Live Report

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Il Locomotiv Club, giunto al suo undicesimo giro di boa, ri-apre le sue tende rosse in velluto con l’arrivo dei primi freddi e della stagione autunnale: il dopolavoro bolognese vive ancora degli schiamazzi estivi, e attorno all’iconico locale di via Serlio presidiano e resistono i campi in sabbia di beach volley, in cui giocatori a coppie si rivoltano con gran piacere e compiono acrobazie degne dei migliori cartoni animati made in Japan alla ricerca disperata della sfera di cuoio, per il diletto di avidi divoratori di pizza al taglio e di qualche curioso passante in giacchetto, pantalone a vita altissima e doc Martins; per una sera, un lunedì sera (e non è poco), numerosi presenti vestiti come giovani dandy urbani si radunano attorno al primo vero evento della stagione, e per qualche ora sembra di trafficare per l’agglomerato urbano e le casette a schiera di Williamsburg. Il concetto stesso di “hipster” ormai è stato sdoganato, ha fatto il giro ed è tornato ad essere un mero feticcio ad uso e consumo dei profani, e matusa permettendo, il pubblico che lo scorso lunedì ha salutato i newyorchesi Beach Fossils per la loro seconda uscita italiana in quest’anno (già all’Ama Music Festival di Asolo qualche settimana fa) non superava in media i trent’anni: le malelingue sibileranno che chi lavora in settimana non ha tempo da perdere (e gli studenti di tempo ne hanno anche troppo), ma dal quartetto di Brooklyn il tempo concesso è stato ripagato con una performance intensa, coinvolgente e rilassata nel medesimo istante.

Oltre a richiamare un pubblico “supergiovane” e un clima disteso da breakfast club, i fossili ci hanno resi partecipi della loro (e nostra prima) cotta autunnale, portando con sé a giro per la “leg” del proprio tour nel vecchio continente un manipolo di giovani carbonari britannici che rispondono all’appello con il nome intrigante di Nervous Conditions: in sette sul palco, tutti (anche loro) giovanissimi, muniti di doppia batteria, sax, moog e violino, scaldano la pista in un clima surreale da Loggia Nera con il loro mix esplosivo di immediatezza jazz-punk, atmosfere tese e nervose (e come sennò) e visioni crooneristiche e soul molto vicine alle filastrocche avvinazzate di King Krule e alle movenze istrioniche di James Brown, e si muovono con una certa disinvoltura in un caos controllato che lascia basiti. Vengono da Cambridge – o “nearby”, come tende a precisare l’acerbo lungagnone alla voce che “intercetto” subito dopo il loro infuocato set, e che mi dice che hanno registrato solo qualche traccia qua e là e che un certo Damo Suzuki deve aver sentito parlare tanto di loro, a tal punto da sceglierli come nuovo gruppo-feticcio e spalla per le (sempre meno) frequenti uscite live: se è il ronin per eccellenza a battezzarti sotto il suo fuoco, vuol dire che di stoffa ce n’è eccome; non possiamo che augurargli il meglio per il futuro, sicuri che li rivedremo molto presto da queste parti.

Venendo all’attrazione principale della serata, i quattro dell’Ave Maria si presentano sul palco sull’onda dell’entusiasmo per la loro ultima fatica Somersault (qui recensita), ambiziosa operetta psych-pop che ha dato un ulteriore slancio di popolarità e prestigio (ben meritati entrambi) ai Nostri. Nutrivamo un certo scetticismo misto a preoccupazione circa la qualità e la resa live dei brani dell’ultimo LP, come è noto ricchi di sfumature e orpelli strumentali, seppur nella loro essenzialità: i Beach Fossils invece vincono e convincono, come direbbe in gergo calcistico una firma della “rosea”, portando sul palco un quinto membro adibito a tastiere, percussioni varie ed eventuali e tromba – uno sventurato che, per gran parte del concerto, si ritroverà suo malgrado a boccheggiare a lato del palco per via di una macchina del fumo eccitata e alquanto insistente; niente di strano e nessuna “vittima”, per fortuna (anche se il fumo fa male, sappiatelo), ma tutto nell’ordine di uno show eclettico e ben suonato, che vede i cinque in stato di grazia spaziare dagli episodi più post-punk degli esordi (attingendo soprattutto a piene mani dal precedente e validissimo Clash the Truth) alle visioni mistico-sognanti dell’ultima fatica.

I fossili mettono in scena la loro piccola messa jangle pop, e il leader James Dustin Payseur ne è il cerimoniere: si diverte come un matto, col suo tono di voce gentile, da bevitore di tisane, e un asciugamano nero a cingergli la testa come a un santo pagano; coglie ogni spunto valido per intrattenere il pubblico senza deliri di divismo, ma sapendo calare il capiente vagone della locomotiva in una piacevole atmosfera da salotto, anche quando le cose paiono non voler funzionare – ben due cavi per strumenti “saltano” e il buon Dustin, serafico e forse anche un po’ brillo, intona una filastrocca improvvisata su una base bossa-nova:  «Era una notte buia e tempestosa in Bolonnìa, la notte dei cavi maledetti…». Ma il suo meglio lo dà durante il bis, quando chiama sul palco il suo idolo “Noel Gallagher” (che non è altri che il lungagnone nervoso di cui sopra) per fargli suonare con loro una sbilenca cover di Smells Like Teen Spirit e il tema de Il Signore degli Anelli (!!!), fino al delirante e grottesco nonsense del finale, salutando il pubblico con una sorta di proclama da “born again christian”: Gesù ti ama. Evidentemente, ci viene da pensare senza malizia, ci ha voluto davvero bene, in un lunedì sera di primo autunno.

13 Settembre 2017
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