Recensioni

7.6

Qualche tempo fa scrivevamo, in calce alla recensione di Stop Mute Defeat dei White Hills, che la provenienza geografica (oltre al periodo storico) è in molti casi fondamentale per tracciare il percorso, lo storico di una band, e tradurre il linguaggio, riconoscere le influenze che contaminano e si celano nella sua proposta musicale. Nella caotica transumanza del mare magnum dell’indie americano, i Beach Fossils da Brooklyn si sono distinti per essere un gruppo particolarmente promettente, pur lasciando trapelare un filo d’insicurezza e una strana, apparente incapacità di compiere il famoso e fatidico “salto”. Sin dall’esordio omonimo del 2009, infatti, i newyorchesi si sono assestati su una semplice formula (a dire il vero anche piuttosto consueta e risentita) figlia della propria ragione sociale e della propria provenienza (ispirata tanto alle atmosfere crepuscolari e ai bassi acquatici post-punk degli Interpol quanto all’immediatezza e alla compressione dei suoni tipica dei primi Strokes, con una patina spessa di lo-fi a caratterizzare ogni produzione), sfornando da allora prove in studio piuttosto buone e convincenti, e dando nel contempo l’impressione di poter dare e fare di più.

D’altronde il talento del frontman Dustin Payeur e soci non si discute, anche tenendo conto che i Nostri si sono formati e sono cresciuti probabilmente nel periodo più eccitante per l’indie rock newyorchese da Is this It a questa parte, in una scena che da almeno 6-7 anni ha visto prosperare talenti – dai Parquet Courts passando per i DIIV di Zachary Cole-Smith (che ha fatto parte dei Beach Fossils per qualche anno), per arrivare a Mac DeMarco, trasferitosi nella grande mela dal Canada: sono tutti “vicini di casa” che, in un certo senso, hanno influenzato i Fossils, e contribuito a creare quello specifico humus sonoro in cui questi ultimi hanno cercato di lasciare un’impronta che fosse la propria, ben riconoscibile da una certa distanza. Potremmo far leva sul più semplice calembour possibile, e dire che il fatidico salto i nostri lo tentano con un album che ha un titolo indubbiamente emblematico: questo Somersault si preannuncia già ambizioso, a partire dalle collaborazioni, come quella di Rachel Goswell (Slowdive) in Tangerine, o del rapper Cities Aviv nella lounge area semi-strumentale e vagamente jazzy di Rise, mentre il singolo St. Ivy, soffice e leggiadro piano rock orchestrale, lasciava apparire dei Fossili molto ispirati e tesi a voler rinnovare il proprio linguaggio.

Le apparenze crollano e divengono concrete, tangibili e rinfrancanti quando si gira il disco, e già da un primo ascolto si respira aria di cambiamento: il pop acustico che tira verso la bossa nova di Tangerine, il barocchismo sessantiano di Closer Everywhere e altri capitoli spiazzanti nella loro semplicità e al tempo stesso capaci di catapultare i Beach Fossils in un’altra dimensione sonora in cui stiano comodi ed a loro agio, sono tutte tracce ed indizi di un percorso che potrebbe portare la band di Brooklyn verso una propria affermazione definitiva. Il condizionale è d’obbligo, perché niente è certo e nessuno ha la verità in tasca, ma ammalianti esperimenti come la sopracitata Rise o Social Jetlag, caratterizzata da un beat più vicino all’hip hop che al rock, mostrano un’insolita (almeno per i loro standard abituali) attitudine urban molto moderna ed attuale, e che ci mostra quindi una band matura da un punto di vista compositivo, ma anche cresciuta in termini di comprensione di ciò che gira intorno.

I Beach Fossils crescono in composizione, come detto, perché mostrano un lato di sé molto probabilmente sopito (ma mai veramente nascosto) nelle prove discografiche precedenti, mettendo sul piatto una produzione più definita e levigata, ed un essenziale ma sostanzioso apporto orchestrale: clavicembali, archi e strumenti a fiato sono stati impiegati nella realizzazione dell’album, e ok, vada per il discorso delle influenze e della provenienza, ma in brani come Saint Ivy o This Year sembra quasi di sentire le vibrazioni pacifiche di Haight-Ashbury e le struggenti poesie dei Love di Arthur Lee (oppure, aggrappandoci ad un piano temporale più recente, si avvertono echi di Quilt e Real Estate); il sound è bello rotondeggiante, gommoso e lieve come quello delle grandi produzioni pop di quel periodo, e a tratti sembra che piccoli capolavori chamber-pop come la già citata St. Ivy siano stati partoriti nelle sale bianche di Abbey Road. Con questo album, i fossili newyorchesi prendono una tangente che potrebbe serbarci qualcosa di molto interessante per il futuro; intanto, i Beach Fossils pensano al presente e si mettono in fila, candidando il loro Somersault a uno dei possibili dischi dell’anno.

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