Recensioni

A quattro anni dal notevole esordio di Born in the Woods, Alice Bisi ritorna sul progetto BIRTHH continuando sulla scia di un cantautorato tipicamente statunitense (con un occhio agli inglesi Daughter) e soprattutto dell’ultimissima fase di questo genere che, se negli States delle varie Frankie Cosmos, Florist, Big Thief è molto florido in questo senso, in Italia fa fatica non solo a imporsi, ma addirittura a emergere (uno dei pochi esempi di rilievo cui spesso torniamo è l’Adele Nigro del progetto Any Other). Un indie-pop contaminato da una spolverata di elettro-soul in cui compiere una seduta psicanalitica immersiva e dalla quale magari uscire rinvigoriti, con un pizzico di coraggio in più con il quale poter affrontare le piccole sfide quotidiane, permettendo di risolvere un problema alla volta, senza abbattersi, in modo da andare avanti. L’incipit del disco immette proprio in questa direzione: Supermarkets e Yellow/Concrete sanno di spazi stretti e figurano uno scendere a patti con la vita parecchio difficile da accettare, anche nei suoi aspetti più banali.
L’immagine che decidiamo di concedere al mondo che ci circonda diventa fondamentale nella ricerca del proprio io e ci porta a pensare se non sia una conseguenza della nostra crescita o magari il suo esatto opposto; Draw parla appunto della volontà di progredire umanamente, ma a condizione di un livello psicologicamente non compromesso, libero e senza freni o limitazioni, come la stessa libertà che l’autrice si prende nel contaminare le sue composizioni. Accade nelle due audio (dove il lo-fi danza sinuoso flirtando col jazz), nella più solare Ultraviolet (un viaggio direttamente oltreoceano), per poi rientrare su atmosfere decisamente più intime e sentimentali con la tenera Parakeet, in cui il ricordo della nonna scomparsa fraseggia con una melodia d’ispirazione maccartiana (For No One). Nel suo incedere lento e misurato, BIRTHH in WHOA costruisce il suo songwriting quasi come se fosse un perenne work in progress, in cui vi è sempre qualcosa nuovo da riscoprire qui e là, tornando indietro con la tracklist o rovinando precipitosamente alla fine di quest’ultima; Human Stuff è probabilmente l’esempio migliore di questo continuo divenire che si trasforma in stile riconoscibile, ciò che forse non avveniva all’esordio, ancora grezzo e non levigato. Bellissime poi tutte le parti strumentali, che potrebbero quasi costituire un’immaginaria colonna sonora a sé stante.
Accantonato lo stupore per la buona prova d’esordio, il “WHOA” di questo secondo lavoro deriva forse dalla improvvisa consapevolezza dei propri mezzi, sostenuta da un’ispirazione pura, sulla quale si è lavorato parecchio e non ci si è crogiolati più di tanto, lavorando più per sottrazioni che per aggiunte. Difatti, ogni brano ha il sapore dell’opera incompiuta, pur raggiungendo il proprio scopo. Non ci rimane che ammirare il percorso che da qui in avanti verrà intrapreso…
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