Jon Hopkins (UK)

Biografia

Nato nel quartiere londinese Kingston upon Thames, il 15 agosto 1979, Jon Hopkins si è dimostrato nel corso degli anni uno dei producer qualitativamente più interessanti della scene elettronica, unendo una tecnica sopraffina da autentico scultore del suono in studio a emozionanti e vibranti esibizioni sul palco.

Cresciuto a fianco degli storici campi di Wimbledon, Hopkins inizia a studiare pianoforte a 12 anni allo Junior Department of the Royal College of Music, attività che lo porta ad ascoltare con passione compositori di fine Ottocento come il francese Maurice Ravel e il più conosciuto Igor Stravinsky. Sin da subito il ragazzo mette in mostra il suo talento, arrivando ad esibirsi con un’orchestra e prendendo il soprannome di child protégé. A soli 15 anni vince l’ennesimo concorso di pianoforte, e con i soldi ricevuti acquista un Roland Synth che lo catapulta immediatamente nelle prime composizioni casalinghe, facendogli scoprire in contemporanea una fascinazione verso l’acid house. Con l’aumentare degli ascolti di mostri sacri del synthpop come i Depeche Mode e dopo aver concluso gli studi classici, viene ingaggiato da Imogen Heap come tastierista, dopo aver paradossalmente partecipato all’audizione con l’idea principale di accompagnare un amico: “Direi che è stato un buon inizio, e pensavo che tutto sarebbe decollato. Noi eravavamo la sua band, e io facevo il mio lavoro”.

Scontato dire che con un curriculum così brillante scritto in così poco tempo, iniziano ad aprirsi le prime porte con le etichette discografiche: nel 1999 arriva la firma con Just Music, col Nostro che si mette al lavoro sul primo disco solista nella stanza di Wembley dove abita, in un periodo per lui di grande sofferenza a causa della costante mancanza di soldi. Pubblicato il 30 luglio 2001, Opalescent si staglia su sonorità atmosferiche e sfocate, che, come affermerà lo stesso artista “erano frutto di improvvisazione, non sapevo davvero cosa stessi facendo in quel momento”. Nonostante il lavoro suoni un po’ acerbo e senza esperienza, la critica inizia a buttare l’occhio su Hopkins, e alcune tracce vengono scelte come colonna sonora del famoso telefilm Sex And The City.

Tre anni più tardi arriva il secondo disco Contact Note, un album che, visti i bassi risultati di vendite, delude talmente Hopkins da fargli pensare di abbandonare l’idea della carriera solista per dedicarsi completamente all’attività di produttore. Nello stesso anno però, per mano dell’ex band mate Leo Abrahams, conosce Brian Eno, che rimane colpito da alcune tracce del ragazzo inglese, tanto da invitarlo a sessioni in studio. Risultato: Hopkins diventa il tastierista dello stratega obliquo in Another Day On The Earth (2005).

Nel 2005 esce il 12” EP1, che mantiene la bussola ferma su coordinate ambient. I risultati iniziano ad arrivare, come la produzione di Bombshell di King Creosote e alcuni lavori con il dj nord irlandese David Holmes. Arriva una nuova chiamata da Eno, che trascina Hopkins nelle registrazioni del quarto album dei Coldplay, Viva La Vida or Death and All Of His Friend per fargli suonare le tastiere nella title track e nel singolo Life In Technicolor – utilizzando anche un estratto della traccia precedentemente scritta The Escapist per Light Through the Veins– e farlo partecipare anche alla delicata fase di produzione. Chris Martin e compagni chiedono poi a Hopkins di suonare prima dei loro show, girando il mondo per sei mesi, dagli Stati Uniti al Giappone.

Il 2008 è l’anno di numerosi remix, tra cui Four Tet e Wild Beasts, e della produzione di Good Day Today/I Know, album di David Lynch. Dello stesso anno è Entity, colonna sonora per il Random Dance di Wayne McGregor. Dopo la firma con Domino, arriva il momento del terzo album Insides (2009), che purtroppo delude le aspettative: come scritto da Edoardo Bridda nella recensioneNon manca nulla tranne una nota che gli abituali acquirenti d’elettronica non sappiano già”, tra tinte noir di piano, synth, archi e brevi schizzi di hip hop.

L’attività live cresce in maniera esponenziale, soprattutto come opening act di XX e Kieran Hebden. Il 2009 è l’anno della presenza nel Pure Scenius, supergruppo che vede il solito Brian Eno, Karl Hyde degli Underworld, e Abrahams. Tra il 2009 e il 2010, dopo la collaborazione con Tunng nell’EP Seven Gulps Of Air – che sposta l’attenzione su certe tematiche wonky care ad Hyperdub, ma restando sempre su livelli mai sopra la media (recensione) – l’attenzione si sposta del tutto sulle colonne sonore: dopo l’ennesima collaborazione con Eno in The Lovely Bones (Peter Jackson), è il turno di Rob and Valentyna in Scotland di Eric Lynne, e soprattutto Monsters, opera in solitaria dell’artista britannico che vince l’Ivor Novello Award.

Hopkins viene poi richiamato alle armi da Eno in Small Craft On A Milk Sea (2010) e torna a lavorare con King Creosote, partorendo Diamond Mine: stavolta ne esce un bel lavoro, con i testi del folkster scozzese e il Nostro a lavorare sapientemente su trame elettroniche mai banali, eppure concise e pulite, che accantonano le precedenti seduzioni dubstep, come scritto da Simone Madrau in recensione: “Sia Bats In The Attic che Your Own Spell, ad esempio, percorrono le vie bucolico-siderali dei Sigur Ròs; se Your Young Voice riecheggia distintamente Tim Buckley, Running On Fumes aggiorna la lezione di quest’ultimo a quella dei Radiohead più epici e dilatati; mentre l’altra faccia della band di Thom Yorke, quella elettronica, è la base della commovente Bubble che, complice l’inserimento del banjo, fa l’occhiolino anche ai Notwist di Neon Golden”.

Anno cruciale, e sicuramente il più importante dell’intera carriera è il 2013. Dopo l’ottima soundtrack del film diretto da Kevin Macdonald How I Love Now, – dove è presente anche il featuring di Bat For Lashes in Garden’s Heart – Hopkins sembra trovare la bussola: il risultato è interamente leggibile nel quarto album Immunity, definito da molti il capolavoro del musicista. La formula è semplice quanto perfetta: rielaborazione del tocco ambient con prepotenti incursioni techno che danzano tra IDM e scena raver, con totale adorazione della critica. Il nostro Edoardo Bridda, in recensione, ha preferito mantenere un atteggiamento più tiepido nei confronti del lavoro, aspettando una conferma che possa certificare definitivamente la maturità raggiunta. Nel dicembre dello stesso anno, in occasione della partecipazione all’Amore Festival di Roma, abbiamo scambiato due chiacchiere con il producer, parlando nell’intervista di temi esterni all’album, come il giudizio sul criticatissimo Spotify e l’utilizzo di strategie tipiche dell’EDM nei live set.

Dopo una performance di rara bellezza nella seconda edizione della rassegna capitolina Spring Attitude, Hopkins partecipa al roBOt Festival 2014 a Bologna al fianco di Villalobos e Moderat. Il 10 novembre 2014 vede la luce il nuovo EP Asleep Versions contenente re-interpretazioni sognanti e rallentate di brani provenienti da Immunity, che, come scritto in sede di recensione, conferma l’ottimo stato di forma tra suite ambient e delicati beat, per “venticinque minuti da ascoltate ad occhi chiusi e a mente libera, assaporando le raffinate gesta di un’artista ancora una volta abilissimo nel calibrare sensazioni e portatore sano di eleganza e leggerezza“. Da gennaio 2015 Hopkins è uno dei nuovi resident di BBC 1, e a marzo pubblica l’ottimo Late Night Tales, “tutto è atmosfera e malinconia, in cui Jon lavora di fino, mettendo le mani soprattutto su texture e rivedendo linee di piano e synth, ma senza stravolgere i brani” (qui la recensione).

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