Franco Battiato (IT)

Biografia

x = a (sen. *t) x2 = a (sen. wt + y)

“Ci sono narratori dell’isola, come Bufalino, Sgalambro, Tomasi di Lampedusa, che hanno esordito tardi. È come se, per anni, avessero puntato un grande telescopio sul mondo circostante. Dando poi fondo alle proprie riserve e restituendoci, come fa Bufalino, romanzi di una sensualità straripante, una Sicilia dionisiaca, piena di sapori e di colori”. (Ragusa News)

Si dice che l’anima di Elisabetta I riposi sotto l’Etna perché barattò col diavolo la prosperità del suo regno. Dev’esserci qualcosa alle pendici di quel vulcano che va oltre la miriade di mitologici abitanti dell’isola, un’atmosfera le cui sfumature sono arricchite dalle tracce di tribù mediterranee. Lì, sul continente, son tutti sicuri, ma la Sicilia partorisce estremismi: la poesia di Quasimodo, il realismo di Verga. In mezzo al sogno e al crocevia culturale, ci sono colori, profumi e suoni inequivocabili. L’infanzia al sud è una tela in cui Van Gogh e Frida Kahlo si scrollano la salsedine dagli occhi e si lasciano sorprendere dall’eco di Ulisse. Il piccolo Francesco lo sapeva bene: quando divenne adulto e da Ionia si trasferì a Milano, portò con sé tutta la magia della sua terra natia e le sensazioni impresse nella sua memoria fanciullesca.

Partendo da questo ricco background, Franco Battiato spazia in orizzontale, tra molteplici stili musicali, e in verticale, alternando testi che narrano di prosopopee epiche a vere e proprie cronache biografiche. Il cantautore siciliano è riuscito anche a essere una controtendenza bella e buona: di solito si tenta di raggiungere la fama col pop, per poi svelare la propria reale cifra stilistica. Invece Battiato, per come lo conosciamo, parte dall’elettronica lisergica ed esistenziale per poi abbracciare Stockhausen. È solo in un secondo momento, e per ragioni ben precise, che il nostro piazza una trilogia di album che lo consacra definitivamente nella storia della musica italiana. Tutto questo, a modo suo: non tenendo mai a freno un intellettualismo quasi elitario e una curiosità avanguardista. La musica di Battiato è riconoscibile e inconfondibile, pur essendo multiforme. La sua carriera è una parabola unica e pluridecennale che ha dato una scossa alla scena musicale italiana.

Ma Franco Battiato è anche sinonimo di biografismo: la sua Sicilia, il suo reazionarismo al sopito auditorio italico e la sua scoperta del misticismo sono tutti aspetti che rientrano nelle sue canzoni. Anche quando si rintana nelle icone o negli sguardi serafici dei sufi, Battiato parla di sé e di come il mondo diventi grigio e blu all’interno di una mente sopraffina, che ha costante necessità di nutrimento. E allora ecco la peregrinazione personale e musicale di chi non ha paura di immaginarsi il pop tra gesuiti ed euclidei, un rapimento mistico e sensuale di un cittadino del mondo che proviene dal crocevia culturale per eccellenza: quello del mare in mezzo alle terre. Sugli iconici Ray Ban Wayfarer che indossa, magari “per avere più carisma e sintomatico mistero”, si riflettono suggestioni  a metà strada tra brezze mesopotamiche ed echi angloamericani: un non-luogo in cui Stockhausen, il pop da classifica e la filosofia vorticano fino a confondere i loro punti di demarcazione. Insomma: Franco Battiato da Ionia è un raro esemplare che dietro la sua celebre fisiognomica è capace di custodire i segreti della trigonometria.

Giù dalla torre

“Quando sono tornato a casa, dopo vent’anni di Milano, camminando per il mio paese, Riposto, incontro Amelia: lei faceva il doposcuola. Mi fa: devi venire a casa mia perché devo darti una cosa. Sono anni che ti cerco e te la devo proprio dare. Va bene, questo pomeriggio vengo da te. Vado e mi dà un mio tema, che lei aveva messo da parte come una reliquia. Io inizio a leggere. Cominciava così: ‘Io chi sono?'”. (Tv Sorrisi e Canzoni)

I Pink Floyd avevano appena esordito con il loro primo singolo, i Beatles un paio di mesi dopo avrebbero pubblicato l’iconico Sgt. Pepper: quel 1967 era un anno caleidoscopico, nonostante la Tv fosse ancora in bianco e nero. In Italia a dare un po’ di colore al tubo catodico ci pensavano programmi come Diamoci del tu, condotto dall’istrionico Giorgio Gaber. Quest’ultimo da un po’ di tempo stava producendo un giovane spilungone vispo e determinato. È lo stesso ragazzo impacciato che s’intromette proprio tra il Signor G e Caterina Caselli che, in diretta Tv, si chiedevano chi buttare dalla torre tra Mina e “la Pavone”. Si tratta di una scenetta messa in piedi per giustificare l’esibizione di Franco Battiato, a cui tocca promozionare la canzone La Torre.

Il siciliano aveva cominciato a provarci dal 1965, anno del suo trasferimento a Milano: ci vorrà quasi un decennio prima che Battiato riesca a ingranare la marcia e far partire a tutti gli effetti la sua discografia. A metà degli anni Sessanta esordisce prima come interprete e poi come autore di canzonette per lo più plasmate sui cliché dei chansonnier francesi e spesso calate in un’atmosfera di protesta. È un periodo in cui le incisioni si alternano ai concerti, ma in entrambi i casi la frustrazione mette in secondo piano la passione: la musica leggera, recintata dai codici del bel canto e dal rassicurante sound tradizionalista, era diventata per Battiato aria viziata da dover inspirare per sopravvivere e sperare di sfondare. Era arrivato a Milano da un piccolo paese della provincia catanese che prima del 1942 si chiamava Giarre-Riposto, dal nome dei due comuni uniti in un’unica amministrazione. L’infanzia di Francesco è mediterranea e femmina: le bellezze della Sicilia e una famiglia dominata dalle figure di donne forti e veraci incidono sul temperamento di un bambino che, prima di farsi grande, scopre la musica grazie alle inclinazioni artistiche tramandate dal suo albero genealogico. Come molti suoi conterranei, Battiato si sposta al nord, in quel motore industriale del dopoguerra che è la Lombardia e, nello specifico, nella città che si contendeva con Roma il primato di capitale della musica italiana. I primi sette anni della parabola battiatesca sono segnati dalla staticità: il nostro boccheggia e annaspa segnato dai tanti lanci discografici risoltisi in scarsi risultati. Forse Gaber era stato fin troppo empatico e il provino con la Ricordi che fece fare a Battiato solo un abbaglio.

La situazione era così grigia che rischiava di far passare in secondo piano una piccola scelta discografica altamente significativa, soprattutto per il futuro. Un brano di Battiato venne scelto dalla Philips per la sua raccolta Hit Parade Vol 2, niente di eclatante se non fosse per il fatto che Iloponitnatsoc (Costantinopoli al contrario) è una canzone in reverse. Battiato ricicla un frammento di un suo vecchio pezzo (Gente, scritto assieme a Giorgio Logiri) e lo fa suonare al contrario, roba da musica concreta o da Beatles, che se da un lato avevano anticipato quasi tutti nel pop con Tomorrow Never Knows nel 1966, dall’altro avevano tenuto il cantato nel verso tradizionale. Battiato rivolta il titolo del brano, la musica e persino la melodia, lasciando che il romantico “Se mi mancherai” si trasformi in un inquietante impasse comunicativo. L’esperimento comparirà anche in Franco Battiato, raccolta dei singoli degli anni Sessanta pubblicata nel 1982, in piena fenomenologia Battiato. Iloponitnatsoc è un messaggero venuto dal futuro; il nuovo decennio si dischiuderà in tutta la sua caotica esasperazione, sia per Battiato che per la musica e la società italiana.

La rivoluzione si fa dal divano

“[…] Ci saranno state diecimila persone: appena salito sul palco ho iniziato il mio concerto ed erano diecimila fischi; allora ho incominciato a mettere gli oscillatori in frequenze tra i sei e i settemila hertz: il VCS era potentissimo! Alla fine è arrivato Juri (Camisasca, musicista e collaboratore di Battiato, ndr) e mi ha detto: ‘Eccezionale! Non si capiva se i fischi li facevi tu o il pubblico’. La gente era sconcertata da quei suoni”. (Repubblica)

Italie ’70: musique légère, années de plomb è lo splendido titolo di un saggio firmato da Diane Lisarelli e apparso sulla rivista francese Audimat nel 2017. Lo scritto descrive il decennio degli anni di piombo e il bisogno di leggerezza che gli italiani esprimevano per reagire agli attentati, alle stragi, al terrorismo e alle piazze piene. Era un periodo intenso sotto ogni punto di vista: quello politico innanzitutto, ma anche e soprattutto quello sociale. Gli estremismi da un lato e le battaglie sulle emancipazioni dall’altra lasciavano intendere quali sconvolgimenti stavano animando il bel paese. C’erano i cantautori, il Folkstudio e poi gli Area che usavano un contrabbasso come mitra: una folta schiera di musica impegnata si scontrava con chi invece preferiva concentrarsi sulla propria arte o su tematiche esistenziali. All’interno di questa emulsione che, come ricorda Valerio Mattioli in Superonda, si stava verificando tra punti di contatto eterogenei come il sessantotto, la psichedelia e l’avanguardismo, c’era anche Franco Battiato: un artista che non era riuscito a far decollare la propria carriera ma che aveva avuto un’intuizione per dare una svolta a una situazione stagnante. Il suo nuovo album, il primo vero e proprio, uscirà nel 1972, l’anno in cui i quattro dischi più venduti saranno l’omonimo di Mina, Umanamente uomo: il sogno del fenomeno Lucio Battisti, Non al denaro, non all’amore né al cielo di un Fabrizio De André che era andato a finire negli Stati Uniti dell’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters per trovare ispirazione, e la colonna sonora di un film epocale come Arancia Meccanica di Stanley Kubrick. Lo dicevamo prima: un’epoca di cambiamenti. Quello che stravolge l’esistenza di Battiato parla una lingua totalmente nuova, pur venendo dalla Gran Bretagna. Si chiama Voltage Controlled for Studio with 3 Oscillators Synthesizer, per gli amici Ems Vcs3: un sintetizzatore sbarcato in Italia nel 1971 grazie al compositore Piero Umiliani.

Leggenda narra che lo stesso Battiato partì per l’Inghilterra per comprare uno dei primi esemplari di un aggeggio che, con tre oscillatori e un sistema di puntine a incastro, era diventato un “must have” per la scena prog europea. Scombinerà le sessioni di studio dei Pink Floyd di Echoes (Meddle, 1971) e dei Kraftwerk di Autobahn (1974), ma lo stesso Brian Eno ci andò in fissa e lo fece conoscere ai restanti Roxy Music. In Italia è il solito ricettivo Lucio Battisti a essere uno dei primi artisti a impiegarlo (Anima Latina, 1974), ma Battiato lo batte sul tempo, anzi: dopo Roger Waters e compagni, è proprio il siciliano ad assicurarsi per poco meno di mille sterline un esemplare del sintetizzatore inventato da Peter Zinovieff.

C’è un’altra rivoluzione che in quel 1972 sbarca a Milano, si tratta di una pubblicità che svetta sui cartelloni della metropoli. L’immagine è eloquente, con un vero e proprio alieno spettrale seduto su di un divano e, accanto alle sue lunghe gambe accavallate, la scritta provocatoria: “Che c’è da guardare? Non avete mai visto un divano?”. Sull’oggetto d’arredamento poco da dire, quello che non avevano mai visto gli italiani era uno spaventoso dandy post-futurista dalla pelle bianca, stivali neri e pantaloni cuciti con la bandiera statunitense. Battiato accettò di posare inconsapevole dell’idea che Gianni Sassi stava pregustando. Lo spaesato musicista siciliano si trovava negli studi della Al.Sa., agenzia grafica pubblicitaria che negli anni Settanta darà un apporto notevole all’avanguardismo in Italia. Sassi si mise in affari con Sergio Albergoni e i due lavorarono da subito con Area e Osage Tribe, il gruppo che Battiato nel frattempo aveva fondato per tentare un nuovo assalto alla possibilità di fare il musicista di professione. La Al.Sa., acronimo che riunisce i cognomi dei due soci fondatori, collaborerà con due etichette molto importanti dell’epoca: la sperimentale Cramps e la Bla Bla, fondata da Pino Massara nel 1970 che cominciò col pubblicare dischi di generi altamente fruibili, come lo swing di Nicola Arigliano, per poi scombinare le carte in tavola con l’arrivo di…Battiato.

Il buon Franco passava i giorni a scoprire la marea di combinazioni sonore del synth, ore e ore al buio per costruire, mattone su mattone, il suono di quelle che stavano diventando le canzoni del suo primo album. Nel mentre, la pubblicità per il divano Buselli faceva effetto e la coppia Albergoni – Sassi non perse occasione per alzare il tiro e far leva sulla mostruosità di quell’outsider: di lì a poco incitarono persino il pubblico a far fuori questo musicista che metteva a repentaglio la tranquillità degli italiani e l’innocua onestà della musica della penisola. È questo il quadro surrealista, apocalittico e postmoderno nel quale la discografia di Franco Battiato, finalmente, detona in tutta la sua dirompente alterità. Lo fa con due episodi sperimentali che, inaspettatamente, raggiungeranno sorprendenti risultati commerciali, una coppia di album che s’interrogano sulla vita e sulla fine del millennio: Fetus (1971) e Pollution (1972).

Entrambi nati da ore d’improvvisazione e poi “ridotti” a dischi, Fetus e Pollution riescono nell’intento di flirtare col pop e, allo stesso tempo, di suonare così tremendamente sperimentali. Se stacchiamo il cantato di Battiato da tutto l’ecosistema sonoro, rimangono melodie quasi cantautoriali (Una Cellula, Energia); infondo la peregrinazione estetica dei sette anni precedenti da qualche parte sarebbe dovuta approdare. La coppia di dischi ha il grosso pregio di essere difficilmente collocabile: potremmo parlare di elettronica (l’uso corposo di drum machine e synth in Fetus non è selvaggio come lo sarà in Propiedad Prohibida, ma ha lo stesso effetto straniante), di prog (Plancton, Fenomenologia, la seconda parte di Cariocinesi), di sperimentalismo avanguardista (Ti sei mai chiesto quale funzione hai?) e cantautorato pop. Quello che sappiamo per certo è che Pollution esaspera l’estetica di Fetus, il primo tassello della gloriosa e unica discografia di Franco Battiato. Questa voglia di scombinare le regole non è assolutamente avulsa dalla stagione storica e musicale di quel decennio e non c’è da stupirsi, per esempio, se I Feel Love di Donna Summer era il singolo che Brian Eno brandiva agli Hansa Studio di Berlino urlando a Bowie di avere in mano il “suono del futuro”. Quell’album, fondamentale per il risultato finale delle sessioni berlinesi che consegnarono ai posteri Heroes, ruotava attorno a un’intuizione tanto semplice quanto funzionale partorita dal produttore Giorgio Moroder: far fare al Moog quello che prima facevano archi e strumenti convenzionali. Una rivoluzione che Battiato condisce con drum machine e una sfrenata creatività in studio. E pensare che questa svolta è figlia, nemmeno a farlo a posta, di un banale errore. Lo stesso Franco racconta, infatti, di aver pensato all’elettronica durante un festival (La Gondola D’Oro) in cui il direttore d’orchestra si confuse e fissò per la sezione ritmica la tonalità in Sol e per il resto dell’orchestra quella in La: “Non sapevo chi seguire. Ho sentito questa voce che diceva ‘devi fare musica elettronica’. Ma non sapevo cos’era”. Be’ meno male!

Tutto comincia con un battito cardiaco e i respiri affannosi, l’omonima Fetus ha lo stesso effetto della pubblicità Buselli: elementi familiari, come la prima cinquantina di secondi tuttosommato cantautorali, una controparte centrale in cui arpeggiatori, pianoforti saturati e un ritmo marziale sonorizzano l’apocalisse e poi, di colpo, l’ultima trentina di secondi, in cui vocalizzi baritoni e una chitarra acustica sembrano far ritornare l’ascoltatore in una comfort zone. È questo il prezzo da pagare se si vogliono seguire le orme di Battiato, bisogna tenere gli occhi aperti e aspettarsi in qualsiasi momento un’imboscata sonora giocata su tranelli ritmico-melodici e sfide culturali. Una Cellula è probabilmente il pezzo più lineare di Fetus, con un giro emotivo, un cantato incisivo e arioso allo stesso tempo, una ritmica accattivante: in pratica è un anticipo del Battiato pop degli anni Ottanta. In Cariogenesi compare anche il violino, segno che l’album è pur sempre figlio del suo tempo e di un decennio in cui il prog italiano riusciva a imporsi a livello internazionale, dopo aver infettato di mediterraneo furore l’austera geometria britannica. Il feto diventa bambino a metà album, in quella Energia che riprende lo strumentale centrale di Fetus e comincia con le voci di bambini, per poi ritornare a un formato canzone di due minuti e mezzo: a questo punto l’ascoltatore si è quasi abituato e può affrontare il resto del viaggio consapevole di trovare richiami ad altri brani del disco, un caleidoscopio distorto di sonorità e testi che dire complessi sarebbe quasi mancare di rispetto a loro autore. A proposito delle trame testuali di Battiato, non si può non citare l’esilarante e fugace scambio di opinioni con Dario Fo: il premio Nobel aspettava il musicista alla fine di uno dei suoi concerti davanti a cinquemila persone, parliamo del periodo pop anni ’80, quando finalmente ebbe l’opportunità di confessare al siciliano “I tuoi testi non mi piacciono”, per sentirsi rispondere un sereno “e a me che cazzo me ne frega?”. Gradimento a parte, l’effetto che si prova quando ci si ritrova a canticchiare

L’esotomia, I’IBM-azione,
de-cloro-de-fenilchetone,
essedi-etilizzazione
han dato vita
alla programmazione

non è soltanto straniante, ma a tratti parodistico. Eppure, le parole di Battiato non sono mai casuali: per chi è amante della musica anglofona degli anni Novanta e Duemila, potremmo dire che Fetus e Pollution sono i Kid A e Amnesiac ante-litteram. Quasi trent’anni prima Franco Battiato univa il songwriting con la sperimentazione e li metteva al servizio delle ansie di fine millennio. Paure che si riflettono nel pessimismo di un essere umano che torna allo stato embrionale, consapevole che “la mia vita nasceva senza amore”, oppure in un futuro in cui la tecnologia ci farà viaggiare “più veloci della luce intorno al sole”. Il passaggio di secolo che pian piano si avvicina incute timore, Battiato ci parla di “memoria senza passato”, ma offre anche una visione nichilista della vita:

Se un figlio si accorgesse che per caso
è nato fra migliaia di occasioni
capirebbe tutti i sogni che la vita dà
con gioia ne vivrebbe tutte quante le illusioni

Anafase e Mutazione hanno il compito di chiudere l’album e, allo stesso tempo, di anticipare quello che verrà. Si fa riferimento di viaggi interstellari e corpi di pietra che stanno arrivando, in poche parole: una distopia. Infatti Fetus, che per il critico Domenico Ruoppolo era uno “shock per la vergognosamente arretrata scena leggera nazionale”, è concettualmente impregnato di biologia e un futuristico e drammatico pessimismo, che trova la sua maggiore influenza ne Il mondo nuovo di Aldous Huxley. Sono anni in cui Battiato continua a collaborare con la Al.Sa., l’agenzia sceglie senza giri di parole di continuare la strada della provocazione e, se per Fetus mette in copertina un feto, attirandosi ovviamente polemiche e censura, per Pollution anticipa quasi il guerilla marketing degli anni Duemila. Perso tra collaborazioni e concerti, Battiato stava componendo i brani del suo nuovo album quando il duo Albergoni – Sassi gli propone un’altra trovata: esibirsi durante un’esposizione a Bologna. Quest’ultima si basava sulla ri-pavimentazione di piazza Santo Stefano con piastrelle, recanti il marchio del cliente Iris, che rappresentavano zolle di terra. Ovviamente, l’iniziativa fece discutere per l’ombra della speculazione pubblicitaria che aleggiava dietro la mostra. Fatto sta che per il suo secondo album Franco Battiato sceglierà lo stesso titolo dell’esposizione e che la copertina di Pollution sarà proprio una di quelle piastrelle utilizzate a Bologna, con l’aggiunta di un limone schiacciato da un bullone. Il nuovo disco di Battiato mette in musica la metamorfosi radioattiva di alcuni sopravvissuti a una catastrofe avvenuta il 31 dicembre 1999, alle ore 9.

Nonostante l’immagine di un’apocalisse distopica, Pollution comincia con suoni provenienti dall’Ottocento: Il Silenzio del Rumore viene infatti introdotta da un frammento del valzer Storielle del bosco viennese, op. 35 di Johann Strauss figlio. Irrompe quindi Battiato, che salmodia ieraticamente slogan del tipo:

Non hai forza per tentare
di cambiare il tuo avvenire
per paura di scoprire
libertà che non vuoi avere

Segue poi un’esplosione, un intermezzo musicale acido e rock e poi una seconda detonazione. Arriviamo così ad Areknames, che esprime tutti gli aspetti ansiogeni dell’album: voci in reverse, organi, oscillatori a fare da tappeto a strumentali prog (Plancton) e jazz (Beta). Pollution si spinge ancora più in là rispetto a Fetus, è più frammentario, enigmatico e meno lineare, se così possiamo dire, del debutto discografico. Il tutto si conclude con Battiato in lacrime, segno che l’apocalisse sull’umanità era calata. Ma l’artista siciliano non aveva fatto i conti con quello che significava portare due album sperimentali e fondati sull’improvvisazione in giro per l’Italia, quel paese in tensione tra musica leggera e anni di piombo. Quello che diventerà negli anni un sufi siculo e trascendentale, agli inizi degli anni Settanta era un essere infernale arrivato dal futuro (inteso non solo come creatura che veniva dal nuovo millennio, ma anche come anticipatore della violenza distruttiva del punk). Mentre Fetus e Pollution vendevano più di quindicimila copie a testa (Pollution, in particolare, arrivò al terzo posto in classifica), Franco Battiato metteva a ferro e fuoco la penisola, come ricorda lui stesso:

Era tutto improvvisato, così come veniva: in maniera selvaggia, brutale. Tenevo il VCS (il sintetizzatore a cui si deve il particolare sound dei suoi primi dischi) fisso sui 10.000 hertz e c’era sempre questo suono lancinante – uiiiuuu-uiiiuuu – e poi gli altri mi venivano dietro facendo rumori e cose così. Usavamo anche lastre di metallo e oggetti vari, sempre tutto a volume altissimo, assordante. Anche le luci erano violente, con queste strobo accecanti sempre in movimento che non capivi nemmeno come facevi a muoverti, insomma, era un casino assoluto, totale. Poi tenevamo questa enorme croce sul palco che a un certo punto io prendevo e spaccavo davanti al pubblico – era un po’ una provocazione blasfema un po’ un messaggio del genere ‘liberatevi delle vostre ossessioni’, no? E il pubblico naturalmente impazziva. E quando dico che impazziva intendo che impazziva sul serio: mille, duemila persone in un locale che a un certo punto davano di matto e cominciavano a sfasciare tutto – poltrone, arredamento, pezzi di palco. E altre mille persone fuori che non erano riuscite a entrare e che premevano per farlo, così alla fine il casino si trasferiva anche all’aperto. Era follia pura, una roba allucinante! (Esquire)

Io a quale corpo appartengo?

“Io inseguo il pubblico, Franco. Tu ti fai inseguire”. (Lucio Dalla)

Quando è troppo, è troppo. Battiato lo pensava già da un po’ quando, a metà degli anni Settanta, riuscì a suonare persino alla Roundhouse di Londra, durante una rassegna di musica post-psichedelica europea. In un live cadde e si bruciò la schiena a causa di cavi scoperti, ma se ne accorse soltanto dopo la fine del concerto, tanta era l’estasi di quelle esibizioni. Altri sette anni, è questa la frazione di tempo che ci vorrà per consegnarci un nuovo Battiato. Nel mezzo l’oblio, perlomeno per il pubblico italiano che non sentirà parlare del “freak siciliano” fino alla fine del decennio, quando la sua svolta pop segnerà un terremoto per la musica del bel paese. Alle scosse, a dire il vero, gli italiani si stavano ormai abituando e non solo per quel punk che, partito dalla terra d’Albione, stava facilmente valicando le Alpi: il sequestro e il ritrovamento del cadavere di Aldo Moro, l’anno dei tre papi (1979), la morte di Peppino Impastato e la nascita delle discoteche sono solo alcune delle mine vaganti che contribuiscono a un’inquietudine diffusa lunga tutta la penisola. D’altronde, basta scorrere le classifiche dei dischi più venduti di quel decennio per capire come l’Italia ambiva alla spensieratezza (la colonna sonora de La Febbre del Sabato Sera, primo in Hit Parade nel 1978), ma rimaneva ben ancorata alle proprie paure (la colonna sonora di Profondo Rosso, album più venduto del 1975).

Dal 1972 al 1979 Franco Battiato dimentica le lisergiche, inquinate e patologiche sperimentazioni dei suoi primi due album, licenzia la Al.Sa. e le sue provocazioni, ma, soprattutto, prende il largo e si chiude nella sua arte, tenendo come riferimento il solo Karlheinz Stockhausen, modello e, successivamente, amico e profondo estimatore di Battiato. L’istrionico artista siciliano mette quindi in fila sei album in cinque anni, prima di cambiare nuovamente pelle. Il primo trittico di dischi è anche quello che porrà fine alla sua collaborazione con l’etichetta Bla Bla, ma, soprattutto, si apre con l’opera probabilmente più riuscita di questa prima fase battiatesca: Sulle Corde Di Aries (1973). Quattro sono i brani che la compongono e se Sequenze e Frequenze occupa tutta la prima parte del vinile, Aries, la perla Aria di rivoluzione e Da Oriente ad Occidente ribadiscono il credito dell’italiano nei confronti dei compositori Stomu Yamashta e Stockhausen. Simon Reynolds fotografa questo periodo di Battiato accostandolo più all’arguzia di Peter Gabriel che allo sperimentalismo di Brian Eno. In ogni caso, siamo di fronte a un minimalismo che, ancora una volta, rimane unico nel suo genere per via dell’infanzia siciliana del suo autore, che non perde occasione di colmare col suo biografismo ogni piega del suo avanguardismo.

È ancora Stockhausen, insieme a John Cage a giocare un ruolo preminente nella direzione sonora e artistica di Battiato, che a metà degli anni Settanta continua a pubblicare album sperimentali: Clic (1974) e M.elle le “Gladiator” (1975), con l’ansiogena Propiedad prohibida, i campionamenti di Ethika fon Ethica e l’organo della cattedrale di Monreale in Canto fermo e Orient effects, portano alle estreme conseguenze il bisogno di viaggiare attraverso il tempo e lo spazio che Battiato sente e riesce trasmettere. L’ascolto di questi album è quasi un’esperienza atemporale in cui i profumi della Sicilia s’infrangono sulle frequenze di una radio ungherese. Si tratta di frammenti che ritorneranno più volte nella carriera del nostro.

Il passaggio alla Ricordi viene sancito con la pubblicazione di altri tre album. Nel 1977 è la volta di Battiato, disco costituito da soli due brani: , di cui lo stesso autore nelle note del disco scrive: “Ha bisogno di un ascolto che definirei meta-analitico, a favore di una non-spazialità a-temporale”, e Cafè-Table-Musik, collage musicale ispirato dai libri di Marcel Proust. Nel frattempo il buon Franco è sempre irrequieto: dopo essersi messo a studiare teoria musicale, sotto consigli di Stockhausen, decide di voler prendere lezioni di violino e, per vie traverse, arriva a Giusto Pio, musicista dell’orchestra Rai e compositore che segnerà fortemente gli anni a venire della musica prodotta da Battiato. Ad ogni modo, non tutto va come dovrebbe e la televisione di stato italiana commissiona al musicista siciliano le musiche per uno speciale su Filippo Brunelleschi, in occasione dei seicento anni dalla sua nascita. All’ultimo momento, infatti, i brani di Battiato sono scartati, ma verranno ugualmente pubblicati in Juke Box (1977), disco perlopiù strumentale per voce e soprano, impreziosito da qualche testo preso in prestito da autori come la scrittrice svizzera Fleur Jaeggy. L’ultima testimonianza discografia di questo periodo è l’album L’Egitto prima delle sabbie (1978), che se da un lato vinse il premio internazionale Stockhausen, dall’altro è un tributo alla passione che più di tutte segnerà la vita, non solo artistica, di Franco Battiato: il filosofo Georges Ivanovič Gurdjieff. I soli due brani che compongono il disco sono L’Egitto prima delle sabbie e Sud Afternoon, composizioni che non lasciano presagire cos’avrebbe significato per Battiato il decennio successivo.

La musica contemporanea mi butta giù

“Avevo bisogno di un pubblico. Per anni mi ero comportato come un recluso, da solo nel mio studio, a studiare e a comporre […] Ho tentato la carta del successo commerciale praticamente per scherzo. E, incredibile a dirsi, mi è andata bene!”. (Xl di Repubblica)

Leggenda narra, ma Battiato ha più volte assicurato che è realmente andata così, che il trittico di album col quale il cantante siciliano ha abbracciato il pop ed è entrato nella storia della musica italiana grazie al primo disco che ha superato il milione di copie vendute, sia stato concepito per una mera scommessa. È stato un giornalista a sfidare l’avanguardista ed eclettico musicista, spinto a dimostrare di saper scrivere un disco scandalosamente pop. Al di là della veridicità di questo curioso aneddoto, lo stesso Battiato ha spiegato nel tempo che la sua ennesima incarnazione sonora era dovuta al bisogno di avere un pubblico. I capogiri sonici degli anni Settanta lasciavano una scia di dischi eterogenei, sperimentali e dall’indubbio valore artistico, ma le esasperate e malsane esibizioni dal vivo, culminate con il concerto al Parco Lambro nel 1975, rischiavano di lasciare nell’auditorio un’immagine di Battiato offuscata, scontornata dalla sua cifra stilistica e adombrata dal tam tam (oggi lo chiameremo hype) che dai tempi dell’Al.Sa. lo aveva reso un alieno a tutti gli effetti. Bisogna poi fare un discorso pratico, che smonta le nobili pretese degli artisti intellettuali: un conto è sopravvivere, vivere è tutt’altra cosa. Coi suoi primi album, perlopiù osannati dalla critica, Battiato aveva trovato la sua nicchia ma a vendite non poteva certamente competere con chi il musicista lo faceva di mestiere e, anche se non viveva nel lusso, poteva dedicarsi a tutto tondo alla propria arte, senza annaspare di continuo. E poi, come insegnano i Beatles e lo stesso Battisti, è più difficile fare del sano pop con un sottotesto avanguardista, che non perdersi in intricate trame sperimentali, nel buio della propria enclave intellettualoide.

Reynolds la intende come una “nuova visione del pop” che investe il lato avanguardista del post punk, quello di Scritti Politti, This Heat o Young Marble Giants. Nel particolare, quando l’autore di Retromania parla di Green Gartside sembra descrivere proprio il pensiero di Battiato. D’altronde,”infiltrating the pop mainstream was more subversive than malingering on the margins” e, soprattutto, non stiamo parlando di combinare del sano “hyper-intellectualism” con una “poptimistic nonchalance”? Forse era il 1979 a far respirare quest’aria di rivoluzione: a dieci anni da Woodstock il mondo stava per conoscere degli album fondamentali per il proseguo del filone indipendente e non solo.

Il finire degli anni Settanta era inebriato dalla coltre fredda di disperazione di Unknown Pleasures, dal punk contaminato e mondialista di London Calling e da quello di Fear Of Music. C’erano poi i Pink Floyd di The Wall, i Wire di 154 e gli Xtc di Drums And Wire. Mentre Bowie terminava la sua trilogia berlinese con Lodger, i Pil certificavano i primi vagiti del post punk con Metal Box. È davvero difficile pensare a che annus mirabilis sia stato il 1979, con Regatta De BlancDragnet20 Jazz Funk Greats sugli scaffali dei negozi di dischi a far compagnia agli album di Cure, Fleetwood Mac, Donna Summer e Michael Jackson. E che album.

Sarà stata anche questa ondata di musica fresca a contribuire alla nascita di Mtv, uno di quegli avvenimenti che segna un prima e un dopo. Dalla comparsa della rete televisiva, infatti, il videoclip diventa un veicolo fondamentale per la diffusione della musica, tanto da avere sempre più spazio nelle tabelle degli investimenti di major ed etichette indipendenti. Lo stesso artista siciliano sfrutterà a pieno le potenzialità video della sua maschera, improvvisando improbabili passi di danza e dando ancora più carattere alle sue espressioni ieratiche.

Ad ogni modo, Battiato si avvicina al cambio di decennio desideroso di “sporcarsi le mani” e giocare le sue carte, ovviamente a modo suo. Sia ben chiaro: se non ci fossero stati gli anni Settanta, e prima ancora le canzonette del decennio precedente, Battiato non sarebbe mai riuscito a creare l’equilibrio tra melodie catchy, testi filosofici, tempi dispari e scherzi ritmico-armonici che lo hanno contraddistinto. A tutto questo si aggiunge il suo interesse per il sufismo, culminato con lo studio della lingua araba, e l’incontro con Angelo Carrara, manager e produttore che lo aiuterà a trovare il bandolo della matassa. Quella che Battiato inaugura nel 1979 è una nuova concezione di canzone, il cui corollario più immediato è la capacità di far canticchiare al docente universitario, così come all’imbianchino o alla casalinga, motivi facili con testi come “Gesuiti euclidei vestiti come dei bonzi per entrare a corte degli imperatori della dinastia dei Ming” o “Nei ritmi ossessivi la chiave dei riti tribali regni di sciamani e suonatori zingari ribelli”. Il processo che sta portando Battiato a questa nuova idea di canzone è testimoniato dalla prima versione del suo nuovo album, che lascia praticamente insoddisfatti tutti. A mancare è il ritmo, vero e proprio segreto della virata pop del nostro, ed è solo in un secondo momento, grazie anche all’impiego di musicisti di primo piano come il “chirurgo” Tullio De Piscopo, che L’Era del Cinghiale Bianco si abbatte come un fulmine a ciel sereno sul panorama musicale italiano.

Gli anni Settanta stanno finendo, ma il decennio successivo non sarà meno controverso: la strage di Bologna, Ustica, lo scandalo della P2 e il governo Craxi alimentano il divario sociale e acutizzano le tensioni, ma non soffocano quell’edonismo reaganiano che contamina anche un’industria discografica opulenta che non si fa troppi problemi a fare qualche investimento rischioso, soprattutto dopo aver sdoganato le arene (quindi auditori più numerosi) e i videoclip (un brano comincia a far breccia anche per logiche para-musicali). I Dischi più venduti in Italia nella prima metà degli anni Ottanta sono quelli di Dalla, Vasco Rossi, Dire Straits e Michael Jackson. A questi si aggiungerà il buon Franco, che però già alla fine degli anni Settanta stava orbitando attorno alla formula perfetta. È il 1978 l’anno in cui Battiato pone definitivamente le basi per i gloriosi anni ’80, quelli in cui il siciliano si specializzerà nel suo “pop esoterico” (azzeccatissima definizione coniata da Alessandro Carrera in Made In Italy: Study in Popular Music). Il preludio alla trilogia pop è incarnato in due album dove, peraltro, il nostro è defilato e non in primo piano: Battiato affina le sue abilità di scrittore pop, e la capacità di sintetizzare sperimentalismo ed echi di musica classica, in Polli d’allevamento di Giorgio Gaber dove cura gli arrangiamenti assieme a Giusto Pio. È proprio con quest’ultimo che il siciliano comincia uno dei sodalizi più prolifici nella storia musicale italiana, che durerà fino al 1985. La scintilla scocca subito dopo il disco del Signor G e vede Battiato in veste di produttore artistico dell’esordio discografico di Giusto Pio, quel Motore Immobile in cui il buon Franco sceglie di nascondersi sotto lo speudonimo di un improbabile Martin Kleist e di cui si nota in queste pagine che “rappresenta lo zenit di una ricerca sonora non scalfita dal trascorrere dei decenni”.

Siamo nel settembre del 1979, gli italiani si ritrovano, consapevolmente o meno, ad ascoltare testi ispirati dal filosofo René Guénon (L’era del cinghiale bianco), oppure scritti in siciliano (Stranizza d’amuri). Tematiche come il consumismo che sta inquinando le religioni (Magic shop) si alternano a nenie arabesche e spirituali (Pasqua etiope). È la nuova incarnazione di Franco Battiato; un artista che declina la sua essenza artistica in numerosi paesaggi sonori. L’Era del Cinghiale Bianco anticipa un periodo musicale battiatesco che si mostra maestoso e diretto allo stesso tempo, come Les massacres de Scio (1827) di Delacroix. La materia informe si fa ancora più coesa in Patriots (1980), in cui la new wave, che prima strisciava nel sottobosco, si fa più presente e il sound Battiato diventa un marchio di fabbrica. L’artista siciliano sta capendo come maneggiare il cubo di Rubik che ha tra le mani, adesso riesce a scrivere e interpretare veri e propri inni come Up Patriots to Arms, con strofe graffianti, ritmate e impertinenti, e ritornelli melodici, salmodianti e incisivi. Battiato si mostra a suo agio anche nelle ballate in cui il pianoforte risulta protagonista indiscusso, come in Prospettiva Nevski, che riesce sempre nell’intento di piegare testi non facili a una vocalità riconoscibile e, soprattutto, immediata: “È bellissima!” gli disse Giusto Pio al primo ascolto, sentendosi rispondere dal suo amico e collega “Come è bellissima? È una cazzata!”

Il vero colpo da maestro, però, è La Voce del Padrone (1981), pietra miliare e opera praticamente perfetta: sette brani (è questa la lunghezza degli album pop di Battiato) perfettamente incatenati tra loro, un unico soffio al cuore di natura elettrica che immerge l’ascoltatore italiano in colori e sapori mai provati prima. Canzoni come la sghemba e pungente Centro di gravità permanente, lo sbieco ritornello in 3/4 e 4/4 di Bandiera bianca, o le soluzioni di arrangiamento di Summer on a Solitary Beach (si noti come Battiato gioca coi ritornelli, riempiendoli e dilatandoli ritmicamente e armonicamente) consegnano questo disco alla storia della musica italiana, e non solo. Il siciliano riesce così a inanellare sette singoli, uguali e diversi, in cui convivono il post-punk di Cuccuruccucù, il romanticismo di Sentimiento nuevo, e poi le meditanti Gli uccelli e Segnali di vita. Insomma: niente è fuori posto, ancora oggi La Voce del Padrone si ascolta tutta d’un fiato, anche grazie alla versione rimasterizzata nel 2008, che impreziosisce il tessuto sonoro e vocale di un disco che ha superato i due milioni di copie vendute. Il passo successivo è un’arabesca meno luccicante, ma ugualmente affascinante: L’arca di Noè (1982), , sulla scia degli ultimi album pubblicati da Battiato, vende mezzo milione di copie e raggiunge la prima posizione in classifica. L’episodio discografico è trainato da un singolo in particolare; quella Voglio Vederti Danzare che effettivamente è il brano più immediato di una tracklist incentrata su quello che sta succedendo a livello mondiale. Parliamo di un’epoca in cui si sente la “fine dell’imperialismo degli invasori russi e del colonialismo inglese e americano” (L’Esodo) e quello che accade al di là del muro di Berlino non passa certo inosservato, come testimoniano alcuni titoli: Radio Varsavia (tornata in auge nel 2018 perché utilizzata in Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino), Scalo a Grado e New Frontiers.

Vivere non è difficile potendo poi rinascere

“Mi sveglio molto presto, oggi per esempio alle tre e mezzo, non si spaventi! Ascolto la musica classica su Radio 3, per una o due ore. Poi vado nella mia veranda a meditare. Ho davanti un panorama incredibile, da Taormina a Siracusa, cielo e mare meravigliosi e poi una vegetazione ricchissima con pini secolari, alcuni così inclinati che quasi toccano terra, alberi giapponesi che danno dei piccoli mandarini, pompelmi e aranci rigogliosi malgrado siamo a 800 metri. Rose selvatiche gialle, rosse o lilla sono nate spontaneamente intorno alle palme. E c’è l’orto, con lattughe, pomodori, patate, abbiamo piantato anche le angurie. Io guardo e basta, però!, ci sono quattro giardinieri che se ne occupano, ma ne pago soltanto uno: è una famiglia affiatata”. (Corriere della Sera)

Con Orizzonti Perduti (1983) Franco Battiato chiude la fase dell’underdog sperimentale che conquista le classifiche italiche e inaugura quella del personaggio consacrato e universalmente riconosciuto. Il nostro ha ormai coniato il suo estetismo, un concentrato di pop e intellettualismo che riesce a fare proselitismi a destra e a manca, raggiungendo trasversalmente l’auditorio italico e non solo. Testimonianza ne danno non solo i passati riconoscimenti internazionali, quelli della fase sperimentale, ma anche la pubblicazione di Echoes of Sufi Dances (Ecos de Danzas Sufi nella sua versione spagnola) e Nomadas, album dati in pasto alla penisola iberica e all’isola britannica tra il 1985 e il 1987, nel tentativo di internazionalizzare linguisticamente il già variegato sound di Battiato. Così gli anni Ottanta per l’artista siciliano diventano quelli della legittimazione: gli album che seguono L’Arca di Noè sono tutti interessanti e unici nel panorama italiano, ma non raggiungono mai l’efficacia e la compattezza del capolavoro che, a tutt’oggi, rimane La Voce del Padrone.

Nel dettaglio, in Orizzonti Perduti emergono prepotentemente l’elettronica di stampo ottantino e il sottobosco new wave. Sparite le orchestrazioni, al centro troviamo le programmazioni, le percussioni digitali e, soprattutto, le tastiere. Nel mirino echi di Ultravox e Omd, lungo la tracklist invece svetta senza dubbi la hit La stagione dell’amore che, con il solito occhiolino al pop e orecchio teso alle scorribande techno-intellettuali, segna uno dei momenti più alti dell’intera carriera di Battiato.

Scartando quindi i fan della prima ora e i fedelissimi, è difficile per l’ascoltatore comune trovare un rapido collegamento tra la sbarazzina La stagione dell’amore (una Per Elisa che, al posto di essere regalata all’estro di Alice, rimane in terre sicule), l’ibrido elettro-classico No time no space o l’emozionale e strafamosa E ti vengo a cercare, e i loro dischi d’appartenenza. Eppure il già citato Orizzonti Perduti, Mondi Lontanissimi (1985) e Fisiognomica (1988), hanno l’importante compito di cesellare la “formula Battiato”, gettando un ponte importante tra l’esplosione pop, tra fine Settanta e inizio Ottanta, e quello che seguirà. Già, perché se c’è un aggettivo che accomuna i grandi della musica, non può non essere imprevedibili. E Battiato rientra in pieno sotto questa qualità, poiché, a dispetto di quanto già dato alle stampe precedentemente, a cavallo tra i due secoli, l’intellettuale siciliano pubblica opere teatrali – Genesi (1987), Gilgamesh (1992), Messa arcaica (1993), Il Cavaliere dell’Intelletto (1995), Campi magnetici (2000), Telesio (2011) – e, coltivando sempre la pittura, si mette anche dietro alla macchina da presa, facendo uscire nella sale cinematografiche varie pellicole, come Perduto amor (2003), Musikanten (2005), Niente è come sembra (2007) e Auguri Don Gesualdo (2010). Senza tralasciare il libro/documentario Attraversando il Bardo – Sguardi sull’Aldilà (2015), incentrato sul Libro tibetano dei Morti.

Tornando brevemente alla “formula Battiato”, è proprio in Fisiognomica che si può riscontrare un elemento fondamentale nell’arte del nostro. Si tratta del ricordo, di quel biografismo di cui si parlava all’inizio reso ancora più evidente dall’immagine del giovane Franco che campeggia in copertina. Otto brani, mezz’ora di musica e gli arrangiamenti di Giusto Pio, abile a districarsi nell’intruglio di elettronica e archi, rendono l’album più convincente del precedente Mondi Lontanissimi. Quest’ultimo, però, conserva anche tratti in comune con Fisiognomica: scorre, infatti, in entrambi gli album il tema della ricerca in senso ampio (religiosa, personale, etico-morale) declinata dapprima in direzione extra-personale (e anche extra-terrestre) e successivamente intra-personale. Un passaggio – più concettuale che musicale – che trasmuta verticalmente e orizzontalmente, passando dai freddi “telescopi giganti per seguire le stelle” al calore di un “sentimento popolare”.

I tumulti degli anni ’70 sono ormai lontani. Nonostante la strage di Chernobyl, il mondo intero si riprende dagli affanni dei decenni precedenti grazie alla speranza che la caduta del muro di Berlino e il pensiero positivo infondono. Dal punto di vista musicale, la seconda metà degli anni ’80 è fagocitata dall’esplosione del fenomeno Madonna, che, insieme a Zucchero, Baglioni e Tracy Chapman, è tra gli artisti ai primi posti della Hit Parade italiana di quel periodo. Il decennio della Perestroika segna per Battiato un ritorno alle proprie origini: è in questi anni che il nostro decide di ripercorrere le sue radici, trasferendosi in Sicilia, e più precisamente nella piccola Milo. La fuga etnea è controbilanciata da alcuni avvenimenti che lasciano trasparire quello che ormai è a tutti gli effetti uno dei grandi nomi della musica italiana: Franco Battiato è il primo cantante pop a esibirsi in Vaticano (lo fa nel 1989 e sul finale di E Ti Vengo A Cercare non riesce a trattenere l’emozione), il suo Fisiognomica vende comunque 300.000 copie, nonostante non sia un album commerciale come La Voce, e gli anni Ottanta si chiudono con il suo primo album dal vivo, quel Giubbe Rosse (1989) che, registrato tra Milano, Parigi e Madrid, è un compendio di quanto successo musicalmente dagli anni Settanta al crepuscolo del decennio successivo.

Nessuno o tutt’uno

“Certe canzoni, penso a Sentimiento Nuevo che cantavo con Alice, erano un po’ delle cazzate. Cazzate divertenti e tendenti all’alto, ma pur sempre cazzate”. (Il Fatto Quotidiano)

“L’Italia è il paese che amo”, con questa dichiarazione d’amore e d’intenti il 1994 faceva capire in maniera ineluttabile che gli anni incastrati tra i cubi tricolori di Ciao e l’apertura della porta di San Giovanni in Laterano, che sanciva il Giubileo del 2000, erano carichi di cambiamenti radicali per il bel paese. Mentre Dalla, Carboni, Venditti e gli 883 svettavano in classifica, gli italiani si riprendevano le monetine lanciate davanti agli hotel per guardare in diretta Tv l’inizio della Guerra del Golfo o gli aggiornamenti sull’inchiesta Mani pulite. L’ultimo decennio del ventesimo secolo svela altre reincarnazioni artistiche di Franco Battiato. La produzione musicale di questi anni oscilla tra una spiccata spiritualità, profusioni di world music, richiami all’elettronica sperimentale già vivisezionata nel periodo Pollution, divagazioni classiche e, a ridosso del nuovo millennio, un ritrovato amore per il rock. A fare da preludio ci pensa Come un cammello in una grondaia (1991, registrato agli studi Abbey Road), in cui convivono due anime: una prima parte autoriale, in cui spiccano le riflessioni malinconiche dell’intimista L’Ombra della Luce e dell’invettiva politica Povera Patria, s’intreccia con un secondo segmento che si snoda in quattro rielaborazioni orchestrali (lieder di Wagner, Martin, Brahms e Beethoven). Anche quest’album avrà una versione in lingua spagnola. Dopo il Concerto a Baghdad, tenutosi nel dicembre 1992 e trasmesso in mondovisione, Battiato pubblica Caffè De La Paix (1993), un album pop con venature world e rock, ispirato dal luogo in cui l’amato Gurdjieff era solito scrivere i suoi libri. Si intravedono i riflessi di quel rock epico (Delenda Cartago) che preavvisano il futuro sound di Battiato, ma anche le atmosfere di altri dischi che di lì a poco segneranno il panorama musicale italiano alternativo, uno su tutti Tabula Rasa Elettrificata (1997) di quei Csi che in Linea Gotica (1996) renderanno omaggio all’artista siciliano con la loro versione di E Ti Vengo A Cercare. La nuova fase di Battiato sorge in seguito al suo incontro con il filosofo Manlio Sgalambro, che influenzerà l’apparato testuale dei successivi album. Il primo di questi, poco considerato sia dalla critica che dal pubblico, è l’ostico L’Ombrello E La Macchina Da Cucire (1995). L’album mantiene fede alla svolta pop degli anni Ottanta e raggiunge comunque la quarta posizione in classifica, ma presenta le tipiche imprecisioni di una fase artistica transitoria. Si prenda ad esempio la title track: esotismi, rock, cori, orchestrazioni e testi filosofici si dipanano in un formato canzone sfocato. È una formula ancora lavorabile che di lì a breve sarà cesellata e portata alla sua massima efficacia.

Già, perché se c’è un aggettivo che possa valere sia per L’Imboscata (1996) che per Gommalacca (1998), è certamente efficace. Per raggiungere l’obiettivo, che si traduce anche nella permanenza in quei piani alti della classifica che comunque mancavano da un po’, Battiato si attornia nuovamente di figure chiave per il prodotto finale. Proprio come era successo per l’exploit degli anni Ottanta, un gruppo variegato di artisti, molti dei quali provenienti da quell’underground italiano che stava letteralmente esplodendo in quegli anni, aiuta il siciliano nel tessere un sound che unisce pop e sperimentazione. Attorno all’ormai fisso Sgalambro, operano nel complesso il bassista Saturnino, Antonella Ruggiero, Giovanni Lindo Ferretti, Morgan, Ginevra Di Marco, Madaski, Pino “Pinaxa” Pischetola e Andrea Pezzi. Se Gommalacca è uno dei capolavori indiscussi della produzione battiatesca e dell’intero panorama italiano a cavallo dei due secoli, L’Imboscata spiana la strada. Lo fa soprattutto grazie a una delle perle del canzoniere italico: La Cura, in cui sentimento e immediatezza combattono con un ritmo incerto e trovate strutturali scorrevoli ma audaci (come il passaggio dei “campi del Tennessee”). A controbilanciare queste atmosfere intimiste ci sono la schizofrenica Strani Giorni, l’orecchiabile Di Passaggio o il tappeto elettronico di Segunda Feira.

Il Battiato del biennio 1996/1998 è quanto mai attratto dal verticalismo, dalla malsana eccitazione di unire l’alto (filosofia, musica colta, citazioni letterarie) con il basso (i motivetti immediati, frammenti di realtà rubati alla Tv o al proprio vissuto). Ci riesce risultando credibile, a dispetto di quanti ci proveranno in futuro citandolo come principale ispirazione. Lo fa, tra l’altro, divertendosi con disinvoltura, mostrandosi curioso verso le novità di fine secolo e ansioso di vedere il risultato dei suoi esperimenti, intrapresi in L’Imboscata e sublimati in Gommalacca. Gran parte di queste sperimentazioni si reggono sulle chitarre, su di un rock granitico che sa essere violento e, al tempo stesso, piegarsi all’intimismo.

Latenti shock shock addizionali

“Non ho mai compiaciuto nessuno. Sono partito dallo sperimentalismo, ho scritto canzoni popolari, girato film, dipinto quadri senza mai accontentarmi della culla protetta o delle sicurezze. Come per magia quelli che mi apprezzavano in una veste, mi hanno dato retta anche quando mutavo essenza senza pretendere che somigliassi a un juxe-box e che a ogni monetina inserita, corrispondesse un loro desiderio. Mi hanno lasciato essere come volevo e se posso dirlo spudoratamente, io sono cambiato e ho fatto tutto il mio percorso solo per loro. Me ne frego delle sicurezze e me ne frego di offrirle”. (Minima & Moralia)

Come per molti dischi di Battiato, Gommalacca è figlio del suo tempo. In esso convive la cifra stilistica battiatesca, ma allo stesso tempo emerge in maniera preponderante l’uso del computer, mezzo attraverso il quale modificare la voce, tagliarla e rimontarla oppure dedicarsi ai campionamenti. Ne deriva un album oscuro (Il Mantello E La Spiga), a metà tra pop esotico (Il Ballo del Potere) e rock claustrofobico (Shock In My Town) fusi nello sperimentalismo che è ormai diventato un marchio di fabbrica del siciliano. Si tratta di un disco celebrale, apocalittico ma, soprattutto, tremendamente affascinante, come lo stesso Sgalambro ha affermato: “I suoni di Gommalacca sono suoni di superficie, di striscio… solo i cantanti e gli indovini li praticano, solo i fortunati li ascoltano”. Una superficie crepuscolare, d’altronde il mondo intero, che con un misto di inquietudine e fascino si avvicinava alla fine del millennio, correva ai ripari firmando il protocollo di Kyoto e fronteggiando il morbo della Mucca pazza, reagiva al capitalismo con la nascita dei movimenti No Global e in Italia, mentre Zucchero, Ramazzotti e Bocelli svettavano nelle classifiche di vendita, si cercava di comprendere lo strazio della vicina guerra dei Balcani tentando di familiarizzare coi tassi di conversione dell’Euro.

La fine del millennio porta con sé anche Fleurs (1998), un divertissement ricco di cover (perlopiù omaggi alla canzone francese e agli artisti che Battiato rispetta o ama, a seconda della sua indole, come Rolling Stones, De André, Sergio Endrigo) e qualche inedito. Il disco si regge sul minimalismo di un pianoforte e un quartetto d’archi. A un ascolto approfondito, risulta più riuscito nelle rivisitazioni dei brani del cantautore genovese e, in generale, dei colleghi italiani, che non nei momenti in cui la lingua straniera inglese mette in serie difficoltà il nostro. Sorte condivisa con Battisti, il cui flop di Images (album costruito per tentare l’attacco al mercato statunitense) aveva come maggior colpevole proprio la pronuncia. Quello che doveva sembrare un episodio isolato nell’immensa discografia battiatesca, si tramuta in un trittico di album dall’insolita successione anti-numerica (Fleurs 3, 2002, Fleurs 2, 2008). La triade non aggiunge molto alla carriera di Battiato, ci consegna più che altro un autore capace di arrangiare alla sua maniera canzoni e musicisti diversi tra loro per generi e periodi storici.

Vivere il presente senza fine

“Ho un pubblico che mi adora e questo mi dispiace perché devo corrispondere”. (Corriere della Sera)

Il Battiato del ventunesimo secolo è un artista poliedrico tornato a essere alieno al panorama musicale italiano, con la differenza che il tempo ha smussato alcuni spigoli della sua personalità, facendo sì che il rapporto con il suo pubblico e la sua produzione artistica risultino più rilassate. Si tratta della classica fase in cui l’artista ha consegnato la sua cifra stilistica alla storia della musica e potrebbe vivere di rendita: Franco Battiato, per tutti “il maestro”, centellina presenze in tv e interviste. Ogni volta che parla pubblicamente lascia il segno e, soprattutto, continua a collaborare freneticamente con musicisti esordienti, arricchendo la sua discografia di episodi non eccelsi – soprattutto se messi a paragone con le fasi di Pollution, La Voce e Gommalacca – ma nemmeno relegabili al semplice anelito di sopravvivenza mnemonica. Imitato da più parti, caricaturato per il suo modo di parlare a metà tra un sufi e un siciliano d’oc, il Battiato degli anni Duemila lavora a una delle prime opere teatrali al mondo rappresentate per ologrammi (Telesio, commissionata dal Comune di Cosenza nel 2011), pubblica un disco dal vivo assieme alla formazione newyorchese Antony and the Johnsons (Del Suo Veloce Volo, 2013) e ricopre, per meno di un anno (2012 – 2013), l’incarico di assessore al Turismo, allo Sport e allo Spettacolo della regione Sicilia.

Dal punto di vista prettamente musicale, il nuovo secolo ci consegna sul fronte Battiato il caleidoscopico Ferro Battuto (2001), il ritorno velato a un rock progressivo in Dieci Stratagemmi (2004) e quello a un pop sperimentale in Il Vuoto (2007). I tre dischi confermano la poliedricità spiccata dell’artista siciliano, basti pensare ad alcuni episodi pescati dai suddetti album: l’arabo-sicula Il cammino interminabile, la potenza elegiaca di Tra sesso e castità e la decadente I giorni della monotonia. Gli ultimi due album di inediti di Franco Battiato rimangono sulla stessa lunghezza d’onda. Sia Inneres Auge – Il tutto è più della somma delle sue parti (2009) che Apriti sesamo (2012) continuano nel tentativo di far quadrare il pop in un poligono irregolare fatto di sperimentazione, elettronica e rock. In questa girandola espressiva trovano quindi posto il techno pop di Inneres Auge e il bucolico autoriale di Caliti junku, a sintetizzare estremi che per Battiato coesistono sin dagli albori della sua carriera. L’ormai più che settantenne siciliano sembra un Paul McCartney nato nel bel mezzo del Mediterraneo: non ha perso per nulla la voglia di divertirsi, di rimanere così fedele a se stesso da essere quasi una caricatura del proprio io, di ascoltare musica e di circondarsi d’arte. A suggellare questa frenesia artistica che lotta con l’effimera età biologica c’è Joe Patti’s experimental group (2014), trentesimo album in studio di Franco Battiato che l’ha presentato a Repubblica in questi termini: “Per me l’unica cosa che conta nella vita è la parte esistenziale, quella che ti mette alla prova: non mi interessano le conferme, essere rassicurante per il pubblico, dargli quello che vuole. Se fai questo tradisci il tuo ruolo che è quello di fare ciò che interessa a te, non quello che interessa a loro”. Per mantenere fede in questo credo, Battiato torna all’elettronica sperimentale e fa tabula rasa di un flirt col pop che durava ormai da trentacinque anni. L’opera è un fiume che emerge in superficie dopo aver attraversato anni di sperimentazione, partendo da alcune registrazioni dei primissimi anni Settanta, un vaso di Pandora che ha poi influenzato tutto il lavoro sull’album.

Di acqua sotto i ponti ne è passata, gli stupidi continuano a stare a galla e l’Italia – sì, quella che è rimasta per certi versi pressoché immobile tra l’invettiva di Povera Patria e quella di Inneres Auge – ha toccato con mano la crisi economica e, soprattutto, sociale del nuovo millennio in un cerchio che trova in Genova il punto d’intersezione: tra le tragedie del G8 e quella del ponte Morandi i vuoti, di Stato degli omicidi Aldrovandi e Cucchi, dei terremoti e delle alluvioni, lo stallo politico e il disinteresse alla res publica, un numero sempre più crescente di giovani si è ritrovato a condividere o cantare i versi di Franco da Ionia. Slogan che hanno resistito al tempo e alle scommesse sulla commerciabilità delle canzonette, probabilmente perché, come ricorda Christian Zingales in Battiato On The Beach, l’artista che se va in tour è felice, ma se non ci va lo è “ancora di più” – quello che in Clic ha in un certo senso anticipato lo sperimentalismo di Aphex Twin – racchiude nel suo “sbilanciamento” artistico il senso ultimo della sua arte e del suo stesso fascino. Il personaggio ieratico che, dal punto di vista dei mass media, ha il suo punto di forza nell’immobilità, non ha bisogno di celebrazioni e adulazioni: Franco Battiato, artista che ha descritto e plasmato allo stesso tempo la società italiana o, almeno, parte di essa, ha tutto quello di cui necessita. Libri, meditazione, studio e suoni da comprendere prima ancora che da fermare nel tempo, costituiscono le fonti di piacere di un uomo che, per sua stessa ammissione, si sta “preparando al passaggio da una dimensione a un’altra”, quella morte inevitabile di cui si sente la presenza in Apriti Sesamo e che riecheggia anche nei versi conclusivi de Le nostre anime, inedito contenuto nell’omonima raccolta antologica del 2016:

Le nostre anime
cercano altri corpi
in altri mondi
dove non c’è dolore
ma solamente
pace
e amore

Ma Battiato è anche un intellettuale che non si prende troppo sul serio, un’anomalia attratta dagli anomali, come una Loredana Berté che in aereo si accorge dei generosi sguardi che lo smilzo siciliano riserva ai suoni seni e decide, quindi, di facilitare il lavoro di occhiate che i Ray Ban a stento nascondevano, mettendo ulteriormente in mostra la mercanzia. Così, al maestro (epiteto che Battiato ha sempre odiato) non rimane che ammettere: “Loredana, ti dico la verità, sono bellissime”. È lo stesso appassionato di musica pungente ma generoso che, durante una data, regala l’organo che il suo tastierista è riuscito finalmente a trovare in un negozio di strumenti musicali, col quale può finalmente riprodurre Bandiera Bianca come da disco e non imitando il suono con un synth. Insomma; va bene la spiritualità e le correnti gravitazionali, ma spesso si dimentica che il buon Franco è pur sempre un uomo, un artista che è stato investito dalla fama e, tuttavia, non ne è rimasto schiavo.

Tra il 2018 e il 2019 si rincorrono le voci sulle condizioni di salute di Battiato. Mentre management e famiglia si stringono in un silenzio assordante, alcuni amici dell’artista si lanciano in dichiarazioni social e interviste che ritraggono un intellettuale, che ha fatto della ricerca e dello studio il suo stesso obiettivo di vita, condannato a perdere progressivamente le sue funzioni cognitive. Sarebbe un paradosso: un uomo di cultura della sua profondità e del suo acume inabile a ricordare, impossibilitato a voltarsi per rivedere la sua carriera poliedrica sotto nuove luci. Di certo, nell’ottobre 2019, c’è Torneremo ancora, un disco registrato assieme alla Royal Philarmonic Concert Orchestra che rielabora alcuni episodi significativi della produzione musicale di Battiato e un inedito, tessuto con l’immancabile Juri Camisasca, che porta lo stesso titolo dell’album. Il brano è introdotto dallo stesso artista: “Siamo tutti esseri spirituali, in cammino, verso la liberazione. Ma finché liberi non lo saremo, torneremo ancora, e più volte, a questa vita terrena, perché l’esistenza ciclica si perpetua fintanto che l’anima non sarà del tutto libera dalle emozioni perturbatrici dell’ego che la tiene avvinta. In realtà siamo schiavi delle nostre emozioni, che ci dominano e spesso finiscono in tragedia… bella libertà! La liberazione non può avere legami, né attaccamenti. Bisogna mantenere l’atteggiamento di un viaggiatore che torna a casa.”

Inneres Auge

“Ciò che deve accadere accadrà, qualunque cosa facciamo per evitarlo, ciò che deve accadere accadrà perché è già accaduto”. (Eri con me)

Parlare di Franco Battiato significa provare la tentazione di consumare tonnellate d’inchiostro, del resto si tratta di un artista che ha cambiato per sempre la fisionomia della musica italiana. Abbiamo provato a riannodare i fili di un istrionico intellettuale arguto e ambizioso, cercando di stimolare la curiosità di chi si è imbattuto in queste pagine nel tentativo di non cadere nell’enciclopedismo, ma di mantenere quell’approccio leggero che lo stesso Battiato ha saputo maneggiare con indiscussa maestria da La Voce in poi. Per questo motivo, il miglior modo per entrare nel magic shop del siciliano e rimanerne incantati è ascoltare la sua intera produzione. Quest’ultima, una parabola quarantennale mutevole, ci ha consegnato un artigiano della musica che ha sconfinato in altri ambiti artistici. Lo ha fatto reincarnandosi esteticamente e concettualmente più volte, arrivando persino a scegliere il silenzio come canale comunicativo. Allo stesso modo, Battiato ha saputo rimescolare le logore carte in tavola del pop italiano, infondendo linfa vitale alla canzonetta e guadagnandosi un posto di prim’ordine nel canzoniere del belpaese. Da lì Franco Battiato ha continuato a divertirsi, alternando momenti lucidissimi a episodi trascurabili, rimanendo però sempre fedele a se stesso e alla voglia di giocare con la musica. Proprio come faceva agli esordi, quando scoprì l’Ems Vcs3 e andò letteralmente fuori di testa, passando notti insonni a cercare nuovi panorami sonori. Parodiato, imitato e omaggiato di continuo: Battiato è un figliol prodigo nato nel pop (le canzoni della sua prima fase milanese) e tornatoci, dopo peregrinazioni umane e musicali che gli hanno fatto percorrere il mondo intero. La sua terra, quella Sicilia multiculturale che sta al centro del Mediterraneo, ha partorito un pallido, allampanato e spigoloso genio che continua a viaggiare in luoghi e tempi vicini e lontani.

Più di tutto, Battiato ha avuto il coraggio di misurarsi con un’impresa ardua e impervia: sfidare l’atavica e annosa questione dell’arte “alta” e di quella “popolare.” La sua carriera non è altro che un rimbalzo continuo tra queste due sponde, un tentativo di collegarle cercando di sconfessare Umberto Eco, provando quindi ad andare incontro al gusto medio facendo leva sull’originalità e un citazionismo postmoderno (vedi il “Uacciuuariuari” di Centro di Gravità Permanente, che, tra l’altro, parla di “Gesuiti euclidei”). Con un orecchio attento alle nuove leve (tante le sue collaborazioni, spesso con giovani conterranei) e pronto a raccogliere le sfide (come le nove canzoni dei Pgr disidratate dal siciliano o il ritorno recente allo sperimentalismo più sfrenato), Francesco ha reso il suo temperamento curioso, sviluppato durante la sua infanzia siciliana, la carta vincente che, al posto di piegarlo alla musica “di tendenza”, lo ha quasi costretto ad anticipare i tempi, dettando leggi artistiche e, in certi momenti, persino di mercato.

Difficile fissare l’estro di Battiato, l’animale che si porta dentro (sì, quello che si prende anche il caffè) lo ha reso un atomo impazzito, in costante movimento. Al di là delle indiscrezioni sul suo reale stato di salute, sarebbe opportuno celebrarlo continuando a godere della sua arte e farlo soprattutto ora che “Non c’ è più nulla nei cassetti […] questo [Torneremo ancora, ndA] è l’ultimo album di Franco Battiato“, come ha dichiarato il manager Franz Cattini nell’ottobre 2019. Bisognerebbe farlo facilitando la (ri)scoperta del Franco più underground, così come di quello più istituzionalizzato. A distanza di quasi mezzo secolo, la parabola Battiato è tremendamente viva e continua a essere attuale (pensiamo ai vari Povera Patria citati su social e non per indicare periodicamente la situazione politica italiana). Per nostra grande fortuna, il suo centro di gravità è ancora tutt’altro che permanente.

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