Sparklehorse (US)

Biografia

Mark Linkous con i suoi Sparklehorse è stato, a cavallo tra anni Novanta e anni Zero, uno dei più importanti esponenti di quel rock d’autore statunitense in bilico tra tradizione e alternativa, capace come pochi di stemperare la lezione obliqua ed erratica di Neil Young e l’angolosità irruente di hardcore e lo-fi, in una prospettiva fin de siècle che presupponeva la scomparsa delle prospettive generazionali, l’implodere in un romanticismo angoscioso, sentimentalmente depresso ed esistenzialmente privo di sbocchi, che pure sembrava in grado di riscattarsi tramite intuizioni melodiche indolenzite ma di abbacinante bellezza. Muore suicida nel 2010, prima della pubblicazione di Dark Night Of The Soul, album frutto della collaborazione con Danger Mouse, a lungo rimandato per controversie legali con la EMI.

 

 

Nato ad Arlington, Virginia, il 9 settembre del 1962, Frederick Mark Linkous, si trasferisce ventenne a New York dove tenta di imboccare la strada del rock indipendente col quartetto Dancing Hoods, assieme ai quali metterà a segno due album, un discreto successo nelle college radio e qualche passaggio su MTV. Tuttavia, la band non riuscirà ad approdare a una major, finendo per sciogliersi prima di imboccare gli anni Novanta. Rientrato in Virginia, pur molto deluso dal music businness, Linkous non smette di comporre canzoni. Inizia a lavorare come imbianchino e spazzacamino, ma non rinuncia a fondare band dai nomi piuttosto anonimi come Johnson Family oppure improbabili come Salt Chunk Mary. Ancora più improbabile è però il nome che viene scritto nel contratto d’ingaggio con la Capitol, anno 1995: Sparklehorse. Bizzarro, certo, ma ancora più bizzarro è il titolo del disco d’esordio, il già capolavoro Vivadixiesubmarinetransmissionplot (Parlophone, 25 agosto 1995). Un titolo da far invidia ai Flaming Lips, ed è tutto dire. Un debutto, sì, ma anche un’investitura, in virtù della definizione stilistica e della problematica, formidabile brillantezza delle composizioni.

Album intenso, ispirato e disperato, vissuto sul filo di una poetica aliena e antica, costantemente sull’orlo del collasso emotivo: probabilmente il disco che avrebbe potuto sfornare un Neil Young giovane alle prese col caos sintetico di fine millennio.

Il folk acustico, il country rock, le manipolazione digitali, gli inneschi elettrici colti al crocicchio tra power pop, british e lo-fi pavementiano: strumenti chirurgici che Linkous utilizza quale armamentario di auto-tortura, in conseguenza della quale ti confessa di continuo sia l’appartenenza alla che la morte della tradizione, come se il presente non potesse appartenergli e – viceversa – egli stesso non potesse più farne parte. Homecoming Queen e Sad & Beautiful World possono essere prese a manifesto poetico del progetto, la prima un nudo intarsio d’arpeggi e riverberi in cui la voce caracolla arresa, tra strani muggiti come contorcimenti d’anima, la seconda una classica country-ballad con tanto di slide, la voce un refolo, l’elettrica ad intagliare riff caldi, la ritmica seriale a simboleggiare il disarmo rituale del depresso cronico.

C’è poi l’altra faccia, l’altro lato di una personalità che naturalmente lascia intendere evidenti derive schizofreniche: uno sfrigolante, ipercromatico, sfarzoso e sferzante pop-rock che – per i crogioli innodici e l’angoscia technicolor – ricorda piuttosto da vicino il coevo lavoro dei Radiohead (ci riferiamo ovviamente a The Bends) al di là dell’oceano. Sia in Hammering The Cramps che in Rainmaker è possibile reperire più di un punto di convergenza col power-british allarmante e allarmato di Yorke e soci, con la sostanziale differenza che per Linkous – dalle radici comunque piantate nel suolo Americana, con tutto ciò che questo significa – il futuro/futuribile passa per una resa intima prima che epocale, un disarmo esistenziale con poche vie di scampo che perciò può permettersi di celebrare un simulacro di tradizione, come fosse un rifugio ideale ancorché improbabile. Ecco quindi che sfilano intrecciati incanto e minaccia, germi di follia e tenerezza, premeditazioni angosciose e malie indolenzite (nel country pop da Robyn Hitchcock affranto e in qualche modo consolatorio di Saturday e Heart Of Darkness).

Per completare il campionario, occorre citare lo spurgo punk-pop sghembo e deragliato di Tears On Fresh Fruit (quasi una versione marionettistica dei PIL), la cavalcata psych-wave di Someday I Will Treat You Good (tra lo Young di Mirrorball e i tardi Ultravox) e il breve delirio di Ballad Of A Cold Lost Marble, infarcito di schianti e grugniti waitsiani. Mentre, sul versante dei capolavori, è non meno che doveroso tessere le lodi di una Spirit Ditch che spiega un dolore fantasma con soffice remissione e cuore esausto, immerso nel trillo amniotico di una chitarra pietosa. Disco eccellente insomma, passato però piuttosto in sordina dalle nostre parti.

In ogni caso, il meccanismo a quel punto entra in moto. Forse troppo, per la gracile struttura psichica di Mark, che pensa bene – siamo al 1996 – di darsi una mano con una dieta di farmaci tale da schiantarlo dopo un concerto londinese. Ne segue una robusta fase di prostrazione fisica e nervosa, da cui Mark comunque esce, riprendendosi molto bene almeno dal punto di vista artistico. Il secondo lavoro Good Morning Spider (Parlophone, 20 luglio 1998) è difatti un altro grandissimo album, una raccolta di canzoni sotto al cui incanto palpitano un’angoscia flebile e una debolezza tenace, il tutto pervaso da un persistente senso di malattia, quasi fosse l’accordo fondamentale. Cosa altro pensare di fronte a versi come “voglio una nuova faccia proprio ora/ e la voglio cattiva/ voglio un nuovo corpo che sia forte/ sono una mucca macellata”? Oppure: “lei mi coprì con le sue ali/ tenne la mia testa e disse: povera cosa”? Sono contenute in Pig e Sunshine, foga noise punk e rabbia sgangherata nella prima, fiabesco abbandono e amarezza narcotizzata nell’altra, vale a dire i due estremi poetico/stilistici del disco. Entrambe forma e sostanza di un dolore rannicchiato fin nel midollo, annidato nel buio, incastrato nel vivo dell’anima.

E’ una specie di apocalissi intima, una tragedia di piccole cose spezzate per sempre.

Una confessione enigmatica che si consuma ad esempio nel volgere di due canzoni legate da stretta consequenzialità come Cruel Sun (sbocco acidulo di cosmica insofferenza) e All Night Home (valzer-blues immerso in una nebbia oppiacea di fantasmi Pink Floyd). O che si manifesta con implacabile tenerezza in Painbirds, dove un drumming asciutto (è del vecchio compagno di scorribande motociclistiche Scott Minor, polistrumentista e critico musicale, appena entrato a far parte del progetto Sparklehorse) e una cornetta stritolacuore sembrano sorreggere Linkous mentre accoglie l’arrivo della Depressione (in guisa di uccello, parente in qualche modo del cane dagli occhi neri di Nick Drake). Quindi, come in Vivadixie, si avverte un senso di rinascita, di sorrisi e speranze strappate al malanimo, pur se di esso ancora impregnate: si prenda il pop accattivante di Sick Of Goodbyes (scritta assieme a David Lowery dei Cracker) o la gracile mestizia della cover Hey Joe (l’originale è del genialoide Daniel Johnston).

In questo senso è importante la palpabile mutazione dell’utilizzo dei mezzi elettronici, impiegati meno in chiave straniante & perturbante e più addentro al cuore della questione, vedi i trepidi ologrammi nel sottofondo di Sunshine oppure tra i vibrafoni e il piano della struggente Come On In. Al solito, la scrittura regala perle dalla disarmante intensità. Difficile lasciare fuori qualcosa senza commettere ingiustizia, ma è la regola in casi come questo. Per cui dirò oltre soltanto di Ghost Of His Smile (una pianolina che sembra strappata ad un set di Tim Burton, l’impertinenza malaticcia che osa recitare “l’inferno è un mondo duro per le piccole cose”), di Maria’s Little Elbows (tristissima ballata per chitarre e viola, “a volte senti di avere le braccia vuote in mezzo al mondo”) e di quel suicidio commerciale posto al centro del programma, vale a dire Chaos Of The Galaxy che fagocita nelle sue spire la strepitosa Happy Man, sferragliante power-pop che in molti darebbero un braccio per avere in repertorio: Linkous invece le tarpa le ali, come se ne temesse il volo, annebbiandola in un artificio da radio fuori sintonia (non stupisce che sia stata poi fatta uscire opportunamente “ripulita” nell’EP Distorted Ghost). Rispetto all’esordio, un’ombra lattiginosa si allunga sul sound Sparklehorse, penalizzando l’appeal in favore di un languore indolenzito, di scenografie senza appigli che producono sottili e angosciose vertigini. Più che un calcolo stilistico, una conseguenza sintomatica.

Ormai non resta che attendere la consacrazione, che arriva tre anni più tardi con la terza prova It’s A Wonderful Life (Parlophone, 11 giugno 2001). In questo disco il malanimo di Linkous sembra consapevolmente venire a patti con istanze estetiche che tentano di pacificarne lo stare al mondo, l’esistere nel mondo. E fare parte, piaccia o meno, del mondo, come una dolce inevitabile condanna. Di questo la musica finisce per soffrire in intensità e profondità, guadagnando in compenso una pelle più stabile, levigata e vibrante, un maggiore equilibrio esteriore che fa a pugni con l’irrequieta mestizia interiore. Cambia il dosaggio degli ingredienti, ma il risultato continua tutto sommato a dare ragione a Mr. Linkous.

Considerata la lista degli ospiti, viene persino da credere che il nome Sparklehorse potrebbe finalmente riuscire a imporsi oltre la cerchia abbastanza ristretto dei fan. Su tutti, si segnala la presenza di sua ombrosità Polly Jean Harvey, che prima adorna il ritornello della sferzante Piano Fire con un misurato ma trepido controcanto, poi imbastisce col padrone di casa un duetto vero e proprio in Eyepennies, valzer minimale dove piano e chitarra sono le due anime in gioco prima ancora delle voci, confronto esteticamente godurioso che però finisce per ingolfarne in parte la genuinità. C’è poi Nina Persson dei Cardigans in Apple Bed, un cavernoso Tom Waits nel cyber-funk waitsiano (!) di Dog Door (non riuscitissimo, a dire il vero), quindi John Parish, Adrian Utley dei Portishead e – last but not least – Dave Fridmann a produrre il tutto nonché a suonicchiare il basso.

Un vero e proprio parterre de roi che contribuisce non poco a distrarre dal centro nevralgico della questione, ovvero da quel dolore vuoto, irredimibile, che Linkous si limita a suggerire, quasi paventando l’impossibilità di riuscire a rappresentarlo senza svilirne i contorni, la reale portata. Lo fa con la title-track, con More Yellow Birds, con Sea Of Teeth, derive dolciastre e quadretti minimali, valzer infeltriti e nuance struggenti, melodie che potrebbero essere state versate dalle ferite di Young nel periodo Tonight’s The Night, salvo godere di palpitanti lenitivi (mellotron, slide, vibrafoni, archi…) che ne diluiscono l’impatto in un abbandono fatalista, languidamente arreso alla tenera inesorabilità del divenire.

Non mancano, in obbedienza a un consolatorio cliché, i guizzi fuzz (l’acida fantasmagoria Flaming Lips di King Of Nails) e quei cromatismi pop a cuore aperto (la beatlesiana Gold Days, la disarmante Little Fat Baby), per un gioco di opposti che è specchio ingannevole e perciò fedelissimo di Linkous, ovvero del suo paesaggio mentale, capace di spacciare enigmi per emblemi, di riempire scatole cinesi con psichedelia attonita, come capita nella sconcertante Babies On The Sun, archi e tastiere in loop sotto ad un fruscio che recide la visione del reale, l’arpa e il vibrafonino a sigillare il coperchio di un sogno sognato con un filo d’anima.

Passano quindi gli anni, inizia ufficialmente il nuovo millennio coi botti terrificanti del Ground Zero. Per contrasto, si avverte come una rinnovata voglia di pop, ovvero pare che il rock reclami più leggerezza e colori nel momento stesso in cui avverte la lama dell’angoscia fare a fettine la tranquillità dello stare al mondo. Dal canto suo Linkous, che d’angoscia se ne intende da un pezzo, porta a compimento la produzione di Fear Yourself (Gamma Records, 2003) del genio naif Daniel Johnston. E’ un disco riuscito proprio per la speciale interazione tra l’ingenuità folleggiante di Johnston e il malmostoso fulgore di Linkous, in direzione di un pop che non smette le palpitazioni malgrado una certa festosità, si disimpegna obliquo pur nella scintillante immediatezza.

Il quarto album a firma Sparklehorse, Dreamt For Light Years In The Belly Of A Mountain (Parlophone-Capitol / Astralwerks, 29 settembre 2006) mette sul piatto una mai tanto accentuata disponibilità all’incanto sonico, recupera stilemi psych pop e li agita tra i fasci di luce del proiettore, incendiandoli come i fantasmi di un’illusione a cui finge di credere. Fin dall’iniziale Don’t Take My Sunshine Away, che rimastica la visionarietà acidula di Dear Prudence tra giochetti sintetici in stile Grandaddy, appare chiaro su quale campo si vuole giocare. Linkous sembra divertirsi con gli spiritelli insidiosi che gli albergano nella memoria, apparecchia una messinscena coi propri fantasmi protagonisti tra scenografie ipercromatiche, che siano gli archi zuccherini, la spinetta à la Beatles e la gracilità anticata (sul modello della younghiana Harvest Moon) di Some Sweet Day o la folk ballad pettyana con perturbazioni electro/psych di Mountains, o ancora quella specie di campo di fragole fantasma concimato a Flaming Lips di Getting It Wrong, o infine il Lennon a volo di gabbiano tra uggiosi cromatismi e doloroso understatement di It’s Not So Hard.

Assistito dal “solito” Dave Fridmann ma anche da un sorprendente Danger Mouse (già Gnarls Barkley, produttore tra gli altri di Gorillaz e The Rapture), Linkous governa il suono con senso dello spettacolo senza mai perderne il controllo, attento alla sorpresa come ai mezzi toni, al fragore cromatico e agli impasti timbrici. E’ proprio grazie a questo aspetto che si salvano gli episodi meno brillanti, fin troppo ricalcati su episodi del vecchio repertorio: vedi l’incedere fragile di See The Light (coi pastelli atonali delle tastiere e l’arpeggio luccicoso), la scheletrica doglianza di Return To Me (accademia Mojave 3 tra corde farraginose, slide e organo tumido) e la sfrigolante Ghost In The Sky. Magari lo stesso Mark ha capito che l’ispirazione bazzica l’orlo dell’impasse (in questo senso, il recupero della peraltro bella Morning Hollow, con Tom Waits al piano, già ghost track della stampa europea di It’s A Wonderful Life, ha senso proprio per come riesce ad aumentare il peso specifico della scaletta) e ha pensato bene di compensare buttandola sull’impatto sonoro, intraprendendo questa piccola, sfavillante svolta estetica. Parzialmente smentita però dal lungo strumentale conclusivo, non a caso la title track: una mesta perorazione a base di riverberi soffusi di chitarra, filamenti di slide, brusio d’archi, pulsazioni, fruscii, un piano dalla struggente solennità, flauti mesmerici come sinopie Mercury Rev. Bellissima e annichilente.

Si torna così al punto di partenza, al centro della questione attorno a cui gravita il fenomeno Sparklehorse: quel disarmo senza uscita, quella poetica di sconfitta sentimentale/esistenziale che poco concede al patetico, svolgendosi come sotto anestesia, in uno stato di deprivazione sensoriale, di sparizione letargica.

Nella musica di Linkous tutto, persino le sfuriate noise-punk, suona indifeso.

Ogni particella di magia – ne incontriamo a tonnellate, per quanto affranta, ferita, fragile – è il segno di una sconfitta in corso, è il delirio consolatorio dell’anima emotivamente devastata. Dissipata, perduta nel cuore ferito d’America. Probabilmente irrecuperabile.

La collaborazione con Danger Mouse prosegue, tanto che i due si mettono in testa di realizzare un progetto a quattro mani. Dark Night of the Soul, un progetto multimediale a cui avrebbe dovuto contribuire per la parte visiva David Lynch, è pronto nel 2009, ma la EMI lo rifiuta. I due autori pensano così di imboccare la via dello scontro e ne distribuiscono una copia pirata in rete. Si arriva così al 6 marzo 2010, quando Linkous decide di togliersi la vita.

 

I motivi, volendo individuarli, non mancano: la separazione dalla moglie Teresa dopo diciannove anni di matrimonio, il suicidio dell’amico Vic Chesnutt, le traversie legali con la EMI, tutti elementi che non hanno certo contribuito a migliorare l’annoso rapporto tra Mark e la depressione. Si spara un colpo di fucile, uno solo, al cuore. Aveva bevuto ed era sotto antidepressivi. Quattro mesi più tardi, la EMI si convince a pubblicare ufficialmente Dark Night Of The Soul, un raccogliere il seminato che di tempista ha solo l’aspetto commerciale, ma per tutto il resto non fa certo onore alla major.

L’album si rivela piacevole ma non eccezionale, notevole soprattutto per i tanti e spesso eclatanti nomi coinvolti (da Wayne Coyne a Black Francis, da Iggy Pop a Julian Casablancas, passato per Nina Persson e Vic Chesnutt). Resta ad oggi l’ultima testimonianza sonora di Mark Linkous, la cui calligrafia popolata di fantasmi impalpabili e cavalli pigri, di fatamorgane irrequiete e ruggini opprimenti, era forse troppo caratterizzata per produrre epigoni credibili. E, per lo stesso motivo, indimenticabile.

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