Recensioni

7.7

Correva l’anno 95. Björk non era tipo da sedersi sugli allori di un successo finalmente raggiunto grazie a Debut (One Little Indian, 1993). Famelicamente progressiva, decise di sorprendere rilanciando, di spedire al mondo una missiva che parlasse di lei nel mondo, nella spaccatura che separa il reale dal possibile. Post, dunque: prodotto dall’ex-Sugarcubes stessa assieme a Graham Massey, Tricky, Nellee Hooper e Howie B., è un disco potentemente conficcato nella (propria) contemporaneità – come dimostra ad esempio il trip-hop ad altissima definizione di Enjoy (organo e trombe su tappeto vibrante a cura di Tricky, il gutturale di Björk che lacera la distanza tra virtuale e fisico) – senza smettere un attimo di proiettarsi nel futuro.

Un futuro indefinibile e stordente, abbozzato dall’iniziale Army Of Me (fosco scenario da spy story, viluppo di basso che diventa subito archetipo, folate di tastiera rimasticate Eighties), dai panorami cinematici di Isobel (particelle bristoliane e tribalismo sottile sul quasi-melodramma allestito dall’orchestra di Eumir Deodato), dalle palpitazioni sintetiche di The Modern Things (traiettorie ora liquide ora aeree su smanie jazz, la voce che s’incendia e s’assottiglia, inseguendosi nell’incorporeità). Una contesa illuminata e ossessiva con le istanze “di moda” che però non s’aggrappa mai ad esse. Anzi, la nostra ineffabile folletta (è quasi impossibile esimersi dal chiamarla così, prima o poi) ci si tuffa, ne sperimenta la consistenza e le possibilità, le porta al limite. Quindi: passa ad altro. Si smarca lungo un percorso angoloso, compenetra il classico nel moderno annullandoli entrambi in una visione “post” – appunto – che è poi il suo modo di stare tra i fremiti del mondo.

Per questo, You’ve Been Flirting Again può sorgere da una bruma d’archi come un rigurgito romantico da primo Novecento. Per questo, It’s Oh So Quiet (pseudo-cover di Blow A Fuse, brano di Betty Hutton) può dispiegare il suo swing da musical anni Cinquanta squarciato da urla “rrriot”, e Cover Me zappettare un giardino orientale (radioattivo) a forza di clavicembalo e dulcimer, senza che nulla sembri astruso o inadeguato. È qui insomma che Björk ha l’ardore di definirsi come ponte tra stili e epoche, caleidoscopio di passato e futuro avvinghiati, assist diagonale tra potenzialità creative imprevedibili. Prendete Possibly Maybe, la sua congiuntura David SylvianAphex TwinRadiohead, quella trama iridescente di scalpiccii sintetici, spazzolate jazz, vibrioni sci-fi e pseudo-corde country, l’incedere spezzato del canto come una trottola sul punto di cadere, come un’anima in bilico. O ancora il balbettio dada di Headphones, tra l’ironico e l’eucaristico, con ancora un piccolo grande aiuto di Tricky, o infine e soprattutto la (giustamente) celeberrima Hyper-ballad, in cui ambient, dance e jazz covano una possibile (forse) creatura classica per i decenni a venire.

Lungo questo stesso solco scorre la bossa-dance ipercromatica di I Miss You, organino e ottoni a frastagliarne la pelle di riflessi anomali, le percussioni – a cura di Talvin Singh nientemeno – ad intercettare il battito delle ombre, come esplosioni che implodono, apoteosi schiantate sul compiersi, informe tempesta di forme. Come sempre, Björk dà l’impressione di scompaginare il luogo ipotetico in cui si muove, lasciando al suo passaggio uno scenario effervescente, dinamico, irrequieto. Offrendo al contempo una forte impronta stilistica – assieme arcaica e avant, elitaria e popular, capace quindi di coinvolgere e ricomporre, disarmare e rassicurare – di cui lei è munifica, irriverente vestale. Sempre diversa, e inconfondibile.

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