Pulp / Jarvis Cocker

This is Pulp-core

“You’ll never live like common people / you’ll never do what common people do / you’ll never fail like common people / you’ll never watch your life slide out of view / and then dance and drink and screw / because there’s nothing else to do” Common People, 1995

Doverosa premessa: non c’è nessuno come Jarvis. Sì, ok: c’è l’inevitabile genoma di David Bowie nella sua teatralità e nelle sue movenze, c’è l’evidente carnalità di Leonard Cohen e Serge Gainsbourg nelle sue note e nella sua penna, c’è il lirismo cinematografico e sognante di Scott Walker nella sua voce e nelle sue inflessioni. Ma, francamente, tra i colleghi della sua generazione sfidiamo a trovarne uno che abbia tanta personalità, foss’anche quanta ne possiede lui in un dito mignolo (del piede). Non facciamo nomi né paragoni: sarebbe imbarazzante – per tutti gli altri. Prima ancora del musicista e dell’artista, il personaggio Jarvis – che racchiude anche gli altri due – è talmente ingombrante, riconoscibile e unico che non si può prescindere da lui per raccontare non solo la storia musicale della sua band, ma anche quella di un’intera era, il Britpop, di cui è stato uno dei volti ed è rimasto per sempre icona indiscussa. Riuscendo ad andare oltre e a rimanere, inequivocabilmente, Jarvis.

Complici le suggestioni letterarie e cinematografiche che, a ragione, il termine pulp evoca, ci appare a posteriori del tutto naturale la sua scelta di aver chiamato così il suo progetto principale, proprio alla luce di tale personalità, di tale personaggio. Non è la buccia: è sempre stata la polpa – il rosa nascosto, il rosso sangue, il sapore più dolce, il profumo più intenso – la parte più interessante, per Jarvis. Se pensate che tutto questo sia molto hardcore – e lo è – siete nel posto giusto.

“You are hardcore, you make me hard…”
This Is Hardcore, 1998

C’è chi al successo ci arriva subito, e chi invece deve aspettare un po’ – un bel po’. E a volte capita che, una volta in cima, ci si renda conto che laggiù non si stava poi tanto male. Lo diceva anche l’esile Duca Bianco, che la fama è una strana bestia. E di tutto questo, Jarvis Branson Cocker, classe 1963, ne sa qualcosa. In un mondo – il musicbiz britannico, nello specifico – in cui l’“esserci” è la cosa più importante, ciò che è successo ai suoi Pulp non ha molti precedenti. Per passare da perfetti sconosciuti – in un microcosmo indie che, pur accettandone la presenza, non l’ha mai legittimata fino in fondo – a superstar (quasi) incontrastate del Britpop ci sono voluti la bellezza di quindici anni – dal 1980 al 1995, per l’esattezza. Poi, scoppiata quella famosa bolla di sapone, un nuovo e inevitabile scivolare via via nel culto, una scia di epigoni ed estimatori ben nutrita, ed ecco che la fama diventa mito, con la reunion di rito a suggellare – anzi: ricordare – ciò che è da tempo ovvio e indisputabile, cioè che i Pulp sono una piccola grande leggenda della musica inglese e che Jarvis è e resta un vero e proprio tesoro nazionale. Facciamo qualche passo indietro, ché la storia è più lunga e tortuosa di quanto si creda.

Freaks

Flashback, 1981. In questo momento Jarvis è uno studente appassionato di cinema occhialuto e dai lineamenti morbidi, la band nulla più che il classico gruppo messo su tra compagni di scuola in quel di Sheffield (la primissima formazione risale un paio d’anni addietro, con l’oscuro nome Arabicus Pulp – parte una qualità di caffè, parte il titolo del cult del 1972 di Mike Hodges con Michael Caine). Ecco però che arriva prestissimo, del tutto inaspettato e per una proverbiale botta di fortuna, l’interesse nientemeno che del “solito” John Peel, che trasmette una session di brani inediti registrati per l’occasione a Londra (Turkey Mambo Momma, Please Don’t Worry, Refuse To Be Blind, Wishful Thinking – tutti pubblicati molti anni dopo, nel 2006); ma è solo un fuoco di paglia, lontano dall’essere l’usuale trampolino di lancio di cui tante formazioni new wave a quei tempi beneficiavano. Forse perché in sé il suono, pur interessante, non ha nulla di particolarmente personale, somigliando piuttosto alla maggior parte delle proposte coeve – un pop psichedelico tendente all’oscuro, accostabile ai Teardrop Explodes o a certe cose Cure / Joy Division –, il riscontro resta basso, molto basso. Ciò non toglie che dopo un paio di stagioni (e il primo di tanti cambi di formazione) i tizi della Red Rhino, piccola realtà locale, si propongano per un mini LP, che verrà pubblicato con il titolo It (non “esso” ma “pulpito”, dal gioco di parole creato in copertina: “pulp-it”. Ehm).

La prima uscita in assoluto a nome Pulp vede la luce nell’aprile 1983, nell’indifferenza pressoché totale. Jarvis e i suoi – in questo caso: Simon e David Hinkler (il primo militerà nei Mission), Wayne Furness, Peter Boam, Gary Wilson e sua sorella Saskia – sono i tipici pesci fuor d’acqua, anche se va detto che i semi di un certo songwriting fanno capolino qua e là (il simil Cohen con tanto cori femminili di Joking Aside, o le gentilezze Velvet Underground di My Lighthouse e la ritrovata Wishful Thinking). Inoltre il crooning Walker-iano del frontman si fa sentire – Blue Girls –, e gli arrangiamenti – su tutti la frizzante Love Love – denotano una ricercatezza e una varietà strumentale che fa tanto art school, tra sezioni di fiati, tastiere, percussioni e flauti.

It non va comunque aldilà di un ingenuo folk pop, che col senno di poi suona giocoforza fuori contesto in una scena allora dominata da synth pop e new romantic; viene da dire che, fosse uscito nel post-Belle And Sebastian, se ne sarebbe parlato come una piccola gemma, pur con tutti i suoi difetti da opera prima, anzi primissima. Il punto è che il progetto ha basi tutt’altro che stabili e infatti, dopo la successiva pubblicazione del goffo 45 Everybody’s Problem (tentativo – fallito, vivaddio – del produttore Tony Perrin di fare suonare i Nostri come i Wham!…), Jarvis si rende conto che non è quella la direzione che vuol prendere, tanto più che la labile line-up di compagni di college si dissolve quasi subito. Si tiene così occupato in side project con nomi improbabili tipo Heroes Of The Beach, Repressive Minority, Michael’s Foot e Jarvis Cocker Explosion Experience; nel frattempo, entra in contatto un ceffo artistoide rispondente al nome di Russell Senior, che qualche anno prima aveva recensito uno show dei Pulp in una sua fanzine.

Russell ha una personalità forte, è appassionato di dadaismo ed arte estrema e oltre alla chitarra suona il violino. In contemporanea viene ingaggiato alla batteria tal Magnus Doyle, fricchettone come pochi che ha una sorella, Candida, che suonicchia a due dita un vecchio Farfisa; di lì a poco si aggiunge un certo Peter Mansell, il futuro fidanzato di lei, al basso. I Pulp così come li conosceremo cominciano finalmente a prendere forma.

“Little girl with blue eyes there’s a hole in your heart / and one between your legs / You’ve never had to wonder which one he’s going to fill / in spite of what he said / You’ll never get away, hey / you’ll give it up one day come what may”
Little Girl With Blue Eyes, 1986

Nuova identità quindi, e susseguente contratto discografico con la Fire che tra il 1985 e il 1987 si occupa di pubblicare una serie di singoli (poi raccolti e ristampati nel 1994 in Masters Of The Universe) e un album, Freaks, il cui titolo sembra descrivere al meglio questa congrega di artistelli ambiziosi sì, ma senza alcun posto nel mondo (come si sarebbero meglio autodefiniti in seguito, mis-shapes).

Quello dei Pulp di metà ’80 è un suono prevalentemente noir, decadente e talvolta minaccioso, legato – specie nei singoli – alle velleità psichedeliche dei primi Velvet Underground e a certi rigurgiti post punk. Modalità stilistiche figlie del loro tempo, ma anche della nuova alchimia su cui si regge il gruppo, in questo momento di fatto una diarchia.

Da un lato c’è Senior, che potremmo per comodità definire il John Cale della situazione (vedi alla voce: urla psicotiche, violino dissonante, brani “disturbati”…); è in tutta probabilità a lui che si devono le svisate dada e clownesche (verrebbero in mente i Virgin Prunes o i Fall, con le dovute pinze) di questi dischi, confermate dagli episodi in cui si avvicina al microfono, in assoluto i più improbabili da ascrivere al catalogo dei Pulp (da Fairground, stramberia da circo psicotico à la Birthday Party / Barrett che apre l’ellepì, ad Anorexic Beauty, in cui riecheggia l’Eno pop più robotico). Un’influenza, la sua, destinata comunque ad esiti più felici e significativi.
Dall’altro c’è Jarvis, in questo contesto non ancora del tutto a suo agio: gli episodi più sperimentali e tipicamente wave lo vedono protagonista un po’ impacciato (i VU di Simultaneous, i Joy Division di Aborigene, Tunnel, The Never-Ending Story), mentre è nei momenti più melodici, languidi e romantici in cui le sue capacità di scrittura cominciano a fiorire. Già a partire dal primo 45 realizzato dalla nuova line up, Little Girl With Blue Eyes, cadenzata ballata indie pop dal testo – dedicato alla madre – che recita testualmente “ragazzina dagli occhi blu c’è un buco nel tuo cuore / e uno tra le tue gambe”, la futura poetica tutta sesso adolescenziale e quadretti di vita di provincia fa timidamente capolino, ma è ancora troppo presto.

Per il resto Cocker si adagia, con esiti a dire il vero non malvagi, su romanticherie assortite e storie d’amore perverse e combattute (I Want You, There’s No Emotion, Life Must Be So Wonderful) in cui sfoga le sue infatuazioni per maestri come Leonard Cohen e Gainsbourg, oltre a sviluppare ulteriormente il suo crooning; accanto a bislacche analisi socio-antropologiche (Dogs Are Everywhere) o pseudo mitologiche (Master Of The Universe), non manca neppure una certa verve tendenzialmente pop (la deliziosa Don’t You Know), oltre a una predilezione per atmosfere cinematografiche (Being Followed Home, Blue Glow, 97 Lovers, il pre-Baladamenti di Twin Peaks di Goodnight), per arrivare a quella piccola gemma di decadentismo francesizzante che è They Suffocate At Night, per cui si girò anche uno dei primi clip della band.

Insomma, volendo i semi ci sarebbero – quasi – tutti, sono semmai i frutti ancora acerbi: all’epoca dell’uscita di Freaks (primavera 1987) la scena indipendente britannica offre decisamente di meglio di un oscuro gruppo di Sheffield diviso tra un chitarrista/violinista pazzoide e un frontman longilineo, occhialuto e intellettualoide, che pur di far colpo su di una ragazza casca da una finestra fratturandosi una caviglia, un polso e il bacino (episodio realmente avvenuto nel 1985, all’epoca della promozione dei primi singoli). Vuoi per affetto, per curiosità o per puro interesse filologico, un ascolto a questi Pulp in embrione è comunque caldeggiato.

“We were on the bed when you came home / I heard you stop outside the door / I know you won’t believe it’s true / I only went with her ’cos she looks like you / Oh, I wanna take you home, I wanna give you children / You might be my girlfriend, yeah yeah yeah yeah yeah yeah”
Babies, 1992

Countdown

Eppure, per arrivare ai Pulp che tutti conosceranno, il passo è più breve di quanto si pensi. Tra Freaks a Separations passano cinque anni, almeno sulla carta; in realtà il terzo album di Jarvis e i suoi viene concepito e realizzato già nel 1989, dopo un ulteriore – e definitivo – aggiustamento di formazione: fuori Mansell e Magnus, dentro Nick Banks ai tamburi e il futuro producer e talent scout Steve Mackey al basso; lo ha conosciuto a Londra, dove è andato a studiare al St. Martin’s College una volta lasciata definitivamente Sheffield, e insieme i due si avvicinano alla musica house. Ci siamo quasi. La vera svolta avviene quando Jarv si ritrova a giocherellare con alcuni ritmi del Yamaha Portasound che ha in casa sua nonna; nel frattempo, da Manchester arrivano vibrazioni acidissime, e lo sposalizio tra rock ed elettronica non è più un tabù, ma tendenza.

Un input che la band userà per cucirsi addosso un nuovo suono, basato adesso tanto su tonalità più varie quanto sull’uso di synth a tappeto e ritmi ballabili. Il tutto diventa funzionale nella costruzione di un’estetica finalmente personale, che va dall’immagine alle copertine e dei testi, fatti di glamour e kitsch d’altri tempi, che finiscono per fondersi naturalmente con la scrittura e l’interpretazione, adesso decisamente più mature, di Cocker (le stramberie psycho di Senior restano fuori, a favore di un prezioso apporto alla sei corde e ai ricami sulle atmosfere con il suo violino).

Siamo comunque ancora lontani da un prodotto compiuto, tanto che l’album appare visibilmente spaccato a metà: cinque tracce di curioso songwriting pop derivato direttamente dalle ballad di Freaks, con molta più inventiva negli arrangiamenti – vedi il tango semi-parodistico di Don’t You Want Me Anymore o il mélo di She’s Dead o i cambi d’umore della title track, con un’intro tragica alla Walker (vedi alla voce Scott 1&2) e il battito della Casio à la Cohen di I’m Your Man – contro le restanti quattro, che sposano audacemente confessioni da cameretta con il dancefloor mad-chesteriano – le pulsioni Moroder-Kraftwerk della drammatica Countdown, i battiti New Order della lunga This House Is Condemned, la trance ipnotica della fenomenale My Legendary Girlfriend, che battezza – alleluia! – un approccio compositivo che sarà un trademark di lì a venire.

Il suono di una generazione, quella dei mid-Nineties, è quasi servito; ma – tanto per cambiare – i tempi non sono ancora maturi. Il destino vuole infatti che la Fire si rifiuti di pubblicare il disco, con l’unica concessione del singolo My Legendary Girlfriend nella primavera del 1991. Sorpresa sorpresa: diventa single of the week per NME. E la ruota, finalmente, comincia a girare.

Spinta dai consensi crescenti, la label decide di fare uscire Separations nell’estate del 1992, ma ha ormai perso il gruppo, momentaneamente trasmigrato alla Gift – uno spin-off della Warp – con la quale sta già producendo dei singoli; sarà successivamente la Island, ultima e definitiva casa dei Nostri, a divulgarli in una raccolta (PulpIntro – The Gift Recordings, ottobre 1993). Quello trascorso insieme alla piccola etichetta è un periodo di incubazione, che si rivelerà fondamentale per gli sviluppi immediatamente futuri: il materiale pubblicato tra tardo 1991 e il 1993 è infatti tutt’altro che trascurabile, svelando da un lato un affinamento della scrittura pop di Separations con esiti più che felici (O.U., la leggera e guizzante Babies il primo singolo davvero importante; Razzmatazz), dall’altro un’accesa verve sperimentale che porta i Nostri ad avventurarsi in derive ai limiti dello space-kraut rock e alla new wave sintetica di dieci anni prima (Space, la techno-lounge che ricopre Gainsbourg di Sheffield: Sex City, Styloroc, l’epopea in tre canzoni Inside Susan).

È una band che, ora, sa esattamente quello che sta facendo: non più imbarazzati ed improbabili come agli esordi, i cinque cominciano ad apparire a tappeto sulle riviste specializzate e in video, ed è una presenza pesante, supportata dal look giusto e dall’atteggiamento giusto. Jarvis in breve si crea un personaggio, fatto metà dello stile e l’acume di Bowie, metà dell’ironia surreale e il pungente sarcasmo di Ray Davies; tanto basta a renderlo uno degli individui più cool a calcare un palco. I Pulp sono pronti per l’Inghilterra.

“We’re making a move we’re making it now / We’re coming out of the sidelines / Just put your hands up: it’s a raid / We want your homes, we want your lives, we want the things you won’t allow us / We won’t use guns, we won’t use bombs / we’ll use the one thing we’ve got more of – that’s our minds”
Mis-shapes, 1995

Do You Remember The Pulp Times?

E, insieme, l’Inghilterra è pronta per i Pulp. Le brevi e intensissime stagioni di Madchester e dello shoegazing hanno fatto il loro tempo: un nuovo fenomeno musicale – e sociale – è alle porte, epocale (ovvero distintivo di un’epoca circoscritta) come lo era stato venti anni prima il glam dei young dudes di Ziggy e dei Roxy o, poco più in là, il punk partito dal Bromley Contingent dei seguaci dei Pistols. Tra ’92 e ’93 i primi, nuovi idoli si chiamano Suede: rivestono il miserabilismo smithsiano di una gaia e decadente patina glam e sbancano le classifiche indie con singoli e debutto; nel frattempo, quattro giovanotti londinesi pubblicano un album titolato Modern Life Is Rubbish che, complice la produzione di Stephen Street, mette assieme Jam e Kinks, mentre quel volpone di Alan McGee prepara il colpaccio per la sua Creation: pare abbia tra le mani due fratellini di Manchester che potrebbero realmente diventare i nuovi Beatles. È il pop made in UK che si ricicla e si rinnova da sé stesso, avvolto in un luccicante e appiccicoso involucro di plastica: nella sua variante per la generazione X lo chiamano Britpop.

Nel bel mezzo di tutto ciò, Jarvis e i suoi non si lasciano certo cogliere impreparati, anzi. His n’ Hers mette a frutto tutta l’esperienza accumulata nei tre anni precedenti, spianando la strada per la definitiva conquista del Regno. In sé è uno dei migliori prodotti della band, una sintesi di tutti quegli elementi, testuali e puramente musicali, che ne hanno decretato il successo al momento del boom (l’album sarà il primo a raggiungere la top ten).

I Pulp qui si presentano come una sorta di versione da kitchen-sink drama degli Smiths, cantando storie sesso adolescenziale e torbide relazioni amorose in cui gli adolescenti inglesi di metà Novanta possono riconoscersi; Lipgloss, Babies, Do You Remember The First Time?, Acrylic Afternoons sono quadretti di ordinaria educazione sentimentale e sessuale per ragazzi di provincia, descritti con ironia e rappresentati ora drammaticamente, ora con il miglior spirito glam-pop (leggasi Bowie e Roxy Music, con scintille aggiuntive di … Sparks). Tra le schitarrate iniziali in pieno stile brit di Joyriders alle fascinazioni Bryan Ferry di David’s Last Summer si racchiude un universo che riesce ad essere catchy e leggero ma altresì sofisticato, dal melodramma kitsch di Have You Seen Her Lately e Happy Endings alla disco kraftwerkiana di She’s A Lady, fino ai residui space gonfiati di Walker di Someone Like The Moon. Come dire, the pulp of Pulp.

Da qui, è tutta un’escalation. Certo, anche se il desiderio di fama covava in cuore da tempo, forse neanche gli stessi protagonisti avrebbero immaginato di arrivare a produrre uno dei singoli di maggiore successo dell’epoca (nonché brano-manifesto del periodo tutto, classico senza tempo, eccetera eccetera), quella Common People che, uscita nella primavera del 1995, si piazza dritta al numero 2 delle classifiche, in barba alle nascenti faide Blur / Oasis. La consacrazione definitiva avviene subito dopo, quando Jarv & co. si trovano a fare da headliner al Glastonbury di quell’anno (grazie al provvidenziale forfait degli Stone Roses); un momento considerato ad oggi l’apice di una carriera. Ed è in questo clima trionfale che viene realizzato quello che per i Nostri, come in ogni favola che si rispetti, si rivela il disco di una vita.

Pubblicato ai primi di novembre, Different Class è esattamente quello che ci si aspetta da un gruppo al massimo delle sue potenzialità: vuoi perché galvanizzati dal successo del singolo, vuoi perché aiutati in studio da un esperto del calibro di Chris Thomas, i Nostri producono un lavoro che si vuole “classico” dall’inizio alla fine, una cartolina della band – rigorosamente kitsch e anni ’70, come suggerito dall’artwork – da tramandare ai posteri. È qui che troviamo le canzoni-manifesto dei Pulp, Common People e Disco 2000, a cui il tempo non ha tolto nulla in termini di fascino, freschezza ed appeal, anzi: due canzoni su cui si potrebbero scrivere volumi di saggistica e la cui esegesi testuale richiederebbe lunghe e appassionanti trattazioni a parte, anche solo per raccontarvi la storia di Deborah e della sua carta da parati truciolata (“wood-chip”), e della ricca e annoiata ragazza greca che vuol vivere come la gente qualunque.

Ed è sempre quindi qui che Jarvis si scopre autore di prim’ordine e sublima le sue influenze dichiarate in brani sempre più maturi e adulti, come Pencil Skirt, Live Bed Show, Something Changed, Sorted Out For E’s And Wizz, Underwear, tutte servite da arrangiamenti raffinati e mai ridondanti. E se I Spy – sexy, tragica, voyeristica, oscura, teatrale – è il dramma cinematografico definitivo (almeno fino al prossimo disco …), l’irresistibile e anthemica Mis-Shapes e Bar Italia – la Rock And Roll Suicide del caso – sono l’ideale apertura e chiusura di quello che, sia per volontà di chi l’ha fatto sia per un destino finalmente accondiscendente, è il capolavoro di una band e una pietra miliare del pop inglese. Senza se e senza ma.

“Oh Deborah, do you recall? / Your house was very small/With wood chip on the wall/ When I came ‘round to call/ You didn’t notice me at all”
Disco 2000, 1995

The Fear

Il sogno perdura per tutto il 1996, anno vissuto all’insegna dello stardom, tra un incessante girare (prevalentemente in patria, con parentesi in Giappone, Scandinavia e negli States), un Mercury Prize per Different Class e un curioso incidente ai Brit Awards, episodio per cui la fama del leader subisce un’ulteriore impennata. Chi se non Jarvis Cocker – spalleggiato dal vecchio amico Peter Mansell – poteva improvvisare un’irriverente invasione di palco con tanto di chiappe sventolate in favore di camera, durante la cristologica esibizione di Michael Jackson su Earth Song, scatenando un totale putiferio? Se i tabloid inglesi lo vogliono eroe nazionale, lanciando petizioni e campagne per liberarlo dalle accuse di aver provocato il ferimento di alcuni dei bambini (…) sul palco con Jacko, la tensione e lo stress crescono inevitabilmente tra le fila della band, che nel frattempo aveva trovato un sesto componente in Mark Webber, presidente del fan club (!). E così, dopo tredici anni di onorata militanza, nel gennaio 1997 Russell Senior dice addio ai Pulp. Il gruppo accusa il colpo e reagisce chiudendosi in studio per la maggior parte dell’anno, uscendone soltanto con qualche inedito regalato per colonne sonore (oltre a Mile End in Trainspotting, We Are The Boyz in Velvet Goldmine, Like A Friend in Great ExpectationsParadiso Perduto – di Alfonso Cuaròn); in Jarvis intanto monta un senso di frustrazione da post-successo (la cocaina non aiuta, va detto), e il disco che esce nella primavera del 1998 ne risentirà notevolmente.

This Is Hardcore, atteso seguito del best-seller Different Class, non è una faccenda facile. Il momento d’oro del Britpop è scemato, e i protagonisti di quella scena adesso devono lottare per la sopravvivenza; per fortuna il pubblico non abbandona la band e l’album viene accolto positivamente, coronato da un’altra esibizione trionfale a Glastonbury. Ma i Pulp, nonostante Jarvis appaia glamorous come sempre, sono già cambiati.
Hardcore sembra confermare il luogo comune secondo cui gli artisti tirano fuori il meglio di sé nei momenti di crisi. The Fear, composizione epica, solenne, angosciosa, semplicemente da brividi, è l’apertura che segna il mood del disco: passata la sbornia del successo, l’autore adesso deve fare conti con le sue nevrosi, e lo fa nel modo più drammatico (e sincero) possibile. Le ironiche, mature confessioni di Dishes e le romanticherie di Tv Movie proseguono sullo stesso territorio, in una leggerezza confidenziale che sa tanto di Bowie circa Hunky Dory – notare come in quest’album l’ombra del Thin White Dukehers si allunghi a dismisura, prima nella quasi-parodia di Stay chiamata Party Hard e nel finale Life On Mars di Sylvia, poi nella conclusiva The Day After The Revolution, ballad sintetica Berlin-era.

Comunque niente a confronto della title-track, che oltre ad essere il cuore del disco è probabilmente il brano più ambizioso di un’intera carriera: nello spazio di sei minuti e mezzo Jarvis si gioca tutti gli espedienti drammatici che conosce, in un climax continuo che ha del cinematografico (e del pornografico, ovviamente), per un effetto finale tra una colonna sonora di James Bond fusa alla teatralità di Brecht. Sublime. This is Pulp-core.
Per il resto, A Little Soul, Glory Days (quasi uno spoof di Common People) e la pur divertente I’m A Man suonano come dei riempitivi, specie se paragonati alle summenzionate tracce. La classe comunque è tanta, nonostante l’impressione che alla fine non si sia voluto osare troppo, come conferma il materiale inedito successivamente pubblicato in ristampa a partire da Cocaine Socialism, satira al vetriolo del new labour di Tony Blair e del suo storico endorsement del Britpop: uno di quei pezzi che avrebbero fatto il botto in ogni senso e, con il senno del poi, una delle cose migliori mai realizzate da Jarvis… solo per essere archiviato dopo la storica vittoria elettorale del ’97, con musica riciclata per la citata Glory Days.

“I am not Jesus, though I have the same initials”
Dishes, 1998

Riassumendo: un passato nell’ombra, l’inarrestabile ascesa, l’inevitabile crisi. E poi? E poi arriva l’album che davvero non ti aspetti. Sarà per il producer, quel leggendario Scott Walker che fa capolino dal suo storico isolamento per dare una mano a uno dei suoi maggiori fan in un momento di crisi (Chris Thomas abbandona la nave in mezzo alle session, e il morale è ai minimi storici); sarà anche per un’ispirazione del tutto rinnovata, che adesso si riversa in un songwriting più lineare e dalle ascendenze folk-rock in sfavore del solito glam, ma We Love Life suona letteralmente come nulla pubblicato dai Pulp fino a quel momento.

Come suggerisce il titolo, un disco quanto mai luminoso, che vive di momenti leggeri come l’impetuosa e corale The Night Minnie Temperley Died o l’ariosa The Trees (love story costruita su un sample di archi), o la tenera I Love Life; di puro e old-fashioned pop classico con ascendenze sixties, tipo la spectoriana Bad Cover Version (che vanta uno dei videoclip più spassosi di sempre – anche qui: trattato a parte), la byrdsiana Bob Lind (simile anche – toh! – a certi Walker Brothers) o Birds In Our Garden. Ma c’è anche dell’altro, come il suono pastoso e stratificato di Weeds (quasi Beta Band), del suo sequel-remix in chiave trance-Marvin Gaye (The Origin Of The Species), o dell’epopea folk-orchestrale di Wickerman (meraviglia walkeriana contenente, ça va sans dire, un campione dalla colonna sonora di Paul Giovanni dell’omonimo film di culto) e la chiusura gloriosa di Sunrise. Insomma, tutt’altra musica rispetto ad Hardcore, e non solo perché l’esigentissimo uomo dietro il desk pretende un suono analogico che poco ha a che fare con le produzioni del passato.

È proprio il mood, l’approccio che sono differenti; Jarvis, prossimo alla quarantina, è sempre più cantautore con musicisti al seguito che il frontman di una pop band, e alle pagine di NME e del Melody Maker comincia a preferire la compagnia di gente come Nick Cave. Chiaro segno del tempo che passa, tanto che a posteriori We Love Life suona come una chiara transizione verso il Jarvis solista (basti sentire Road Kill); così come è ormai evidente la frattura che separa la band dal suo pubblico di un tempo, non soltanto in termini generazionali. Non stupisca quindi che, al momento dell’uscita, il disco abbia fornito più domande che risposte a chi si interrogava sul futuro dei Pulp. Di fatto, è un lavoro profondo e di classe, che merita senz’altro la giusta (ri)considerazione a dispetto della modesta attenzione ottenuta al di fuori di cultori e fan. (Che poi bastava dire: “Scott Walker che produce. I Pulp. Ma scherziamo?!?! Andate subito a recuperarlo! Adesso!”).

“I never said I was deep, but I am profoundly shallow / My lack of knowledge is vast and my horizons are narrow / I never said I was big, I never said that I was clever / And if you’re waiting to find what’s going on in my mind, you could be waiting for ever”
I Never Said I Was Deep, 2009

Jarv Is … still running the world

Le risposte sul futuro della band cui accennavamo sopra cominciano ad arrivare poco dopo, nel 2002. L’adempimento del contratto con la Island con la raccolta PulpHits (riecco il solito gioco di parole…) ha tutto il sapore del commiato per la band di Sheffield, e così di fatto è: a parte qualche apparizione televisiva, la ragione sociale Pulp viene congelata fino a data da destinarsi. Nessuno scioglimento ufficiale, ma se la parola fine non viene scritta in chiaro – come spesso avviene in questi casi – se ne sente l’odore sin dal 2003, anno del divertissement Relaxed Muscle che vede Jarvis al fianco dell’amico Jason Buckle degli All Seeing I. A Heavy Night With è un prodotto amabilmente estemporaneo eppure ben architettato, una oddity che gioca glampunk – electrowave – goth – synthpop con il Nostro celato bowiescamente dall’alter ego Darren Spooner, rockstar zombie in disgrazia con tanto di backstory di divorzio come tema ricorrente nelle canzoni … forse non imprescindibile ma genuinamente divertente, per chi sa apprezzare (si ascolti Mary, su tutte). Soprattutto, serve a spazzare via quella fastidiosa aura aleggiante intorno al nome Pulp, ora che gli anni della gloria si sono chiusi e si ritorna in una dimensione di culto in cui è bello cullarsi e si è liberi di fare quel che si pare, più o meno.

Jarvis by Francesca Sara Cauli

Da qui in poi la storia di fatto diventa, più o meno formalmente e più o meno ufficialmente, quella di un Jarvis battitore libero – con il senno del poi, scindere la ragione sociale Pulp dalla sua persona e dalla sua carriera non ha granché senso, dacché i suoi progetti a vario titolo ne sono diretta emanazione e naturale continuazione. Ritiratosi a Parigi in una sorta di bozzolo familiare lennoniano con l’allora compagna francese e il figlioletto, la sua prima mossa importante è l’esordio in solitaria Jarvis (2006), comeback album compassato e un po’ in sordina intriso fino all’ultima nota di – ehm – jarvitudine. Si tratta – band di origine a parte – della sua raccolta di canzoni più compiuta e, a posteriori, dispiace che non abbia raccolto quanto meritasse: se gli arrangiamenti vanno decisamente sul classico, tra lo spectoriano, il beatlesiano e il – toh! – walkeriano, con una strizzata d’occhio agli anni ’60 (il campionamento di Crimson And Clover in Black Magic; quella perla vintage pop chiamata Don’t Let Him Waste Your Time, già regalata a un’icona come Nancy Sinatra in una delle sue collaborazioni d’autore nel 2004) i testi si fanno maturi (Stormy Weather, insospettabilmente dalle parti del Tom Petty più ispirato), riflessivi (I Will Kill Again), sarcastici (Fat Children), poetici (Big Julie) e persino politici (Running The World dovrebbe l’inno di protesta ufficiale di questi anni, tanto nel 2019 è stato giustamente rimandato in classifica da una petizione online: come da refrain, “i coglioni (cunts) sono ancora a capo del mondo”). Uno dei più bei dischi di cantautorato pop-rock dei ’00. Da riscoprire.
Poi succede anche che tra una comparsata e l’altra (Air, Charlotte Gainsbourg, Harry Potter…) si mette a suonare per i festival in tutto il mondo con un gruppetto che prende sempre più gusto a calcare sul pedale del fuzz, e così si fa crescere la barba, si ferma a Chicago da Steve Albini (!) e registra, veloce veloce, Further Complications (2009).

Raccolta più leggera (come peso specifico, non come decibel) e meno solida della precedente che però sa cogliere l’essenza di un momento in cui, semplicemente, a Jarvis andava di fare un po’ di garage con spirito dissacrante e divertito quanto basta (alla Relaxed Muscle, per intenderci, con una strizzata d’occhio e un’ancheggiata paracula al pubblico alternative), senza dimenticarsi comunque di essere… Jarvis: basti su tutte quella I Never Said I Was Deep che lui stesso vorrebbe come suo epitaffio: “non ho mai detto di essere profondo, ma sono profondamente vacuo”. Un dischettino salvato dalla personalità debordante dell’Uomo, che dimostra soltanto (soltanto?) che può fare di tutto un po’. Come ad esempio diventare un acclamato speaker della radio: su BBC6 ogni domenica il suo Jarvis Cocker’s Sunday Service è stato appuntamento imperdibile dal 2009 al 2017. Nel frattempo, dato che i tempi sono maturi, perché non riunire i Pulp? Solo un singolo (la vecchia outtake After You) e svariate date in giro per il globo tra il 2011 e il 2012 per raccogliere quel che è giusto nello spirito celebrativo degli anni dieci, e basta. Giusto così (fino alla prossima rimpatriata, chissà).

“In theory I respect your right to exist / I will kill you if you move in next to me”
Running The World, 2006

Per il resto, il mondo della canzone sembra sempre meno interessare a Jarvis: significativo come l’album successivo sia separato dal precedente da ben otto anni e non sia nemmeno, tecnicamente, un album di canzoni: diviso esattamente a metà con Chilly Gonzales, Room 29 (2017) è un song cycle in cui le sue vignette / narrazioni intorno a una camera dello Chateau Marmont, leggendario hotel di L.A., sono accompagnate dalle composizioni classiche del pianista; un concept di fatto inseparabile dal suo libretto, vicino al musical e a certo Randy Newman, e certamente destinato alla performance su un palco più che all’ascolto su supporto.

Jarv is (2020)

Ed è proprio questo lo spirito che ritroviamo alla base del progetto Jarv Is: una nuova band di sei elementi messa su esclusivamente per suonare dal vivo, presentare le proprie composizioni in diverse occasioni in giro per il mondo e, via via, registrarle, tenendo conto dei feedback del pubblico in fase di revisione e mixaggio. Dai primi concerti nel 2017 si arriva così nel 2020, in piena pandemia Covid-19, all’uscita di Beyond The Pale, lavoro registrato in buona parte live, che conferma un po’ tutto e al contempo sorprende per eclettismo e freschezza, ricchezza delle texture sonore e, ovviamente, ispirazione dei testi.

Dal kraut ossessivo di Must I Evolve? all’omaggio definitivo a Cohen nella sexy Save The Whale (solo Jarv, e solo lui, può rifare il baritono del maestro così), dalle nostalgie polpose di Am I Missing Something e Swanky Modes alla malinconia di House Music All Night Long (con tanto di citazione Talk Talk nel finale), passando per le avventurose Sometimes I Am Pharoah e Children Of The Echo, entrambe vicine, per attitudine prima che per risultati, ai Radiohead coevi; la validità del progetto è evidente e il fatto che sia stato, come tutto il resto, bloccato dalla pandemia, è una stortura solo in parte raddrizzata da un concerto – letteralmente – dalle viscere della terra, Jarv Is – Beyond The Pale … Live from the center of the Earth, filmato nella Peak Cavern, Derbyshire, e distribuito nei cinema.

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