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7.2

Tedesco classe 1981, terzo figlio della cantante lirica Deirdre Boysen e dell’attore Claus Boysen, dieci album con l’alias Hecq, colonne sonore (Restive, Mother Nature, California Scheming, Sleepers Beat), numerosi lavori commissionati da MTV, BBC, Amnesty International, Marvel Comics e Mazda: questo il corposo curriculum del producer tedesco, di stanza a Berlino, Ben Lukas Boysen. Nel 2013 il Nostro raggiunge il suo picco con il disco di culto – seppur di nicchia – Gravity, il primo firmato con il suo vero nome, tra i lavori più importanti di quel movimento denominato da critica e stampa modern classical, e portato alla ribalta da Nils Frahm tra bisogni di pianoforte e innesti di elettronica, in un corale intimismo da cameretta. Delle qualità dell’artista non poteva ovviamente non interessarsi Erased Tapes, etichetta portabandiera del genere. Da qui la firma con la label londinese, e il successivo arrivo del secondo album a nome Ben Lukas Boysen, Spells.

Un album che continua con fierezza il percorso tracciato da Gravity, accentuandone il lato crepuscolare, e riconfermando al missaggio e alla masterizzazione il già citato Nils Frahm, grande punto di riferimento del disco assieme ad Olafur Arnalds – e non potrebbe essere altrimenti. Sarebbe tuttavia riduttivo vedere il disco sotto la lente dell’imitazione: Ben Lukas Boysen mette in risalto tutte le sue qualità, aggiungendo le grandi skills da sound designer e abile pittore di paesaggi e momenti, pennellati attraverso le note del pianoforte e i morbidi synth, con l’aggiunta importante di violini e batteria per mettere in risalto la componente acustica. Un collage meticoloso in cui vengono proposti diversi scenari che sanno convivere tra loro pur senza perdere l’identità di fondo, tra esperienze cinematiche (Selene), escursioni noise (Golden Times 1) dalle reminiscenze 4AD (che riprendono alla lontana la passione per la techno oscura dai contorni dark dei lavori Hecq), suite orchestrali (Keep Watch) e ambient gelida. Presente anche Sleepers Beat Theme, traccia che Jon Hopkins ha scelto come apertura del suo Late Night Tales. Il disco è coeso ed efficace, ma distaccato (se proprio vogliamo vederlo come difetto), oltre che viziato da un tecnicismo che, con un tocco di calore in più, avrebbe potuto portare l’opera ad un livello ancora più alto. C’è tutto ciò che serve, ma rispetto al suo predecessore manca l’elemento fondamentale: l’incantesimo, appunto.

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