Recensioni

Si intitola Storm Damage, il danno della tempesta, il quarto album da solista di metà degli Everything But The Girl, a quasi quattro anni dal precedente Fever Dream. E di tempeste e dolore, in questo lasso di tempo, per Ben Watt ce ne sono state davvero tante: un lutto in famiglia che si è sommato a un rabbia politica e sociale che lo ha bloccato per quasi un anno. Pian piano la luce è poi tornata, e lo testimoniano le dieci canzoni qui contenute: qua e là accenti amari, non certo un album solare, ma sicuramente luminoso. Più il risultato di un processo di guarigione che la sua cronaca.
Sul piano musicale, rispetto ai due dischi precedenti c’è uno scarto importante. L’assetto della band non è più determinato dall’intreccio tra due chitarre e qui la formazione è uno scarno “future-retro trio”: pianoforte verticale, contrabbasso e batteria. L’album è stato scritto spesso in jam session, per questo è vario e variegato, ma con una prevalenza di sonorità e atmosfere di un certo jazz notturno preso in prestito dal pop, qualcosa come Joe Jackson altezza Night And Day. Ma l’accostamento che scatta quasi automatico in testa fin dall’iniziale Balanced On a Wire sono i The The, per gli accordi sporcati, per una somiglianza timbrica tra la voce di Watt e quella di Johnson, però anche per l’attitudine di andare ad arricchire le melodie e gli arrangiamenti con synth esclusivamente analogici e una miscela di registrazioni manipolate, indicate programmaticamente come objets trouvés d’artista. Altro pilastro che sembra essere nelle vene di questo Storm Damage è il trip hop, soprattutto nella sua declinazione più scura à la Portishead: vedi in particolare la ballata Summer Ghost.
In due brani appare anche Alan Sparhawk dei Low: l’intensa Irene e il primo singolo, Sunlight Follows The Night. In altri momenti, invece, c’è una certa dose di pilota automatico, come nella semplice You’ve Changed, I’ve Changed, ma a uno che scrive grande pop da oltre trentacinque anni si perdona qualche ciambella uscita senza buco, perché comunque si lascia mangiare lo stesso. Perché, poi, il pasto viene compensato – in qualità – dalle scosse drammatiche di Knife in the Drawer, la soulfulness perfettamente gestita e incorniciata dai violoncelli di Festival Songs, la ballabile delicatezza springsteeniana di Figures in The Landscape. Ben tornato alla luce.
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