Recensioni

7.1

Troppe le cose successe a Dan Auerbach e Patrick Carney negli ultimi anni per non dare adito a giudizi sommari sulla parabola artistica del gruppo, a partire dalla crescita esponenziale di consensi raccolti da Attack & Release in avanti fino ad arrivare al successo planetario dell’ultimo disco El Camino – con tanto di Grammy Awards 2012 come Best Rock Album – e, più di recente, a un Auerbach impegnato nella controversa produzione artistica del nuovo album di Lana del Rey, Ultraviolence.

Verrebbe quasi naturale liquidare i due musicisti come i classici freak venduti al music biz un tanto al chilo, considerato anche che i Nostri non hanno mai badato a mantenere una parvenza di “integrità indie”, guadagnando invece dei bei dollaroni con i diritti legati ai propri brani. Ancora più facile sarebbe non lasciare al qui presente Turn Blue nemmeno l’onere del dubbio, considerata anche l’attitudine meno garage e più “morbida” del disco, e additarlo come il parto inevitabile di una band arrivata alla canna del gas (ovvero in zona mainstream). Potenza della “profezia che si autoavvera”, direbbe qualcuno.

Turn Blue, in realtà, non rispetta le previsioni, almeno quanto non lo fa una formazione a cui è sempre importato poco dell’etica indipendente e molto della musica. Tanto da dichiarare qualche tempo fa a NPR, per bocca di Carney e in riferimento a quegli esordi tanto esaltati ad ogni latitudine, che “suonare in cantina era divertente, ma allo stesso tempo non siamo mai stati capaci di ottenere i suoni che avevamo in testa. Ai tempi non sapevamo cosa stavamo facendo, e in più non avevamo nemmeno il giusto equipaggiamento per farlo”.

Turn Blue non è una copia sbiadita di El Camino, e non è nemmeno “il disco della band pensato per il mainstream”. E’ invece invece l’album psichedelico dei Black Keys (come si intuiva dai teaser diffusi a suo tempo e dalla copertina), ricco di stratificazioni, assoli acidi e vaghe aure pinkfloydiane (Weight Of Love e Bullet In The Brain), omaggi negli arrangiamenti al primo amore Motown (In Time), hard blues lisergici (It’s Up To You Now) e le solite venature soul sottopelle. Di concessioni al pubblico generalista ce n’è appena una, ovvero il southern rock conclusivo – e in qualche maniera surreale e fuori posto, visti i canoni del gruppo – di Gotta Get Away; il resto è un album che funziona, credibile, a cui il produttore Danger Mouse dona un suono corposo ma non nostalgico, tra l’altro partecipando attivamente alla scrittura dei brani (Auerbach sempre a NPR: “quando siamo entrati in studio non avevamo nemmeno una canzone. Così abbiamo iniziato ogni giorno da una tela bianca”).

Ai Black Keys in fondo sta riuscendo quello che non è riuscito in passato ai White Stripes, ovvero portare disco dopo disco la formula musicale della band verso qualcosa di inedito, pur confermando i paletti stilistici che l’hanno resa riconoscibile. Chi vorrebbe la formazione americana cristallizzata nei riff di Lonely Boy o di I Got Mine, può tranquillamente guardare oltre.

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