• mar
    23
    2018

Album

Warner Music Group

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È un disco nuovo o la continuazione del precedente? Potrebbe stare benissimo a metà, potrebbe essere una cosa e l’altra. Anzi, è proprio così. L’amore e la violenza vol. 2 non è stato scritto insieme a L’amore e la violenza come si sarebbe potuto pensare, ma durante il tour che ha portato il predecessore in giro per l’Italia. Proseguendo sulla scia del mood concettuale e sonoro del volume 1, riesce a dribblare comunque una pericolosa staticità e si crea una sua dimensione contigua ma diversa, puntando deciso su un tema, l’amore, senza rinunciare alla violenza, ad immagini forti o all’aggancio con l’attualità che rimane sullo sfondo (nella sola Tazebao invece fa una rumorosa invasione di campo e si conquista il primo piano).

Una partita con la canzone d’amore che si gioca sul campo del pop, dell'”oscenamente pop” come il gruppo ha definito questi “dodici pezzi facili”, in realtà architetture musicali sbarazzine (con tanto di sbuffi di violino, la solita teoria di sintetizzatori preferibilmente vintage e questa volta chitarre più traccianti del passato) che nella loro leggerezza sorreggono le storie nere tra il kitsch-compiacimento e il pessimismo lirico di Lei Malgrado Te, Jesse James e Billy KidA proposito di lei, veri brani-spot di questa seconda puntata del film d’autore baustelliano. Il posto d’onore in una prima metà album aperta dallo strumentale Violenza (e sottolineiamo Violenza, una soundtrack horror alla Simonetti bombardata di chitarroni), spetta in ogni caso a Veronica n. 2, canzone già rodata nei concerti e nel frattempo diventata il classico singolo-trailer. Giustamente, perché non è solo il pezzo più orecchiabile, ma contiene i due-tre motivi e momenti più memorabili in assoluto del nostro volume 2.

La trama del sequel de L’amore e la violenza è quindi la “pura love song”, per quanto possa essere “pura” una forma che, come a mille sottintesi esistenziali, si presta a mille fantasie: western, mitologia, guerra, religione, e, parlando di musica, la West Coast e Battisti, i Diaframma, i Pulp, gli Osanna e Patty Pravo. Ma se la “purezza” del tema canzone-d’amore ha tante sfumature, nemmeno il pop puro dal canto suo monopolizza la “colonna sonora”. Nella seconda facciata (si ragiona sempre su pellicola e vinile, qui) il gioco infatti si complica con gli sbalzi tra prog e disco di Perdere Giovanna e Caraibi, i toni lenti e cupi di L’amore è negativo e il rock di Tazebao. Come in ogni buona trama romanzata che si rispetti, ci vogliono sempre i colpi di scena prima del finale (Il minotauro di Borges) e dei titoli di coda, ancora strumentali.

Comporre nei ritagli di tempo lasciati da una tournée è una prassi abbastanza abituale per i musicisti, mentre per i Baustelle sembra sia stata una sostanziale novità, un segnale ulteriore di un momento creativamente felice che il nuovo disco rispecchia fedelmente. Se i toscani hanno veramente realizzato un concept in due parti lo sapremo forse solo alla prossima uscita (a questo punto ci manca un disco di pura violenza, lo faranno?). Intanto abbiamo tra le mani un album che mantiene l’alto profilo del suo “gemello” dell’anno scorso (la prima puntata ci sembra ancora leggermente superiore, ma davvero si tratta di dettagli, e non tirate fuori la solita storia che il sequel non è mai come l’originale…). Alla Warner gongoleranno trovandosi un altro potenziale best-seller; del resto, il materiale parla da sé: si tratta del pop migliore per qualità e personalità che abbiamo oggi nel nostro paese, a nostro personalissimo giudizio.

22 Marzo 2018
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