Recensioni

7.2

Una donna aspetta il suo sposo sull’altare invano, ma il futuro marito è morto in un incidente proprio sulla strada che lo avrebbe portato al matrimonio. È questa la scintilla che scocca in testa a Natasha Khan, l’idea che la porta alla realizzazione di un vero e proprio cortometraggio (I Do) che funge da ideale introduzione a The Bride, quarto lavoro che la vede tornare a nome Bat For Lashes con rinnovata ambizione ed essenzialità e su un formato (il concept album) con il quale ha flirtato fin dagli inizi della sua carriera.

La svolta operata dal successore di The Haunted Man avviene qui nel solco di un concetto di purezza nel dolore, espresso sia dal punto di vista del songwriting, sia grazie alla teatralità dell’esecuzione. Se questo è l’album art rock per eccellenza tra quelli prodotti finora dalla Khan, lo è nel senso più cristallino delle sue capacità vocali. Si allontanano dunque le voci riverberate e il pop dal taglio americano di Two Suns, per uno sguardo più intimo e sentimentale, dove i testi sono centrali quanto le trame sonore.

Lontana da sperimentazioni, la nuova Bat For Lashes si ricongiunge al lirismo di scuola Joni Mitchell dalla porta della solita Kate Bush (la più saccheggiata dalla nuova leva di songwriter con vocazioni arty), forte del suo timbro vocale (è un soprano), per un viaggio/racconto visivo, personale e notturno che segue il lutto della protagonista nel suo percorso di elaborazione. Un percorso di consapevolezza che evita facili cliché per aprirsi a una serie di vissuti emozionali, dalla calma e la dolcezza («Tomorrow you will take me for your bride/And know that the grey skies wil blow away/We’re forever and I feel it inside») alle note più drammatiche (Honeymooning Alone, ovvero la luna di miele solitaria, traccia dal sapore western alla Quentin Tarantino), dallo struggimento (l’uptempo di Sunday Love che richiama l’esperienza con i Sexwitch) ai momenti silenziosi e rassegnati (I Will love Again nasconde), fino a toccare stati d’animo più profondi ma mai davvero disperati (la preghiera tra invocazioni e misticismo di Widow’s Peak).

Largamente classico – vedi una torch song dal grande impatto emotivo come If I Knews – ma anche moderatamente moderno e wave, The Bride è indubbiamente un lavoro ben congegnato e strutturato, con momenti di autentica magia che, tuttavia, al netto della sovrastruttura narrativa, non riescono nell’affondo decisivo o a creare la canzone davvero indimenticabile (una Laura, per dire), caratteristica che invece avrebbe sollevato il disco dall’ottimo inquadramento di genere. Va spezzata comunque una lancia in favore della musicista, per aver scritto ed interpretato egregiamente una storia affatto scontata riguardo al più classico dei dualismi poetico/narrativi, quello tra eros e Thánatos, tra amore e morte.

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