Recensioni

I Beauty Pill fondati dagli ex-Smart Went Crazy Chad Clark e Abram Goodrich hanno una lunga storia alle spalle partita dalla nuova ondata dei 2000 della Dischord, che vedeva in campo band come Faraquet, El Guapo e Q And Not You. Ma nel tempo il loro post-core si è progressivamente ibridato con forti tensioni elettroniche, fraseggi jazz e influssi afrobeat, inoltrandosi in territori di ricerca fino a sfociare anche in percorsi più prettamente artistici. Ne sono esempi emblematici le composizioni per lo spettacolo teatrale suicide.chat.room del Taffety Punk Theater, poi raccolte a inizio 2020 in Sorry You’re Here, e la performance commissionata nel 2012 dall’Artisphere Museum, due settimane di registrazione del nuovo album (uscito poi nel 2015 col nome di Beauty Pill Describes Things as They Are) come spettacolo aperto al pubblico. Circostanze indicative dell’approccio sincretico di Chad Clark, produttore di riconosciuta qualità (ha lavorato tra gli altri con Sparklehorse, Fugazi, Marc Ribot, The Evens, Lungfish e Bob Mould) e mente creativa dei Beauty Pill, attentissimo cesellatore del suono e promotore del lato più sperimentale della band.
Il titolo di questa nuova fatica discografica è tratto dal memorandum del 1969 del produttore Teo Macero per avvisare la Columbia della telefonata Miles Davis in cui diceva il titolo del suo nuovo album, ovvero Bitches Brew. Aneddoto molto interessante che ricorda come alcuni concetti di Miles siano stati enormemente influenti per molti artisti a venire, e non solo per quanto riguarda il crossing over musicale. Cosa molto evidente tenendo conto dell’altrettanto dirompente In A Silent Way: quel modo di lavorare in pre e post produzione, di tagliare e ricomporre le registrazioni con una pratica che ristrutturava la musica contemporanea attraverso una primordiale ottica elettronica. Please Advise fa tesoro di questi lasciti concettuali e dal canto suo conferma le ottime capacità di Clark, che stavolta condivide le parti vocali con la nuova entrata in formazione Erin Nelson, moglie del vecchio batterista della band Ryan Nelson.
Un lavoro breve che spinge oltre la ricerca sulla forma canzone di Arto Lindsay (quello di Cuidado Madame, per intenderci), mescolando in modo più determinante melodie angolari e ritmiche destrutturate in un linguaggio che raggiunge armonie pop con un approccio astratto. Evidente nel cut-up testuale di Pardon Our Dust, collage di frasi prese da meme di internet e da news piuttosto particolari, con il refrain «I live inside my own heart, Matt Damon» che si staglia su uno strano tappeto pop jazz futurista come un mantra ipnotico; o in Prison Song, traccia carica di dettagli quanto piacevolmente scorrevole, che esaspera con cerebralità alcune sperimentazioni della Beth Orton di Daybreaker. I due pezzi cantati da Clark, Tattooed Love Boys e The Damnedest Thing, strabordano in una versione 4.0 dell’ottimo Con Art degli Smart Went Crazy: inquietudine post punk aumentata di euforia elettronica e intense stratificazioni ritmiche, che si alterna alle aperture melodiche sapientemente veicolate dagli arrangiamenti d’archi e fiati di Aaron Harman.
Un lavoro splendidamente attuale che vibra di una forte personalità, per questo più convincente di tanti termini di paragone contemporanei con maggiore hype. E in effetti è raro trovare una capacità così cristallina di rendere commestibile e seducente una scrittura tanto complessa. Quando si dice breve ma…
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