• apr
    08
    2016

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Caroline International

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Instancabile, visionario ed incredibilmente toccante, Ben Watt torna – a due anni di distanza dall’ottimo Hendra – con un disco che mostra la sua grande duttilità in materia di suoni, oltre a fornire esemplari lezioni di stile e precise indicazioni su cosa significhi essere giunti all’apice della propria carriera. Se la storia più recente aveva dato merito al percorso targato Everything But The Girl, il presente sembra ancor più roseo: merito di un songwriting ispirato – squisitamente emozionale – e di una delicatezza nel plasmare suoni ed umori fuori dal comune. Registrato ai RAK Studios di Londra – divenuti oramai una vera e propria istituzione, Fever Dream – terzo album solista – segna il ritorno in crew di Bernard Butler, del batterista Martin Ditcham e del bassista Rex Horan, supportati da Marissa Nadler e M. C. Taylor (Hiss Golden Messenger), apporti che molto donano al disco in termini di sfumature sottili ma nettamente percepibili. Su tutto il predominio dell’elemento chitarristico – mai così vivo in Watt – che strizza l’occhio, senza mai esagerare, al più ispirato Gilmour (tra l’altro, special guest nel precedente Hendra).

Nel melting pot di suoni offerto da Watt si avverte sempre un rigore stilistico – quasi canonico – in grado di connotare con un’aura sacrale questo suo “sogno febbrile“. Su trame sinuose s’incontrano il classicismo in stile Jackson Browne (Fever Dream) e lo sperimentalismo sulla scia dell’ultimo Johnatan Wilson (Gradually), un ibrido in chiave 70s su cui si sgretolano chitarre intermittenti che accompagnano la vocalità black del musicista londinese: allucinazioni altrettanto febbrili. Che Watt sia un artista a 360° puoi intuirlo facilmente: non solo musicista ma anche producer, DJ, fondatore di un’etichetta discografica (Buzzin’Fly), si muove con disinvoltura in generi anche diametralmente opposti. È un rincorrersi di colori e anime sonore, spalmate su un songwriting denso e intento a scavare in profondità: l’amore, così come i rapporti dolorosi (Winter’s Eve), il tutto sempre sostenuto da sofisticherie jazzy (Never Goes Away) o squisitamente folk (Running with the Front Runners) – in filo diretto con Hendra – e che scomodano lontane suggestioni altezza John Martyn di Solid Air. Sul finale – in coda all’ammiccante soul-jazz di Never Goes Away – Fever Dream offre ancora spazio ad una piccola pietra preziosa, ovvero New Year of Grace (feat. di Marissa Nadler): densissima ballata sulla scia immaginifica di David Sylvian e Ryuichi Sakamoto, essenziale nell’arrangiamento e che riflette lo stato di grazia assoluto raggiunto dall’artista londinese.

La ricca stratificazione sonora di Fever Dream è sicuramente il valore aggiunto di questa piccola opera d’arte in versi realizzata da Ben Watt. Nonostante i registri stilistici sempre cangianti, non si perde mai quel senso di equilibrio che ti permette di restare sospeso a mezz’aria, come in attesa di una nuova e inaspettata magia. Sull’onda del ritorno di fiamma dilagante di un certo tipo di soft-rock 70’s (basti pensare al recente Ouroboros di LaMontagne), il disco riesce ad essere ugualmente diretto ed incredibilmente lucido come solo chi ha chiaro il proprio percorso sa essere. Illuminante.

20 Aprile 2016
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