Recensioni

7.5

A cosa pensano Victoria Legrand e Alex Scally mentre osservano il piatto vuoto e la torta al centro tavola? Forse stanno pensando che troppa panna e troppo zucchero non hanno mai fatto bene a nessuno ed è meglio mantenersi composti, magari fare giusto un assaggio di sfuggita.

Infilarci giusto l’indice e portarselo alla bocca. Ma la gola è difficile da soddisfare. Devotion è il secondo disco, quello che si incarica tanto di confermare quanto di dirne nuove e il duo di Baltimora lo sfrutta per provare timidamente ad uscire dal cliché che li ha inchiodati subito come due dreamersromantici e testardamente innamorati della propria malinconia. Ci riescono lavorando di fino, con un senso della misura e un’accortezza da incorniciare. Non stravolgono di un millimetro lo stile che li contraddistingue (ritmi lenti da metronomo, gran lavorio di tastiere, chitarrina slide) ma lavorano di songwriting. I turbinii tastieristici che animavano il debutto qui si stemperano in un dipingere sommesso (You Came To Me, Gila) e in un grappolo di intense romanze vissute sempre con un certo distacco (Turtle Island, Heart Of Chambers, Astronaut).

I brani che risaltano di più – pur all’interno di un disco molto omogeneo come il debutto – sono quelli che cercano di inventarsi qualcosa di nuovo: Holy Dances e Home Again con i loro deliziosi e onirici valzer o il carillon natalizio di All The Years. Di questo passo, continuare a descrivere questa musica potrebbe prevedere l’utilizzo di tutti gli aggettivi e i sinonimi di una pasticceria lessicale con l’effetto di produrre un nefasto effetto diabete. Meglio fermarsi qui. Difficile avere il senso della misura che i Beach House dimostrano di avere con la loro musica. Sarà per effetto del canto di Victoria, quel misto di passionale eleganza alla Karen Carpenter e di gelida ma leggera compostezza, come se fosse una Nico attenuata dai suoi travagli, ma sta di fatto che proprio li dove la slide potrebbe buttarla eccessivamente in zucchero e panna montata, la sua voce stempera il giusto e regala un equilibrio perfetto.

Quel che si dice “il colpo dello chef”! Gli ingredienti musicali si riconfermano gli stessi di sempre: un po’ (parecchio a dire la verità) di dream pop e un pizzico di slo-core (l’ultimo lavoro dei Low, anche per le scelte strumentali, assomiglia parecchio ai Beach House). I due tra l’altro si permettono anche la ciliegina sulla torta: una cover di lusso con Some Things Last A Long Time di Daniel Johnston. Un ulteriore prova di stile, posto che ce ne fosse stato realmente il bisogno. A questo punto possiamo anche smettere di parlare e affettarla questa torta.

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