• nov
    24
    2017

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One Little Indian

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Björk Guðmundsdóttir pubblica il suo nono studio album, e ancora una volta… cambia strada. La cosa di per sé non è una novità – Björk ama rimescolare le carte in tavola sin dai tempi di Debut, suo acclamato debutto del 1993 – però stavolta ci suggerisce un gioco. Chiamatelo, se vi va, il gioco delle rune bjorkiano.

Iniziamo dalle rune: che cosa sono di preciso, si domanderanno alcuni di voi? Risposta semplice semplice: sono dei simboli che formano un alfabeto, detto per l’appunto runico e adottato anche dagli antichi islandesi, che ne incidevano i caratteri nel legno o nella pietra. Scopo prefissato: propiziarsi gli dèi, controllare gli elementi naturali, e più in generale ottenere determinati benefici. A testimonianza di tale ancestrale usanza, ci sono rimasti persino dei libri di magia, detti grimori, che illustrano quale runa sia più adatta a produrre l’effetto sperato. Più di preciso: noi ne cerchiamo una che si adatti al talento da diva bambina della nostra illustre figlia di Islanda. E a forza di cercare pensiamo di averla trovata. Il suo nome è Vegvísir, che in islandese significa letteralmente “cartello”, ed è considerato un simbolo magico che ha per scopo quello di aiutare chi lo porta a trovare la strada giusta lungo il percorso della vita fisica e di quella metafisica. Entriamo nel dettaglio: la parola deriva da due termini islandesi, Veg e Vísir. Veg è un abbreviativo di Vegur e significa “strada” o “percorso”, mentre Vísir sta per “guida” o “guide”.

Ora, cosa c’entra tutto questo con la Glacial Divetta autrice di Utopia? C’entra: perché Björk sembra posseduta da un demone creativo che non le dà tregua e che la spinge a percorrere le strade più diverse nel tentativo di rinnovare incessantemente la propria arte. Attenzione, però: quel demone non è solo un’astrazione; infatti esiste davvero e ha anche un nome: Alejandro Ghersi, in arte Arca, ossia l’autore di uno degli album chiave di quest’anno nonché il demiurgo delle musiche che hanno cambiato il volto alla produzione elettronica contemporanea. In effetti già Vulnicura, il suo disco precedente, datato 2015, spalancava le porte al suo genio visionario: che consiste in una specie di blob sonoro che fagocita il synth pop degli anni Ottanta e lo risputa fuori sotto forma di visioni cubiste da un futuro remoto. Utopia fa tesoro di cotanta visionarietà e la mette a frutto: perché ci offre (il virgolettato appartiene a Björk) «la visione di un’isola ideale», fuori dallo spazio-tempo, che a guardarla bene assomiglia tanto a una versione idealizzata del Paradiso Terrestre.

Ancora una volta alla base di questa specie di concept ci sarebbe il cuore spezzato della diva islandese (che già in passato aveva riversato i propri dolori e le proprie sconfitte amorose nella musica; vedi alla voce Goldie). Qui, però, l’afflato amoroso si fa cosmico, universale. E l’uso di field recordings catturati in Amazonia, affioranti qui e là durante l’intero corso del disco, dimostra una sola cosa: che Björk ha finalmente trasceso (o almeno tenterebbe di farlo…) la sfera terrestre e ha imboccato la via delle sfere celesti. Risultato: 14 tracce paradisiache, colme di archi e fiati e canti di uccelli esotici, che risentono pesantemente del magistero di Arca, e solo in parte di quello del suo amichetto texano Rabit (che qui si aggiunge a dare una mano, sempre in veste di producer).

L’appeal è quello della musica da camera, in una versione tutta nuova, proto-futurista. Forse è in atto una mutazione genetica attraverso la musica di Björk. Forse il suo modo di cantare, sempre più astratto e imponderabile, non è nient’altro che una versione adatta ai tempi del recitar cantando operistico. Forse l’intero album Utopia non è altro che una gigantesca opera meta-folk contemporanea pensata per il pubblico mainstream più smaliziato. Già, forse. Ma è ascoltando i capisaldi dell’album che questa tesi prende corpo: dai quasi 10 bucolici minuti di Body Memory, che evidenziano la natura “panico-lisergica” di questa musica (dopotutto i riferimenti allo shamanesimo amazzonico celano un rimando diretto al beverone allucinogeno-curativo chiamato ayahuasca), che anela alla natura e la eleva al rango di madre protettrice, di nume tutelare da salvaguardare (in questo Björk si apparenta decisamente all’arte di Anohni, che figurava in veste di guest nella precedente prova nel brano Atom Dance). Altri picchi notabili: Arisen My Senses arca-na fino al midollo, Tabula Rasa che pare un lied d’altre epoche, o ancora le angeliche armonie di Features Creatures o Future Forever, che hanno in sé qualcosa di fragile ma anche di irrimediabilmente pagano.

Non date retta a coloro che bolleranno i pezzi di Utopia come semplici scarti del disco precedente. Björk ha trovato alla fine il suo Vegvísir, e lo sta percorrendo fino in fondo. Concludendo: mai soverchiante, a suo modo paradisiaco, il sound di questo disco porta con sé l’annuncio di un nuovo mondo a venire (o a svanire… chi può dirlo).

Piccola chiosa riguardo ai testi, dove le immagini e l’immaginario evocati sono tanto legati all’interazione umana/digitale («Weaving a mixtape / With every crossfade / On www…» da Arisen My Senses”; o ancora: «These statistics of my mind / Shuffling your features / Assembling a man / Googling love / Warming my heart on this log-fire of love» da Features Creatures) quanto alla wilderness, con quest’ultimi a caricarsi di una dimensione immanente e fortemente pittorica, quasi fossimo dinnanzi all’opera del pittore tedesco Caspar David Friedrich («First snow in winter I’m walking hills and valleys / Adore this mystical fog / This fucking mist / These cliffs are just showing off» da Body Memory).
24 Novembre 2017
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