipi tosti, i Led Zeppelin. Jimmy Page ha deciso di vendere solamente la sua musica senza altri orpelli, e lo farà, o se lo farà. E poi metterà giù la faccenda in questo modo: “Decretammo all’unanimità che sul quarto album avremmo deliberatamente giocato a minimizzare il nome del gruppo e che non ci sarebbe stata alcuna informazione sulla copertina esterna”. Eggià: nomi, titoli, info, non significano nulla… La musica è la sola cosa che conta. Amen. Obiezione: ma se dalla copertina di un disco togliamo tutte queste cose, che cosa ci rimane?

Ci rimane “l’immagine di un vecchio”, spiegherà in seguito Page, che della simbolica copertina di Led Zeppelin IV fu il più fervido sostenitore, “un vecchio che trasporta la legna ed è in armonia con la natura, un vecchio che prende da essa e restituisce alla terra… La sua vecchia casa viene abbattuta e lui è costretto a vivere nei ghetti urbani… tipo quello raffigurato nella retrocopertina”. Prendiamo la versione vinilica del nuovo disco dei Led Zeppelin, voltiamola dietrofrónt e osserviamo: vi si vede un tipico scorcio di paesaggio urbanizzato inglese. Nota a margine: la crescita urbana in Inghilterra precedette quella di tutti gli altri stati europei e, per tutto il secolo XIX, il paese d’oltremanica fu quello con il più alto numero di abitanti inurbati; specie nelle città “industriali” – tipo Liverpool, Manchester, Birmingham, Leeds, Bristol, Sheffield, Nottingham – dove già un paio di secoli fa un gran numero di persone si concentrò attorno alle prime fabbriche, di norma situate in borghi rurali lungo le vie di comunicazione, o in siti ricchi di materie prime, o vicino a fonti di energia, o più semplicemente là dove i vincoli corporativi erano più deboli.

Detto in altro modo: la copertina zeppeliniana divisa in due parti, fronte, retro, natura, cultura, vecchio con fascina, paesaggio urbano-industriale, è l’atto di accusa “plastico” della band alla modernità (nonché un invito alla medesima a scivolare verso lidi “panistici” più o meno pagani o simil-tali). Un’altra prova del loro credo anti-progressista si nasconde nella busta interna dell’lp: qui c’è raffigurato l’eremita dei tarocchi, ossia un vecchio incappucciato che regge una lanterna in cima ad un dirupo roccioso:

“L’Eremita”, spiegherà poi Jimmy-l’occultista, “regge la luce della verità e dell’illuminazione […]. Coloro che conoscono le carte dei tarocchi sanno cos’è l’eremita”. Quel che invece non sanno è che John-Jimmy-Bonzo&Robert si sono scelti dei nomi alternativi o meglio dei simboli come marchi di identificazione da stampare all’interno del disco. Bonzo ha scelto tre cerchi che si intrecciano. John tre ovali che intersecano un cerchio. Page un misterioso glifo che alcuni dicono ispirarsi a una runa celtica mentre altri sostengono si tratti del simbolo alchemico dell’ambra. Ma il simbolo che maggiormente chiarisce la natura panica di Led Zeppelin IV è quello scelto da Plant; perché ci fa intravedere una sfera in cui natura e cultura sono soggette ad un’unica imponderabile forza… la magia.

La piuma che compare sul IV album dei Led Zeppelin e che simboleggia il cantante della band – ci spiegano i tipi del sito legendarycover.it – è inscritta nel cosiddetto “cerchio magico dei sortilegi”, che poi sarebbe “una sorta di perimetro che nelle evocazioni” – il virgolettato è preso da Aleister Crowley, più di preciso dal libro Magick – “lo stregone traccia in terra […] con iscritte o circoscritte varie figure geometriche, ideogrammi e disegni simbolici. La permanenza in questo cerchio lo manterrà al sicuro da eventuali rappresaglie della creatura evocata”. Quanto al fantomatico simbolo “zoso“, che Page – mentendo spudoratamente per non spaventare i suoi fan – dice di aver disegnato lui stesso, appare in diversi testi di magia molto antichi. Ad esempio, lo si vede all’interno di un vecchio manoscritto di magia cerimoniale intitolato Le Dragon Rouge Ou l’art de commander les esprits Célestes, Aëriens, Terrestres, Infernaux (1521).

Ma c’è dell’altro. La piuma – più di preciso la quinta penna dell’ala di un’oca maschio uccisa di giovedì a mezzanotte – fa parte integrante degli strumenti necessari per l’esercizio dell’arte magica, ed in particolare per la stipulazione dei cosiddetti “patti satanici” con cui si vende l’anima al Diavolo. Simboli arcani, divinità pagane, cerimonie che puzzano di zolfo: forse è davvero il caso di dire che i Led Zeppelin ne sanno una più del Diavolo. O forse è vero il contrario: è il Diavolo che adora il rock’n’roll e ha venduto l’anima ai Led Zeppelin. In fondo non ci sarebbe niente di male!

Bombay Calling

“Non eravamo dei puristi come molte band di oggi, in cui tutti i membri ascoltano la stessa musica. Robert aveva influenze blues, Jimmy aveva influenze rock’n’roll, Bonzo e io avevamo influenze soul e io ascoltavo anche molto jazz. Il punto di incontro erano i Led Zeppelin. La fusione di tutti i diversi tipi di musica” [John Paul Jones]

Ah, l’India: le sue strade affollate e polverose, i risciò che sfrecciano lesti, i suoi mille odori molesti, le donne dagli abiti sgargianti, i maschi dagli alti turbanti, i lungocriniti fachiri, i bambini gioviali e sorridenti, i tipi smilzi e sofferenti, le vecchie con la fronte adornata, le scimmie sulle rive del Gange, le sue mille tradizioni e le ancor più numerose religioni; e poi la musica ipnotica e ammaliante: i sitar, i surbahar, la tambura e gli esraj, che risuonano tremuli nei rāga che infiniti spandono le loro note incentrate sul sistema carnatico o su quello indostano… Essì, l’India da sempre possiede un fascino recondito che non lascia scampo. E i musicisti non ne sono di certo immuni. Chiedetelo ai Beatles, chiedetelo ai Rolling Stones, o se volete chiedetelo a loro:

Plant e Page – ci spiega il sito dagospia.com in data 26 giugno 2015 – visitarono Bombay almeno quattro volte in dodici mesi, fra il 1971 e il 1972. La prima volta fu ad ottobre, alla fine del tour in Giappone. Nel 1996 ci torneranno per promuovere il disco No Quarter e il cantante ricorderà che nel 1971, mentre era seduto all’ingresso di un bordello, cercava di registrare con un piccolo dispositivo la musica degli artisti di strada. Invano. Le cose si faranno più interessanti nelle due visite successive (marzo, e poi di nuovo ottobre di quell’anno), quando Page e Plant jammeranno assieme ad alcuni musicisti locali nella discoteca Slip Disc di Colaba (che di lì a qualche anno diventerà il gay club Voodoo).

Riavvolgiamo il nastro: primi mesi del 1972, i Led Zeppelin possono permettersi di rimanere inattivi. Dopotutto i loro dischi vendono più che mai, anche i più vecchi, e la casa discografica non ha di che lamentarsi (perché con appena quattro dischi in catalogo, la band di Page & Co. copre all’incirca il 18% del fatturato annuale dell’Atlantic). Però Jimmy & Co. sono come il tipo della famosa canzone di Cocciante: non sanno stare fermi con le mani nelle mani, tante cose vogliono fare prima che venga domani. E la prima della lista è ça va sans dire questa: andare in tour (prima a Singapore, e subito dopo in Australia e Nuova Zelanda).

In più incombono le prove per il nuovo lp: è infatti previsto che inizino a gennaio, all’Olympic Studio di Londra, e poi continuino il mese successivo a New York, presso l’Electric Lady Studio diretto da Eddie Kramer (già tecnico del suono e curatore del mix del mitico “bombardiere marrone”). “Il concerto di Singapore”, spiegherà qualche decennio dopo Page, “era previsto per il 14 febbraio. Il giorno precedente il governo ultraconservatore vietò l’ingresso nel Paese al gruppo. Dicevano che avevamo i capelli troppo lunghi. Si battevano contro ‘la nefanda influenza della cultura occidentale sulla gioventù locale’”. Così va il mondo: in certi posti, oggi come allora, capelli lunghi, droga, sesso e rock’n’roll sono roba da gioventù debosciata. Risultato: i Led Zeppelin dovettero cambiare programma ed iniziare la tournée il 16 febbraio a Perth, in Australia, per poi continuare a suonare in altre città down under tipo Melbourne, Adelaide, Brisbane. Infine giunsero a Sydney, la capitale del Nuovo Galles del Sud, oltre che la city più popolosa dell’Oceania: qui si esibirono di fronte a 25mila teenager adoranti. Poi il tour si concluse.  

Page e Plant decisero che era tempo di tornare in India: il loro sogno era di scoprire i segreti della musica esotica di quelle latitudini, e magari poi utilizzarli per speziare d’oriente le sonorità del gruppo. Un obiettivo ambizioso, ne converrete. Eppure Page&Plant riuscirono nell’impresa: ma per ottenere il loro scopo vagarono giorni e giorni nelle strade di Bombay, muniti di macchine fotografiche e registratori, pronti a catturare qualsiasi suono giungesse loro dalla strada e sembrasse musicalmente interessante. “Ad accompagnarli c’era il road manager Richard Cole”, spiegherà nel suo libro Led Zeppelin. The Definitive Biography il giornalista, nonché testimone oculare di molti fatti riguardanti la band, Ritchie Yorke, “Jimmy si era portato appresso uno Stellavox quadrifonico, realizzato in Svizzera e di alta qualità. Una cosa sofisticata che gli indiani non avevano mai visto. Page & Plant misero un annuncio, e si presentarono in studio un sacco di musicisti. In quell’occasione la coppia lavorò con strumentisti rinomati come Vijay Raghav Rao e Ustad Sultan Khan, più un sacco di percussionisti, violinisti, flautisti, suonatori di tambura; il risultato fu sbalorditivo, e fruttò due meravigliose versioni di Friends e Four Sticks”.

“Prendi canzoni come Friends o Four Sticks: io e Jimmy siamo andati in India e le abbiamo registrate con la Bombay Symphony. Abbiamo messo insieme un gruppo improvvisato di musicisti e registrato con loro questi due pezzi dei Led Zeppelin. La session è andata molto bene, fino a quando non ho tirato fuori una bottiglia di brandy. Sai, gli indiani sono persone fantastiche, ma alla fine della bottiglia, di persone fantastiche non ne era rimasta neanche una…” [Robert Plant]

Cristoforo Colombo ci aveva già provato a suo tempo a “buscar el levante por el poniente”, ora era il turno di due ragazzotti inglesi alla ricerca delle più pure radici della musica indiana e soprattutto di un modo per contaminarle con la loro musica. Dopo tutto quello che abbiamo detto, qualcuno si aspetterebbe che le sessioni indiane siano già in commercio da anni sotto forma di lp o cd o download. No way. E il perché è presto detto: “Non pubblicheremo niente di quel materiale”, spiegherà agli interessati il biondocrinito cantante, “in fondo si trattava solo di un esperimento: stavamo semplicemente cercando di intuire quanto potesse essere facile trasporre le nostre idee nello stile raga e nelle menti dei musicisti indiani”.

Anche Page un giorno dirà la sua sulle mitiche sessioni indiane, e lo farà mettendo a nudo le reali intenzioni della coppia: “Il nostro scopo è sempre stato quello di fare un tour mondiale nel vero senso della parola”, spiegherà, “e nello stesso tempo di registrare in tanti posti diversi, tipo Il Cairo, Bangkok o Bombay, coinvolgendo anche i musicisti locali”. Eleanor Roosevelt diceva: il futuro appartiene a coloro che credono nella bellezza dei propri sogni. Page&Plant credono davvero al loro sogno. E infatti ritornano tonificati al lavoro sul nuovo disco della band, che si riunirà al gran completo nella primavera del 1972, nella manor house di Stargrove, di proprietà di Mick Jagger (che anche stavolta metterà a disposizione degli amici il Rolling Stones Mobile Studio).

Gran parte dei nuovi brani saranno scritti come al solito in studio. Molti saranno scartati. Alcuni verranno riutilizzati. Ovviamente non tutto il materiale verrà scritto lì per lì, “all’impronta”; ad esempio Page porterà in dono già belle che composte le partiture di The Rain Song (che ancora una volta metterà in mostra il lato esoterico di Plant con i versi: “Guardo la torcia che noi tutti dobbiamo tenere. Questo è il mistero del quoziente. Sopra noi un po’ di pioggia deve cadere”) e di Over The Hills And Far Away (che sarà la canzone prescelta come primo singolo dell’album, forse in virtù della straordinaria prova prima alla sei e poi alla dodici corde di Jimmy-il-guitar-hero); Jones dal canto suo offrirà in pacchetto regalo gli accordi e i temi per mellotron di No Quarter (che dipingerà ancora una volta la band nelle vesti di un manipolo di sanguinari vichinghi).

Le session di Stargrove scorreranno tutto sommato piacevolmente, all’insegna della più sfrenata creatività. Il gruppo sperimenterà nuove tecniche di studio e metterà a frutto le intuizioni indiane. Il risultato sarà poco meno che esplosivo: “I Led Zeppelin dell’lp Houses Of The Holy”, ricorderà un giorno con toni santificanti l’engineer Eddie Kramer, “erano grandi, eccitanti, meravigliosi. Tutti i membri della band erano al massimo della forma e supercontenti di quanto stavano facendo”. Volete un esempio della giovialità un po’ frou frou che si respirava in quei giorni? Allora immaginate la seguente scenetta: Page+Plant+Jones+Bonzo che sculettano all’interno dello studio mobile nel disperato ma anche frivolo tentativo di allestire un balletto coreograficamente consono al riff chitaristico secco ma non troppo del brano Dancing Days.

A ben vedere, il merito dei “nuovi Led Zeppelin” è proprio quello di non prendersi sempre troppo sul serio, a differenza di quanto avevano fatto in precedenza. Prova ne sono i pezzi più “leggeri” del nuovo disco: tipo D’yer Mak’er, il cui titolo provvisorio è guarda caso Jamaica, e che omaggia la musica reggae di Bob Marley, con quel suo scanzonato tiro in levare che fa tanto “prima canzone pop dei Led Zeppelin”; mentre The Crunge è un qualcosa a metà fra l’omaggio e una bonaria presa per il culo al funky incendiario di Mr. James Brown.

Il lato più serio della poetica zeppeliniana emerge invece nell’opener The Song Remains The Same: un pezzo che omaggia i trascorsi della band e lo fa con intrecci sonori molto più elaborati che in passato, perché sovraincide quattro linee di chitarra che poi si intrecciano assieme svelando (forse…) il segreto del meticciato musicale della premiata ditta Page&Plant. Dunque, che sia questo l’lp capace di riconciliare la band anglosassone alla critica del suo Paese? Non proprio: poiché anche stavolta, alla generale soddisfazione del gruppo per le canzoni incise si contrapporrà la generale (o quasi…) insoddisfazione della stampa specializzata; che giudicherà il 33 giri Houses Of The Holy – uscito il 28 marzo 1973, con una copertina bellissima ma “anonima” quasi quanto il precedente lp – una specie di malriuscito tentativo da parte dei Nostri di intraprendere una nuova direzione artistica. Poveri critici sfigati!

“Grazie delle firme… sai… non sono per me… sono per mia figlia Lisa Marie” [Elvis Presley a Jimmy Page]

Non sapevano mica che la cosiddetta nuova direzione sarebbe stata irreversibile, e che avrebbe continuato ad ossessionare per anni le concezioni estetiche tanto del dinoccolato Page quanto del sensuale Plant. Poco male, comunque. Cammin facendo il cielo dei Led Zeppelin si fa sempre più terso, e l’allegria rispunta quando fra le nubi spunta… un fottuto arcobaleno di buone notizie:

Mentre i Led Zeppelin stavano registrando quella che sarebbe diventata la loro opera più conosciuta – riporta il biografo del gruppo Stephen Davis – il manager Peter Grant stava dando una svolta al modo in cui i grandi gruppi rock conducevano i propri affari. Per consuetudine, se un gruppo famoso voleva andare in tournée, le percentuali sugli incassi venivano divise a metà con gli impresari locali. […] Ma mentre organizzava il tour estivo statunitense dei Led Zeppelin nel 1972, Grant sbalordì gli impresari americani informandoli che da quel momento in poi la percentuale della band sarebbe stata del 90%. Ma non è finita qui. Le buone notizie continuano. Perché chi del bene fa, del bene riceve… vero Peter Grant?

Nel 1974, si sarebbe effettuato il lancio della Swan Song Records – che sarebbe durata fino al 1983, sotto la direzione del capace Peter Grant – con eleganti ricevimenti a New York e Los Angeles. Le feste sarebbero servite anche a presentare i Bad Company, il cui album, prima uscita dell’etichetta voluta dai Led Zeppelin, sarebbe stato pubblicato di lì a poco. A New York c’erano comunque altri problemi da risolvere. Nel nuovo film di Brian De Palma, Il fantasma del palcoscenico, c’era una compagnia discografia fittizia chiamata Swan Song.

Okay okay, non vi eccitate troppo: il periodo d’oro dei Led Zeppelin sta per giungere al suo zenith, e a certificarlo ci sono come sempre tonnellate di date live sparse per il mondo, il lancio di una nuova etichetta discografica, ma soprattutto… questo: Los Angeles, 10 maggio 1974, Swan Song Launch Party. I Led Zeppelin sono pronti al gran evento. Il jet set al gran completo non mancherà l’appuntamento. Nel frattempo la band si rifugia alla Riot House in Sounset Boulevard. Lì, Lori Maddox verrà lasciata da Jimmy Page per Bebe Buell, una ragazza di diciannove anni col diavolo in corpo. Pura mitologia zeppeliniana. Al pari dell’incontro col Re del Rock And Roll, ovviamente. Ma come: e chi diavolo sarebbe costui?

Parliamo di Elvis “The Pelvis” Presley, cribbio: c’è bisogno di aggiungere altro? Ad occhio e croce no. E allora schiacchiamo il testo rewind e godiamoci pure quel mitico incontro fra “pesi massimi”: l’abboccamento con Elvis ebbe luogo nella suite di un albergo di fronte al Forum, dove il Re si esibiva. I Led Zeppelin stavano assistendo ad uno dei suoi concerti quando lui si girò verso il proprio complesso – il cui chitarrista, James Burton, era da sempre uno degli idoli di Jimmy – e disse: “Hey, ragazzi, mettiamocela tutta stasera, perché ci sono i Led Zeppelin in sala”. Ora, dovete sapere una cosa: Elvis e gli Zeppelin avevano in comune uno degli impresari, un tale di nome Jerry Weintraub, che dietro le quinte mise al corrente il Re che quei tipi zazzeruti dall’aspetto vagamente scazzato… vendevano più dischi di lui. Cazzo. Fu un attimo. Il Re era spodestato. O forse no: perché dopo le presentazioni di rito, la band fu invitata ad entrare nella sua stanza e si accomodò accanto al Re, mentre Bonzo incominciò a disquisire con lui di auto, manco fossero due amiconi.

Passò mezz’ora. La band e il Re se la spassavano alla grande. Il rubinetto della conversazione era aperto. Confidenze a go go. Yuppi! Il tempo sembrava sospeso lì dentro. L’atmosfera, irreale. Poi, l’incontro finì. Plant fu il primo ad uscire dalla stanza ed esclamò: “Elvis, sei il mio idolo. Grazie per averci fatti venire”. Il Re rispose canticchiando l’inizio di Treat Me Like A Fool. Plant continuò col secondo verso. Il finale, in coro. Che carini! Ma il momento più memorabile di quella memorabile nottata non fu quello. Fu quando il Re prese da parte Jimmy, e sussurrando imbarazzato gli disse: “Grazie delle firme… sai… non sono per me… sono per mia figlia Lisa Marie”. Elvis, cuor di papà, non si smentisce: è sì un tipo bizzarro ma anche un sacco geniale e soprattutto… tenero. Un po’ meno tenero lo era invece il fisco anglosassone con le sue rockstar. Tasse. Tante. Troppe. Bisognava correre ai ripari. Darci un taglio. Ora. Soluzione: l’esilio fiscale in America (che ormai era tipo una seconda casa per i nostri eroi). Meno male che a rinfrancarli ci sarà il nuovo album: un doppio, zeppo di intuizioni estetiche grandiose, destinate a far brillare la propria luce nel tempo. Sentite un po’ cosa scrivono i tipi di metallized.it su Physical Graffiti:

Nel 1975, i Led Zeppelin pubblicarono per l’etichetta Swan Song il monumentale e pretenzioso doppio album Physical Graffiti. La copertina di questa release è una delle più costose e famose della storia del rock. La versione in vinile, infatti, raffigura un palazzo con molte finestre sulla 96 St. Mark’s Street di New York; spostando le buste interne dei due dischi, gli spazi vuoti si riempiono di varie immagini: personaggi noti, quadri famosi, foto del gruppo in atteggiamento rilassato, più le lettere che compongono il titolo del disco. Le canzoni contenute in Physical Graffiti sono in totale quindici, alcune delle quali registrate per gli ultimi tre album ma poi non incluse nei medesimi, ed abbracciano con grande maestria vari generi musicali: c’è la coriacea Custard Pie, c’è il rifacimento con tanto di slide del gospel In My Time Of Dying, c’è Kashmir, che Plant definirà “la canzone dei Led Zeppelin per eccellenza”; c’è la sincopata Trampled Underfoot, con un grande John Paul Jones al clavinet; e poi ancora ci sono: il blues acustico di Black Country Woman, la maliosa e tropicaleggiante Down By The Seaside, o ancora In The Light, dove la voce di Plant si sdoppia e ci sono certi suoni che sembrano tipo… il lamento delle balene! Il disco fu pubblicato il 24 febbraio 1975, e vendette sin da subito benissimo, trascinando con sé le vendite degli lp precedenti. Gli anni sono passati, e il pubblico dei Led Zeppelin è cambiato, però questo disco è sempre nel loro cuore. Oggi anche i critici più feroci ammettono di trovarsi di fronte ad un capolavoro della musica rock.

Già, un capolavoro. L’ennesimo. I Led Zeppelin ne andranno fieri. Eppure c’è nell’aria qualcosa di funesto. Qualcosa che è tipo una premonizione o più semplicemente una sensazione. Per ora il gruppo l’avverte appena. Tutto sommato sta vivendo il suo periodo di maggior splendore. Occhio però a quel che dice il detto, cari Led Zeppelin: perché l’ora più buia è sempre quella prima dell’alba.

Epilogo

“Non voglio parlare delle mie credenze e del mio rapporto con la magia. Non sono George Harrison o Pete Townshend, non voglio convincere nessuno a seguire quello in cui credo. Sono profondamente convinto che se le persone sono in cerca di qualcosa e vogliono trovare risposte, lo devono fare da sole” [Jimmy Page]

Abbandoniamo per un po’ le luci della ribalta e la vita di eccessi da rockstar del nostro gruppo, e rituffiamoci invece nella dimensione notturna, mistica, trascendente del suo mitico guitar hero: “A un certo punto ebbi l’opportunità di aprire una libreria veramente cool”, dirà Jimmy Page in un’intervista, che si concluderà con queste esatte parole: “Sapete, all’epoca avevamo dei sogni veramente stratosferici!’”. Sogni che inizieranno suppergiù così: dopo aver trascorso giorni e giorni esaminando i locali dei dintorni, il guitar hero di nostra conoscenza opterà per uno spazio nei pressi di Portobello Road, la strada rinomata per i celebri antiquari. Qui inizierà ad arredare un ambiente elegante e misterioso, che riempirà di mobili ricercati e parecchio costosi.

“Nell’autunno del 1973”, confermerà qualche decennio dopo sua figlia Scarlet, “inaugurarono finalmente la sua libreria”. Segnatevi questo indirizzo: Holland Street 4. Perché qui, a due passi da Kensington High Street, Jimmy-il-libraio-occultista darà vita al suo sogno più spaziale: una libreria che venderà libri molto particolari (che parleranno di esoterismo e di magia), all’interno di un ambiente ancor più particolare (disseminato di pannelli in vetro e di incisioni raffiguranti le divinità egizie Horus e Thot). Ora concediamoci un giretto all’interno della libreria, dove troveremo un sacco di scaffalature e vetrinette, tutte in stile art déco e tutte invariabilmente nere, mentre fasci di luce soffusa conferiranno un pizzico di mistero al nostro shopping.

Tutto molto cool, vero? Ma la cosa più fica di tutte sarà il nome della libreria: Equinox. Domanda a bruciapelo: per quale recondito motivo il nostro guitar hero sceglierà un nome così dannatamente “cosmico” per lanciarsi nel commercio librario? Come spesso accade quando l’argomento sono i Led Zeppelin, la risposta sarà al contempo semplice e complessa. Semplice perché Jimmy nutre una vera passione per gli equinozi, che come tutti sanno avvengono due volte all’anno – di primavera e d’autunno, quando il giorno e la notte hanno un’identica durata – e rappresentano un momento di perfetto equilibrio nel rapporto Uomo/Universo. Complessa perché The Equinox è il titolo di una leggendaria collana editoriale curata nientemeno che dal re dell’occultismo Aleister Crowley (che come ben sappiamo riveste un ruolo centrale nell’immaginario “altro” di Jimmy-il-fenomeno). Infatti sarà lì, nelle pagine dei suoi sacrileghi scritti, che troveremo la definizione che meglio si adatta all’agire di Jimmy e della sua band: “La magia”, scriverà l’oscuro maestro di Jimmy, “è la scienza e l’arte di provocare dei cambiamenti conformi alla volontà”. Lezione finita: ora possiamo dormire sonni tranquilli. La libreria di Jimmy non avrà problemi e darà un sacco di magiche soddisfazioni al suo proprietario. O forse no. Perché la magia è un po’ come marzo pazzerello, che prima c’è il sole ma poi prendi l’ombrello:

INTERVISTATORE: A quanto ci risulta lei ha avuto una libreria… esoterica. Perché la chiuse?

JIMMY: Perché viaggiavo molto con la band, e stavo spesso all’estero. La chiusi quando Robert Plant si ruppe una gamba a Los Angeles. Era l’epoca in cui stavamo incidendo Presence, credo. Molti clienti della libreria, inoltre, erano convinti di avere un diritto divino a non pagare i libri.

INTERVISTATORE: Ah, sì? Rubavano?

JIMMY: Più o meno… Sai, la gente interessata a quel tipo di argomenti in genere non ha un centesimo.

Nel frattempo qualcosa si sfascia all’interno dei Led Zeppelin. E il primo sintomo che qualcosa non va lo fornisce lui: Bonzo il mite, il sorridente, il ben educato; Bonzo che quando poi si attacca alla bottiglia, vale a dire pressoché ogni notte, dacché la band è in tournée, si trasforma in un demone scatenato. E allora sì che sono guai: “Era molto emotivo”, racconterà in seguito Cole, “ed era estremamente legato a sua moglie e al bambino e non voleva allontanarsene, ma fu obbligato a farlo per via dei problemi fiscali. Così, si deprimeva facilmente, e se qualcuno osava dirgli qualcosa, lui lo stendeva”. Ora, scegliete uno a caso fra i titoli dei film girati dalla coppia Bud Spencer & Terence Hill, e poi applicatelo alla situazione di Bonzo. Vedrete che il giochetto riuscirà alla perfezione. Incominciamo con: Lo chiamavano Bulldozer, proseguiamo con … Altrimenti ci arrabbiamo!, e finiamo con un benaugurante Porgi l’altra guancia.

Solo che Bonzo non era tipo da precetti evangelici. No, proprio no: lui era un chiassoso e indisciplinato figlio di puttana, che imbarazzava se stesso e gli altri, e in più veniva regolarmente coinvolto in risse, che avvenivano sempre quando ad accompagnarlo c’erano dei roadie giovani e spacconi. In un modo o nell’altro finiva sempre per far incazzare la gente che lo circondava, e non facevano eccezione le persone che lo amavano. Se ad esempio la band organizzava un’uscita in qualche locale di lusso, c’era sempre qualcuno che sussurrava: “Shhh, non dirlo a Bonzo”. Se invece la band era in tour, Peter Grant e Jimmy Page si riservavano delle stanze segrete in diversi piani dell’albergo, affinché Bonzo non li potesse trovare quando era distrutto dall’alcol. La parola d’ordine in occasioni simili, e più in generale sempre, divenne: “Non dirlo alla Bestia”. Ma anche il resto della band aveva i suoi bei casini. Robert Plant, ad esempio.

Il suo momento di sfiga stellare ebbe inizio suppergiù così: dopo il Montreux Jazz Festival, a luglio del ’75, Page, Charlotte, la piccola Scarlet, Plant, Maureen e i loro due bambini partirono per una vacanza nell’isola di Rodi. Il fattaccio avvenne il 4 agosto, durante il viaggio che li avrebbe portati in Sicilia, in visita all’abbazia di Crowley, che stava per essere venduta. Maureen Plant si mise al volante dell’auto che avevano affittato in loco, Robert sedeva al suo fianco, i pargoletti parlottavano sul sedile posteriore. Per un po’ il viaggio fu piacevole. Il paesaggio assolato era grandioso. L’afa non rompeva troppo. Le aspettative erano al top. Poi, il botto: l’auto slittò sull’asfalto, finì in un precipizio e si schiantò su un albero. L’impatto fu terribile. Le conseguenze pure: “Maureen Plant si fratturò il cranio e il pube – racconterà poi Richard Cole, il tour manager della band – Plant si ruppe la caviglia e il gomito, i suoi bambini subirono gravi contusioni, invece Scarlet Page ne uscì illesa”.

Alla sfiga si aggiunse poi altra sfiga: perché non c’erano ambulanze a disposizione, e ci vollero ore ed ore prima che un contadino dei dintorni li caricasse tutti sul retro del proprio furgoncino e li portasse fino al più vicino ospedale. Insomma, per farla breve: ci furono grossi problemi con le trasfusioni di sangue, perché lì a Rodi non c’era il gruppo sanguigno di Maureen. E poi: il proprietario dell’agenzia d’autonoleggio affermò che Maureen era ubriaca al momento dell’incidente, e a sostenerlo erano anche certi avvocati greci, che si fecero subito sotto come avvoltoi, subodorando la puzza di un facile guadagno. Alla fine persino l’imminente quanto lucroso tour americano fu cancellato. Miliardi di dollari in fumo. Puff. Fu allora che la band decise di riprendere in mano il progetto di un certo film, che poi passerà alla storia come “il” film concerto dei Led Zeppelin. La parola a Alfredo Cristallo, che così lo recensisce su queste pagine:

“La fortuna e il relativo successo di The Song Remains The Same, unico live ufficiale dei Led Zeppelin, è stata caratterizzata da una curiosa discrasia temporale. Infatti l’album fu registrato nel 1973 durante tre concerti al Madison Square Garden e celebra la band nel momento del suo massimo fulgore e rappresentatività di un genere, l’hard rock, che proprio gli Zeppelin avevano creato. La progettazione e il making of del live fu laboriosa. Le prime registrazioni live dirette da Joe Massot risultarono largamente insufficienti, per cui venne assunto un co-direttore, Peter Clifton, che decise di espandere l’originale progetto di film-concerto con sequenze di fantasia di ogni membro della band e aggiunse incisioni successive fatte live in studio nel 1974. Poco dopo la band s’imbarcò nella registrazione dei nuovi LP. Il progetto The Song Remains The Same slittò per essere poi ripescato in una fase di stasi creativa alla fine del 1976. Proprio nel bel mezzo di una bolla temporale fra il leggendario tour dei Ramones in UK e la pubblicazione del primo singolo dei Sex Pistols, Anarchy In The UK, due eventi che cambiarono di colpo e per sempre il rock britannico”.

La vecchiaia è un processo inevitabile: un attimo ti senti giovane, attivo e scattante, l’attimo dopo sei kaputt (o quasi…). Ecco, i Led Zeppelin divennero “vecchi” quand’erano ancora nel fiore degli anni. Prima erano déi da venerare. Poi dinosauri da spazzare via. C’est la vie! La verità è però un altra: nonostante molti gruppi dei Seventies fossero ormai in fase terminale – un nome per tutti: Emerson, Lake & Palmer – c’era anche chi, come i Led Zeppelin, aveva ancora qualcosa da dire. E infatti lo disse, e alla grande, in un (pen)ultimo sussulto di classe: il 33 giri Presence. Back in studio: le sette tracce del settimo studio album di Page & Soci furono incise a partire dal novembre del 1975, a Monaco, in appena 18 giorni. Sala di registrazione: la rinomata Musicland, che all’epoca era una delle più richieste dai musicisti di mezzo mondo, e che la band britannica in esilio fiscale troverà libera per appena un paio di settimane. Poi, subentreranno gli Stones. E allora sotto col lavoro, ragazzi! Stavolta bisognava fare tutto in fretta, non c’era di tempo per sperimentare cose nuove, o per gingillarsi in inutili prove, o per cazzeggiare al mixer o dio sa che altro. Zero. Il tempo era poco e bisognava sfruttarlo per quanto possibile al meglio.

…per un po’ la band resistette, sembrò risorgere. Poi, le cose precipitarono. Di brutto. Quasi senza avvisaglie. Tutto iniziò da una piccola scintilla, che ben presto si trasformò in un incendio.

E così fu: basta infatti ascoltare Achilles Last Stand, il brano ispirato al “piè veloce” dell’Iliade, nonché opener del nuovo disco, che uscirà sugli scaffali dei negozi già nel marzo del 1976. Musica dura. Implacabile. Spietata. “Achilles”, dirà un giorno l’“invisibile” John Paul Jones, “era il pezzo forte del disco, e rappresentava l’apogeo della passione di Page per la costruzione di imponenti strutture armoniche, cariche di emozioni ed ottenute attraverso molteplici sovraincisioni di chitarra elettrica”. Il resto del disco non sarà comunque da meno: a cominciare dai sei epici minuti di Nobody’s Fault But Mine (che altro non è se non una rilettura di un gospel blues di fine anni venti registrato per la prima volta dal leggendario Blind Willie Johnson), passando per For Your Life e i suoi stop’n’go infuocati, fino ai quasi dieci minuti della conclusiva Tea For One, che sommerà in modo mirabile tutte le anime del gruppo, da quella riflessiva a quella scatenata, rimpinguando l’arsenale di trucchi (forse non nuovi ma indubbiamente efficaci) alla chitarra di Jimmy. Spettacolo!

Anche stavolta l’lp si arrampicherà lesto alle prime posizioni delle classifiche di vendita. Ma ci sarà una differenza rispetto al passato: poiché tanto rapidamente arriverà lassù, quanto rapidamente vi ridiscenderà. Detto altrimenti: questo sarà il disco che venderà più lentamente nell’intera carriera dei Led Zeppelin (eccezion fatta per un mediocre e postumo disco di outtakes: Coda, del 1982). Chiusa la parentesi critica. Torniamo alle cose essenziali. Ora, anche un cieco si sarebbe accorto che i Led Zeppelin post-Presence si stavano sgretolando. Sulle cause di quel declino si sarebbero interrogati in molti. Sul fatto che ci fosse, no. E da qui il dubbio: era una forma di paralisi quella che colpiva la band, oppure solamente l’inevitabile tramonto? O forse era una spinta autodistruttiva che divorava la band dall’interno? Tipo certi parassiti, che si annidano nel tuo organismo, finché poi… accade l’inevitabile: tipo che Page rilascia dichiarazioni velatamente critiche nei confronti del film concerto e dell’ultimo lp, o tipo Plant che si chiude in se stesso e perde la fiducia nelle proprie possibilità e poi comincia ad autodefinirsi “obeso”, o ancora tipo John Paul Jones che si dimostra fieramente indipendente dal resto della band e pertanto attira le invidie dei suoi soci in affari.

Certo, i fatti son fatti e le ipotesi son quel che sono. Ma una cosa fu chiara sin da subito a tutti: gli anni Settanta stavano volgendo al termine, e nuovi gruppi desiderosi di visibilità riprendevano la lezione hard dei maestri e poi passavano alla cassa. Gente tipo i Foreigner o i Boston. Gente così. Gente che sposava sì il credo heavy ma senza la purezza di intenti dei maestri, senza quel loro tocco magico, senza voler per forza passare alla storia in virtù di mirabili invenzioni sonore o estetiche. No. Zero. Per la serie: It’s only rock’n’roll, but i like… business. E business sarà. Page & Soci s’erano messi su una brutta china. Non riuscivano più a risalire. Droga. Sesso. Alcol. Rock’n’Roll. E soprattutto una quantità esagerata di FOLLIA. Per un po’ la band resistette, sembrò risorgere. Poi, le cose precipitarono. Di brutto. Quasi senza avvisaglie. Tutto iniziò da una piccola scintilla, che ben presto si trasformò in un incendio.

Ecco in nuce i fatti: durante uno dei concerti del gruppo, sulla porta di una delle roulotte dietro il palcoscenico, c’era un cartello con su scritto a caratteri cubitali LED ZEPPELIN. A quel giro Werner Grant, figlio di Peter-il-manager, accompagnava il gruppo in parte del suo tour. I contorni del fattaccio furono sin da subito confusi, ma a quanto pare le cose andarono così: “Il giovane Grant”, chiarirà anni dopo Plant, “chiese a uno degli uomini del servizio d’ordine se poteva prendere il cartellone appeso davanti al camerino dei Led Zeppelin. Secondo Richard Cole, uno dei buttafuori spinse via Werner. Sfortuna volle che Bonzo vide l’intera scena, e si avvicinò all’uomo, lo insultò e poi gli mise le mani addosso”. Ehi, Mr Plant: non sarà che il tuo resoconto del fattaccio è tipo… un po’ edulcorato? Perché si dà il caso che il tizio steso da Bonzo fosse poi ritrovato tipo… riverso in un lago di sangue. Dunque, vostro onore, fu un pestaggio bello e buono a ridurre quel tizio così! E a dirlo non saremo noi, bensì le autorità competenti: “Nel febbraio del 1978”, scriverà il biografo della band Davis, “John Bonham, Peter Grant, Richard Cole e John Bindon furono giudicati colpevoli del reato di aggressione per la rissa del 23 luglio 1977, all’Oaklad Coliseum, California, e furono multati e condannati con la condizionale”.

…Bonzo ingollerà prima due o tre abbondanti doppie vodka, poi poco prima di mezzanotte… si addormenterà. La testa su un divano. La luce accesa lì a fianco. Tipico di Bonzo. Quante volte si era sbronzato in quel modo. E quante volte lo avevano raccolto il giorno dopo e avevano ringraziato dio che non fosse morto, perché lui beveva e beveva ma non moriva mai.

È la fine: ancora tre anni di tribolazioni e patimenti, ancora un mediocre album in carniere (titolo: In Through The Out Door, registrato fra novembre e dicembre 1978, presso i Polar Studios degli Abba, a Stoccolma, e poi uscito nel 1979), ancora un po’ di tragedia (tipo l’improvvisa morte di Karak Plant, 5 anni appena, per un virus intestinale, il 26 luglio 1977), di follia e di terrore, e poi sarà veramente… LA FINE DI TUTTO. In fondo ogni partita a scacchi, inclusa quella col proprio destino, ha i suoi momenti. Le mosse diversive. I passi falsi. E infine… lo scacco matto. Norimberga, 27 giugno 1980. John Bonham sviene cadendo dallo sgabello della batteria dopo la terza canzone della serata. Spiegazione ufficiale: stanchezza. L’ultima tournée dei Led Zeppelin si chiuse il 7 luglio 1980, a Berlino. Page aveva fatto annullare una serie di date in Francia. Bonzo commentò la decisione con queste parole: “Alla fine dei conti siamo tutti annoiati a morte dal modo in cui è andata avanti questa tournée”.

Passano due mesi. La band è in procinto di iniziare le prove per il suo imminente tour americano. Page & Co. si incontrano a Windsor, nella nuova gigantesca casa di Page, sulle rive del Tamigi. Bell’edificio davvero. Un ex mulino. Jimmy l’ha acquistato dall’attore Michael Cane, e soddisfa due essenziali requisiti: 1) Sorge vicino all’acqua; 2) Ha abbastanza spazio per fungere da sala prove del gruppo. Lì, in Old Mill Lane, a Windsor, il gruppo si incontra per l’ultima volta. È il 24 settembre 1980… Le speranze sono al top. Jimmy ha dichiarato alla stampa: “Ho la sensazione che ci sia ancora molto da fare”. Bonzo dal canto suo è sobrio: ha smesso di farsi di eroina. Però beve. Come una spugna. E prende una medicina che riduce l’ansia e migliora il morale. Nome del miracoloso farmaco: Motival. Perché lo prende? Un suo amico dice che Bonzo ha paura di ritornare in America, che laggiù ha ancora dei conti aperti con la legge e non ci vuole ritornare. La notte trascorre serena. Bonzo dorme come un pupetto. O così ci piace pensare. Poi sorge il nuovo giorno. Quel giorno. Il 24 settembre 1980. L’ultimo giorno dei Led Zeppelin, l’ultimo giorno di Bonzo.

Quella mattina – riporta Stephen Davis nel suo libro – Rex King fece da autista a Bonzo, e andò a prenderlo a casa, alla Old Hyde Farm, ma il batterista insistette perché si fermassero in un pub prima delle prove. Rex ubbidì. Così Bonzo bevve quattro bicchieri quadrupli di vodka e succo di arancia e mangiò un paio di panini al prosciutto. Poi continuò a bere. Vodka, e ancora vodka. Prima, dopo e durante le prove. Finché non fu troppo sbronzo per suonare. In dodici anni di carriera non aveva mai mancato una prova e si era sempre premurato di arrivarci in orario e al meglio della forma. Anche da sbronzo, si intende. Le prove finirono. Ci fu una festa. Sai com’è: il gruppo si riunisce, il gruppo parte in tournée, quindi… let’s go party! E party sarà: Bonzo ingollerà prima due o tre abbondanti doppie vodka, poi poco prima di mezzanotte… si addormenterà. La testa su un divano. La luce accesa lì a fianco. Tipico di Bonzo. Quante volte si era sbronzato in quel modo. E quante volte lo avevano raccolto il giorno dopo e avevano ringraziato dio che non fosse morto, perché lui beveva e beveva ma non moriva mai. Invece… Il pomeriggio successivo lui non si presentò alle prove. Strano. Molto strano. Plant si allarmò e mandò un tale di nome Benji LeFevre a controllare. “Vai, vedi come sta e poi portalo qui”. Lui va, entra nella stanza del batterista e lo trova così: con la faccia bluastra, il polso inesistente. Arriva l’ambulanza. Bonzo è morto. Aveva 32 anni, accidenti…

La storia dei Led Zeppelin finisce così. Senza rimpianti. O forse no. Poi la vita prosegue. Page avrà la sua carriera. Plant pure. Jones anche. Molti saranno i dischi incisi, alcuni buoni, altri appena discreti, altri ancora un disastro. Il mito del “dirigibile marrone” però continua. E a dimostrarlo c’è il disco della reunion. O meglio; un film concerto, tipo quello di tanti anni prima. Titolo: Celebration Day. Regia: Dick Carruthers. L’evento si terrà il 10 dicembre 2007, presso l’O2 Arena a Londra. Ci saranno Page alla chitarra, Jones al basso, Plant alla voce e Bonham alla batteria. Sì, avete capito bene: Bonham. Jason Bonham. Il figlio di Bonzo. Dopotutto, il frutto non cade mai troppo distante dall’albero. Ora l’angelo con l’ala spezzata ha finalmente raggiunto il Paradiso.

(Retroscena)

Londra, 27 settembre 1980. Fonte: Evening News. Titolo del pezzo: Il mistero della magia nera degli Zeppelin. Ideale colonna sonora della lettura: Black Sabbath, del gruppo heavy metal Black Sabbath. Contenuto dell’articolo: “Sembra folle, ma Robert Plant e tutti coloro che sono vicini al complesso sono convinti che le pratiche di magia nera di Page siano in qualche modo responsabili della morte di Bonzo e di tutte le altre tragedie… Probabilmente i tre membri superstiti dei Led Zeppelin sono un po’ spaventati al pensiero di quel che potrebbe accadere… la prossima volta”.

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