Recensioni

7.6

Mi è accaduta una cosa un po’ strana con questo disco. A pensarci bene, è quello che mi auguro ogni volta: l’ascolto di un disco dovrebbe aspirare sempre alla stranezza, alla straordinarietà, no? Ogni musicista, presumo, sarebbe contento di questa affermazione. Soprattutto uno come Bill Callahan. Insomma, ho iniziato ad ascoltare Shepherd in a Sheepskin Vest – quinto album di inediti pubblicati col nome di battesimo dal cantautore del Maryland, a sei anni dal precedente Dream River (ed escludendo le rielaborazioni dub di Have Fun With God) – contemporaneamente a Western Stars di Bruce Springsteen. Li alternavo sullo stereo di casa, in auto, nelle cuffiette mentre passeggiavo la sera. Così l’uno ha iniziato a significare anche in funzione dell’altro. Inizialmente per contrasto, poi – ed ecco la stranezza – per affinitàL’ex-Smog in tutti questi anni si è sposato, è diventato padre, quindi è tornato con un lavoro torrenziale: 20 i pezzi in scaletta, brevi, a intensità variabile (però mediamente alta), sintonizzati su un’idea assieme frugale e disancorata di folk ballad. La calligrafia si rivela sensibilmente spogliata, quasi assente la batteria, la strumentazione (chitarra acustica, lap-steel, armonica, organi, percussioni…) è distribuita con criteri di efficacia ed essenzialità. Poi c’è la voce, quella voce che gioca con la pronta presa e l’effetto di prossimità, si sbriglia pastosa senza essere grave (non troppo, almeno), insegue un intimismo tra il morbido e il lirico, quasi fosse una consapevolezza che un po’ si rassegna e un po’ si stupisce di sé.

Sembra – ed è una sensazione piuttosto spiazzante – di oscillare senza posa tra l’abbandono ammiccante di Kurt Wagner e l’estasi differita di Nick Drake, due nomi che mi piace immaginare quali membri principali di un pantheon assemblato da Callahan col preciso scopo di delimitare un perimetro stilistico, emotivo e poetico. Tra gli altri nomi facilmente identificabili, c’è senz’altro quello di Howe Gelb con la sua implosione domestica e lo sgangheramento desertico, quindi il Will Oldham che setaccia residue pepite di senso dai front porch periferici, e ancora Tim Hardin con la sua compenetrazione lancinante di romanticismo e sconfitta, il Jason Molina che fa collassare il tumulto nel buio di un’anima arresa, più qualche particella dei miraggi Mark Kozelek prima che lo cogliesse la sindrome da logorrea cronica… Rischio di fargli un torto, lo so, perché si tratta di un lavoro pienamente suo, ma la sensazione è che Bill Callahan abbia voluto rendere evidenti queste filiazioni, questo rifarsi a categorie espressive ben definite, un po’ come il Boss, che per Western Stars ha ammesso di essersi ispirato alle glasse oniriche di Burt Bacharach e Glen Campbell.

A questo punto devo confessare che la scelta di Springsteen inizialmente mi è sembrata più azzeccata e a dirla tutta anche più coraggiosa: chiamare i molti fan a confrontarsi con una calligrafia lontana dal suo canone ruspante, decisamente più popular anche se intimamente affine, lo ha esposto a molte critiche quando non a una scoperta ostilità. Ma la mossa si sta rivelando azzeccata e in molti, superato lo sconcerto iniziale, si stanno sintonizzando sulle intenzioni di Springsteen, che ha avuto la forza – non per niente lo chiamano il Boss – per rinegoziare i “termini del contratto” col proprio pubblico. Quello che fa Callahan nel suo Shepherd in a Sheepskin Vest sulle prime mi pareva, come dire, più comodo: si rivolge infatti a quanti stanno in un recinto dove già vige quel tipo di linguaggio, con l’obiettivo quindi di parlare alla propria gente mantenendo la sintonia sulle frequenze note. Ammetto di avere provato un po’ di fastidio per quella che aveva tutta l’aria di una autoghettizzazione snobistica, di quelle rintanate nel proprio recinto e sostanzialmente incapaci di opporre granché di fronte alla flagrante incomprensione del mondo. Già ipotizzavo di sostenere come Springsteen, in tal senso, fosse stato in grado di rivelarsi più alternativo di un certo tipo tipo di alternativa: invece, proprio seguendo la falsariga di questo confronto, ho iniziato a sovrapporre i due lavori, a intrecciarne le trame, finendo per accorgermi di quanto fossero simili pur nella evidente diversità.

Innanzitutto, entrambi celebrano un’ispirazione tornata a livelli di eccellenza (vale più per Springsteen: Callahan in realtà non ha mai smesso di scrivere cose egregie): sotto questo aspetto, in Shepherd in a Sheepskin Vest quasi mai i singoli episodi scendono sotto la soglia del buono, con momenti di assoluta eccellenza (a mio avviso l’apice viene raggiunto da Morning Is My Godmother, Released, What Comes After Certainty e Circles). Ancora più importante è però la formidabile coerenza tra melodie, arrangiamenti, testi e interpretazione (e questo sì che vale per entrambi i lavori). Nel caso di Callahan, la somma dei due aspetti produce un risultato per nulla banale: il suo nuovo lavoro, che a un primo ascolto avevo bollato come un disco di cantautorato folk alternativo progettato per compiacere la setta di adoratori del cantautorato folk alternativo, si è rivelato un tentativo autorevole di alto cantautorato folk rivolto al più ampio pubblico possibile. Non voglio spingermi fino a ritenerlo radiofonico, ma ecco, la novità è proprio questa: non è un’ipotesi così peregrina. Ci si avvicina anzi abbastanza – soprattutto in pezzi più “potabili” come Lonesome Valley o Black Dog On The Beach – da rendere la radiofonia un’ipotesi forse poco probabile ma in fondo possibile persino alle nostre disastrate latitudini. E tanto mi basta per farmelo sembrare una specie di prodigio.

Tirando le fila di un discorso che a questo punto rischia di sfilacciarsi oltre misura, penso che si tratti di un disco molto importante per Callahan, per come ci racconta delle sue normalissime difficoltà esistenziali («Whoa, my destiny is swerving in the road in front me, drunkenly / When you take responsibility for your own divinity»), di come abbiano finito per confondersi con quelle espressive («Have you ever seen a shepherd / Afraid to find his sheep? / Singing, where did you sleep? / And did you have that dream again?»), della fatica e della forza necessarie per superarle («Death is beautiful / We say goodbye to many friends / Who have no equals»), e di come tutto questo significhi in definitiva vivere («Oh, I try to be a good person / I wonder if it’s annoying / Or worth pursuing / And pursuing / And pursuing / Down highways / At the risk of the road»). Ma è anche un disco molto importante per come si incarica di un compito tanto cruciale in una prospettiva di canzone assieme d’autore e popolare, una dimensione di cui è intriso ogni aspetto: vedi lo stile radicato nella tradizione pur senza indulgere nel compiacente/nostalgico, il suono essenziale e a tratti aspro ma tendenzialmente caldo, i testi evocativi fino al simbolico ma dotati di una chiarezza piana, disarmante.

È un disco che invita a compiere un salto di qualità, a ridefinire un tempo esclusivo per riconsiderare il rapporto col sentire, col sentirsi, con lo stare al mondo e il transitare tra le cose del mondo. Quello che le canzoni popolari al loro massimo possono (dovrebbero sempre) fare. Di tutto ciò probabilmente non mi sarei accorto – non con questi tempi e non in questi termini – se non si fosse innescato un confronto stridente e nutritivo con un disco apparentemente agli antipodi come quello del Boss. Vedi tu, a volte, la vita.

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