Recensioni

È stato un periodo travagliato quello che unisce il precedente Yellow & Green a Purple per i Baroness, con almeno un paio novità importanti scaturite dallo stesso evento, ovvero un incidente automobilistico avvenuto durante il tour inglese nel quale John Baizley per poco non ci rimetteva la vita e un braccio. Ma nel tour bus ovviamente non c’era solo Baizley, c’erano i Baroness. E pare che proprio a causa del trauma subito in quest’occasione sia il batterista Allen Blickle che il bassista Matt Maggioni abbiano deciso di lasciare la band, sostituiti rispettivamente da Sebastian Thomson, già nei dei Trans Am, e Nick Jost.
Sarebbe dunque lecito aspettarsi tante novità anche in campo musicale da parte della formazione, ma non è così. O quantomeno, non sembra essere stato questo episodio incisivo per la realizzazione di Purple, che rappresenta più che altro una somma dei tanti anni di carriera. Ritroviamo l’heaviness dei Red e Blue album, le melodie ancora più melodiche di Yellow & Green e il solito, vasto, bacino di stili nascosti sotto l’etichetta metal. In evidenza l’alt rock 90s in un paio di canzoni come Shock Me o Try to Disappear, la psichedelia al limite dell’easy listening di Fugue o quella più smaccatamente 60s di Chlorine & Wine, e il pop e basta di If I Have to Wake Up (Would You Stop the Rain?).
Non c’è spazio per molto altro perché il disco, a differenza del precedente doppio, è conciso, ma la sensazione finale è sempre la stessa: i Baroness sono ad oggi i soli metallari in grado di svecchiare un’idea classica di metal senza tradire la sua presa sul grande pubblico. Vincitori ancora una volta, anche con un album che non è il loro migliore.
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