• Mar
    04
    2016

Album

RCA

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Continua sull’onda di un citazionismo che rasenta l’ossessione, l’attività del musicista americano Ray LaMontagne. La fuga da una fabbrica di scarpe in Massachusetts – dove faceva l’operaio – è emblematica per poter decifrare l’intricato percorso artistico del Nostro, scisso tra un folk manierista sulla scia di CSN&Y fino alla produzione intimamente black del precedente album Supernova (prodotto da Dan Auerbach dei Black Keys). Semi di psichedelia erano stati già sapientemente sparsi sul terreno fertile di Supernova («Supernova rammenta le migliori stagioni del cantautorato stagionato fra i due oceani, senza cadere mai nell’ auto indulgenza», scrivevamo in sede di recensione), ma con Ouroboros la musica cambia nuovamente: Ray LaMontagne abbandona gli stilemi roots del songwriting americano, annullando le atmosfere marcatamente folk per uno sperimentalismo che guarda ancora una volta al passato. Un passato glorioso – indiscutibilmente seventies – che ancora riga il volto di centinaia d’artisti. LaMontagne ha tolto gli stivali da cowboy per fare un salto nella Londra 70’s, oscura ed inafferrabile.

Mutano le attitudini, dunque, e alla produzione compare Jim James – anima dei My Morning Jacket – che imprime una firma indelebile, tanto che qui si colgono alcune atmosfere intercettate nell’ottimo disco dei MMJ, Z. Il ritorno e la ciclicità sono, in effetti, argomenti ricorrenti in Ouroboros – il cui significato nell’antica simbologia sta ad indicare «l’energia universale che si consuma e si rinnova di continuo, la natura ciclica delle cose, che ricominciano dall’inizio dopo aver raggiunto la propria fine». Un nuovo inizio, dunque, che coincide con una fine irreale. Dicevamo dei 70’s e del loro onnipresente spirito percepibile in questo album: il disco suona come una suite lunga 40 minuti, dove mellotron e moog corroborano una voce delicata dal grande potere immaginifico. È innegabile, sull’intero album aleggia lo spirito inquieto dei Pink Floyd e lo si avverte nell’indolenza di atmosfere – come in Another Day – che si dilatano fino all’inverosimile, offrendo la suggestione d’essere incappati in b-side di album storici come Dark Side of the Moon o il più sperimentale Meddle. A rafforzare questa impressione pensano la suddivisione in Part One e Part Two dei brani e tempi ritmici alla Nick Mason che – come nel succitato serpente che si morde la coda (Ouroboros) – congelano i brani in un tempo immutabile e sempre contemporaneo. Fungono da outsider le due tracce in cui LaMontagne fa un salto oltre l’aura psichedelica dell’album, sconfinando nell’epica dei Led Zeppelin con la hit Hey, No Pressure – arrembante e viscerale come un pezzo di Prince – e in A Murmuration of Starlings, che rimanda alle primizie di A Boy With the Arab Strap dei Belle and Sebastian.

L’ossessivo citazionismo è pregio e, in egual misura, evidente limite di Ouroboros. Il nuovo status quo del songwriter americano farà sorridere molti nostalgici passatisti e, allo stesso tempo, deve far riflettere su un esperimento sonoro riuscito ma che sembra un esercizio di stile, più che il racconto di una nuova identità e maturità artistica. Un disco ottimo ma che snatura la produzione di LaMontagne senza fornire indicazioni sulle strade percorribili al di fuori di una determinata stagione musicale.

9 Aprile 2016
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