Recensioni

Ripercorrendo la carriera artistica e incrociando lo sguardo mesto di Bill Ryder-Jones, è possibile captare come quest’ultimo porti con sé tutti i tratti del genio incompreso o, se vogliamo, sottovalutato. Comprimario nella sua band d’origine, i liverpooliani The Coral, che a partire dal 1996 aveva fatto ben sperare gli amanti del folk sixties dalle tinte psichedeliche, e autore di due album solisti passati pressoché inosservati a certe latitudini (non su SA, come dimostrano le nostre recensioni), ma che ne attestavano tutto il talento cristallino, Bill di fatto non ha mai dato grande dimostrazione di volersi prendere a tutti i costi il centro della scena. Anche nei precedenti If…, album orchestrale ispirato al calviniano Se una notte d’inverno un viaggiatore, e A Bad Wind Blows in My Heart , raccolta di emozioni e fragili sentimenti sotto forma di ballate acustiche, Bill ha infatti sempre preferito defilarsi lasciando spazio alla sua arte.
Con West Kirby County Primary, registrato nella cameretta d’infanzia e finito di mixare tra le mura degli storici Parr Street Studios di Liverpool sotto la supervisione di James Ford (già al lavoro con Arctic Monkeys, Mystery Jets, Crocodiles, Foals), il trentaduenne del Merseyside, almeno apparentemente, dà la sensazione di voler scavalcare i recinti che lo confinano nel classico format da songwriter, voce-chitarra acustica–piano (e poco altro), e svoltare verso un sound più elettrico e arioso. Dopo Tell Me You Don’t Love Me Watching, brano d’apertura scelto per fare da collante con l’atmosfera che si respirava nel precedente A bad wind blows…, le chitarre elettriche à-la Graham Coxon di Two to Birkenhead sembrano traghettare l’ascoltatore su lidi ben più luminosi. Ma, come dicevamo, si tratta solo di apparenza. Ben presto le nuvole di A bad wind blows… si rifanno minacciose sull’ascolto, prima con Wild Roses e Let’s Get Away From Here, entrambe gravitanti in zona Richard Hawley, poi con la sussurrata Put It Down Before You Break It, mentre i jack delle chitarre elettriche tornano a grattare solo in un paio di occasioni: in Catharine And Huskisson (nella voce pare celarsi l’Eels più elettrico) e nell’altalenante Satellites.
Alla fine, tuttavia, a prevalere è ancora una volta il lato più intimista dell’ex The Coral, in grado di nutrirsi soltanto della semplicità di una chitarra acustica e di un pianoforte senza coda. E a Bill non servirà altro che trovare rifugio nella sua vecchia cameretta, luogo ideale dove dare forma a capolavori come Seabirds, traccia conclusiva di WKCP capace di mandare alla deriva, ancora una volta, i cuori di chi dall’altra parte delle mura si trova all’ascolto.
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