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7.5

L’inglese Beatrice Dillon è un’artista quanto mai eclettica. La sua musica, frutto di una costante ricerca senza compromessi, si muove tra astrazioni mentali e bassi cavernosi, strutture ritmiche rigorose e deviazioni groove, free-jazz manipolato e club culture deviata. La sua spiccata capacità di sintesi si nutre di un’approfondita conoscenza della musica e delle arti visive ed è perfettamente dimostrata nei mix mensili per l’emittente radio NTS.

Nelle sue produzioni questo approccio eterogeneo si traduce in un delicato equilibrio fra elettronico e acustico, tra perizia tecnica e grande libertà compositiva. Sta perfettamente in questa cornice anche il suo ultimo lavoro, Workaround, l’album di debutto solista (i precedenti sono due collaborazioni con Rupert Clervaux) appena pubblicato dalla Pan dell’amico e sodale Bill Kouligas. La ragione del titolo è presto rivelata, se consideriamo che le composizioni qui raccolte sono state registrate tra il 2017 al 2019 in vari studi tra Londra, Berlino e New York.

La title track è concepita come un’unica traccia che attraversa, divisa in capitoli, tutto il disco. Il primo sembra rimandare, nelle sinuose strutture dub, ai fasti della bass channel di rhythm & sound, con in più speziature ritmiche indiane perfettamente armonizzate. Nel secondo, invece, il dialogo armonico e tutto giocato tra litanie vocali di Laurel Halo e un sax dal sapore decisamente jazzistico. Molto affascinante anche il capitolo 5, con una scarna trama di corde ad insinuarsi tra gli areosi spazi compositivi. Riesce ad essere, paradossalmente solare, Clouds Strum, tutta sincopata, con un’atmosfera che ricorda certi episodi delle saghe micro house canadesi. Il capitolo 7 di Workaround ci propone un interessante dialogo tra le melodie acustiche della chitarra e i clap di una batteria elettronica ben congegnata. Square Fifths è la perfetta traccia dub giocata in chiave futuribile. Se la nostra ci aveva già abituati a collaborazioni eccellenti (con Karen Gwyer, Kassem Mosse, J.G Biberkopf, Call Super, Some Truths e Mark Fell), qui gioca carte ancora più suggestive e sorprendenti, ospitando in studio il pioniere inglese dello stile Bhangra, Kuljit Bhamra, alle tablas, il chitarrista Jonny Lam, direttamente dalle fila della Pharoah Sanders Band, il Griot Senegalese Kadialy Kouyaté alla Kora, Lucy Railton al violoncello.

Il risultato di questa complessa matrice creativa è un affascinante opera elaborata secondo un rigoroso spirito sperimentale, in grado di fondere in uno stile fresco molti riferimenti stilistici diversi, una sincretica composizione che però ruota attorno a due poli di riferimento: la musica da club inglese degli ultimi anni e le influenze afro-caraibiche. La chiave ritmica è fondamentale per garantire l’effetto immersivo ricercato, una sorta di delicato intreccio tra costruzioni poliritmiche vincolate ad un tempo costante di 150 bpm. Un’altra volta: un gioco in freestyle tra griglie preordinate. E infatti, chi conosce la passione della Dillon per la pittura contemporanea non si meraviglierà se tra i riferimenti dichiarati nelle note di copertina troviamo i disegni astratti di Tomma Abtsor e Jorinde Voigt e le griglie colorate di Bridget Riley, mentre per l’artwork di copertina viene scelto un dipinto del 2014 di Thomas Ruf intitolato r.phg.06, perfetto per rendere le curve emotive nelle quali questo lavoro ci guida.

Un album sicuramente più godibile rispetto agli EP recenti su The Trilogy Tapes (Folkways 2) e Where To Now? (Face A/B) che, probabilmente, porterà ad un pubblico più vasto l’estro creativo di una delle migliori protagoniste del suono elettronico di oggi.

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