Recensioni

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C’è un uomo di trentacinque anni circa che galleggia in una piscina, sdraiato su un materasso, occhiali da sole, sorseggiando del succo di frutta, cercando di smaltire la sbornia della sera prima, le donne slanciate in vestiti da sera, la cocaina nei bagni e sui tavoli di vetro. C’è la riviera di “Tenera è la notte” più in là, ma lui pare più il nuotatore cheeveriano. Ci sono il vizio e un passato in Inghilterra. Da qualche parte, alla festa, c’era Gainsbourg che suonava con gli Stereolab, ma senza tastiere.

Sono queste le immagini che vengono alla mente ascoltando l’ultimo disco di Baxter Dury (sì, figlio proprio di quel Ian Dury lì). Brani belli, corposi, che affascinati dall’estetica e dalle zone oscure tra eleganza e delinquenza nei testi, non trascurano trame sonore suadenti, spesso incarognite, con una Albione in tralice (Police) trasposta in Francia – luogo in cui, tra l’altro, il disco è andato meglio in classifica. C’è una dolcezza nuda e umana messa in primo piano, autentica, della stessa autenticità – per restare oltre le Alpi – tipica di un film di Godard. Musica cinematografica che pare scritta da un pool di sceneggiatori, ed infatti Dury l’ha presentata come “la colonna sonora per un sottomarino maledetto”.

Chitarre secche, basso sexy, batteria essenziale, qualche spruzzatina sintetica, voci femminili: Dury mette in piedi un teatrino tra l’hooligan ed il romantico (Lips una ninna nanna struggente, lieve, sofferta ma non rassegnata), come solo il pop migliore sa regalare. C’è la riviera inglese dei Metronomy, ci sono gli Air piovaschi dei primi album, c’è qualcosa del Battiato delle spiagge estive solitarie: tutto ciò è però in secondo piano, dietro la personalità di Dury, che nelle orecchie dell’ascoltatore pone una voglia di trasmettere emozioni (Pleasure) che lascia soddisfatti per raffinatezza ed efficacia.

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