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Il riflusso degli anni ’80 aveva fatto di più che confinare nell’underground quasi tutto ciò che non era mainstream frivolo, mediante un muro di Berlino con pochissimi checkpoint: da questo lato del muro, accanto e dentro al punk, erano anche cambiati l’umore e l’estetica, e la combattività indie scopriva altre dimensioni.

Calvin Johnson nell’indie ci si era formato, facendo il redattore della Sub Pop ai tempi in cui era ancora una fanzine e fondando nel 1982 la K records. Nata inizialmente per rendere disponibile la musica dei gruppi amici, l’etichetta diventerà negli anni punto di riferimento dell’indie, anche grazie alla pubblicazione nel 1985 di questo esordio sulla lunga distanza del gruppo che lo stesso Calvin aveva formato tre anni prima.

Johnson aveva incontrato Heather Lewis all’università, e la formazione si era stabilizzata poi con l’arrivo di Bret Lunsford intorno allo striminzito equipaggiamento di una chitarra e di un paio di maracas. I limiti diventano elementi di stile e già dai primi EP la loro poetica è chiaramente definita: tre accordi, approssimazione tecnica (i tre fanno – “democraticamente” – a rotazione tra chitarra batteria e voce) e testi di innocenza folle uniti a un talento melodico di rara efficacia, a comporre un quadro che contrappone il dilettantismo-pride all’imborghesimento formale di quello che troppo rock era diventato.

“Che altro può fare un povero ragazzo oltre a suonare in una rock’n’roll band?” si chiedeva Jagger in Street Fighting Man, ed era il pieno ’68: negli 80s non c’è davvero altro da fare, e stavolta invece della strada c’è la cameretta di uno dei tanti weirdos che il decennio aveva scacciato dal luogo-simbolo della socialità ribelle 60s e 70s.

L’opposizione alle major, così, si svolge tornando non solo alla grezzaggine e all’informale del punk delle origini, ma anche al protopunk per recuperare l’infantilismo programmatico e semiserio di Jonathan Richman (benché lui, come gli altri suoi discepoli di quegli anni Violent Femmes, sapesse cantare e suonare davvero): dove infanzia significa rifiuto di integrarsi nelle regole e nel quale si dice che se “ritorno al personale e all’intimo” deve essere, scelgo io quale personale e quale intimo, ridicolizzando nella follia gli adolescenzialismi lacrimevoli del pop.

Con Greg Sage degli Wipers a nascondere la produzione e raccogliendo qualcosa dagli EP precedenti, il disco mette in fila i Cramps di Bad Seed, il C-86 di  Down At The Sea, un Iggy Pop senza glam e furia in I Love You, la malinconia di Fourteen, gli anni ’50 sgangherati del frammento Honey Pot (dove manca perfino la chitarra e le percussioni potrebbero essere due posate su un tavolo), il classico Our Secret tra soul robotici e jingle-jangle, con risultati simili a quelli che in una cameretta dall’altra parte del mondo raggiungeva Chris Knox.

Il lungo seguito non saranno solo gli altri dischi (dal sophomore – altrettanto lodato se non più – Jamboree alla conclusione della storia nel 1992) con un progressivo raffinamento e i molti successivi progetti musicali di Johnson, ma anche il botto che farà la campagna acquisti delle major nel mondo indie della seconda metà del decennio, Nevermind e il logo della K sulla spalla di Cobain, le ristampe che uniscono al disco svariato materiale coevo a completare il quadro dei loro primi anni, il mutamento della natura dell’indie, per finire con la nascita del lo-fi che, almeno negli USA, a questo pugno di canzoni deve il certificato di nascita. Tutto con tre stonati, una chitarra di seconda mano e un paio di maracas.

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