Recensioni

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Siamo dalle parti di una meticcia musica black (soul, hip hop, jazz, dub, r&b e funk, tutto un po’ impastato) suonata da italiani ma cantata in inglese, quindi dalle parti dei Technoir (che infatti compaiono nel disco). Sulla questione lingua, l’anglofonia regna incontrastata, ad eccezione del pezzo in tandem con Ghemon; che tra l’altro è esattamente il pezzo dei Black Beat Movement che ti aspetteresti se facessero un pezzo con Ghemon. Il bello della band milanese è che non si limita a fare la cosa filologicamente corretta restando saldamente ancorata alla baia di una tranquilla comfort zone di blackness prudentemente onnivora e corretta. Piuttosto, pur partendo da quelle prevedibili acque (in cui peraltro si muove con invidiabile classe), prova generosamente a spingersi anche più al largo. 

Si giochicchia a sperimentare, ora in ambito ritmico – come negli spezzettati drumming che inciampano su sé stessi di Red Rocks e Woman – ora di suoni veri e propri, come nel caso dei cori pitchati in coda a Woman. Gli spunti interessanti non mancano, vedi il future funk di Blazin’ e WORLD, un Godblesscomputer (quel loop…) arricchito dal patois di KG Man, come anche l’efficace chiusura acustica di My People.

Gli highlight assoluti pure sono di livello eccelso. Su tutti, Lagoon: piglio anthemico e beat hip hop, echi electro, un piano lontano, chitarre intrecciate, la tromba di Roy Paci, qualche assolo di scratch. E poi Come Around, con quel giro dub di batteria e basso, infarcito di chitarre e fiati e chiuso dal rappato femminile. Bravi.

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