• Mag
    04
    2018

Album

Rad Cult

Add to Flipboard Magazine.

È incredibile notare come, in un periodo di spersonalizzazione totale e decadimento/disperdimento dei valori socio-culturali tra le fitte pieghe di internet e dell’immaginario meme-centrico e massificato, la musica assurga ancora a volano di dissenso: talvolta crudo e puro, talvolta velato e pungente, altre volte urlato, catartico e rivelatore di una possibile strada percorribile nel futuro, per sfuggire ai malanni del malgoverno o degli abusi di potere. L’hip hop (e tutto il corredo genetico che in qualche modo vi si lega) è stato il principale megafono da cui sono partite note discordanti e versi taglienti come rasoi, dai salmi inquisitori di K Dot al più recente, irriverente balletto di Childish Gambino – addirittura una pop star dal sangue blu come Beyoncé, assolutamente slegata alla lotta di classe o comunque ad un lirismo “contro”, è stata (forzatamente o meno) associata come parte in atto della rivolta. E poi ancora Father John Misty, i cento e più artisti che l’anno scorso hanno avviato l’iniziativa Our First 100 Days, Shabaka Hutchings, gli Sleaford Mods dall’altra parte dell’oceano, e via andare: tutti belli, tutti pettinati MA con qualche strato di fastidioso laniccio da raschiare via dal proprio petto.

Tra tutti, ma proprio tutti, nessuno si sarebbe mai immaginato che a prendere parte alla crociata ci fosse anche lui, Thom Fec, in arte Tobacco. Chi è Fec? Un irriverente, scaltro polistrumentista natìo della Pennsylvania – sorta di midland oscura dei grandi Stati Uniti che ha dato i natali ad altri geni folli come Trent Reznor (di cui è grande amico) – che a partire dai primi anni Zero fa capolino tra i circuiti indipendenti, legandosi al modus operandi casalingo ed alla reclusione artistica più totale come un Ariel Pink, ma molto più spostato verso i territori ipnagogici dell’elettronica lo-fi e dei paesaggi sbiaditi alla Boards of Canada. È un periodo in cui ancora Tobacco non esiste come vera e propria ultima espressione artistica e alter ego del buon Thomas, ma il suo avvento di qualche anno dopo (fortunatissimo: numerosi album messi a referto per la rinomata Ghostly, che vedono collaborazioni con Beck, lo stesso Reznor e molti altri) è anticipato da una creatura sonora che porta il bizzarro nome di Black Moth Super Rainbow: Falling Through a Field e Start A People (rispettivamente 2003 e 2004) sono due piccole gemme con cui Fec mostra a pochi eletti la sua visione psichedelica obliqua, distorta, ma non per questo poco lungimirante, anche rispetto all’immaginario vapor che invaderà i thread di /mu/ e di altri forum popolosi giusto una manciata di anni dopo. Sono album che esprimono una profonda sensibilità pop, mascherata però dalle più bizzarre intenzioni e vestita da trip elettrogeni, synthwave e freak folk su un supporto di VHS rovinate dall’usura del tempo. È la musica che, dopo i BoC di Music Has the Right to Children (che ha da poco spento le venti candeline), racconta e trasmette meglio quella sensazione di finta nostalgia per un passato mai vissuto: un libro caleidoscopico per bambini pervenutoci dal futuro di un passato parallelo.

Nel mezzo, oltre all’avvento (e al sopravvento) del progetto solista a nome Tobacco, i BMSR tornano a fasi alterne con album altalenanti, talvolta così belli da rivaleggiare con i primi due (Eating Us, 2009), altre volte un po’ meno affascinanti in fatto di atmosfere, ma molto più groove-centrici (Cobra Juicy, 2013): due anni fa toccò allo scarno e poco ispirato EP Seefu Lilac proseguire il percorso, lasciandoci con la mezza convinzione che ormai il buon Fec avesse preso la sua creatura più ambiziosa per derubricarla a mero divertissement, concentrando quindi i suoi sforzi creativi nel suo eccentrico alter ego mascherato. Adesso, a.d. 2018, lo spettro Trump aleggia minaccioso sulle Americhe, attentando al quieto vivere e al buon senso di molti cittadini: forse ne sottovalutavo la portata, ma la sua influenza “maligna”, dal giorno dell’insediamento ad oggi, ha mosso molte più teste e mani in ambito artistico di quanto potessi pensare, ed è talmente forte da abbattersi anche sull’immaginario sospeso, opaco e fatto di frutta candita dei BMSR, che con l’ultimo Panic Blooms ci portano in una Wonderland decadente e che, dopo l’ultimo tramonto, non rivedrà mai più il Sole (forse). Tracce di questa dolce decadenza si trovano tra i beat cadenzati e le tastiere elegiache della title-track, che apre un viaggio di tre quarti d’ora scarsi in cui Fec e soci dispiegano l’armamentario più efficace a loro disposizione: massicci beat hip hop rovinati alla luce del sole (Rip on Through), riff di synth taglienti e avvolgenti che ti s’incollano in testa come francobolli (New Breeze), orizzonti quieti e crepuscolari (Sunset Curses) e, appunto, un malcelato presagio di decadimento (le “micropunte” folk One More Ear e To the Beat of a Creeper).

L’humus in cui Panic Blooms germoglia (appunto) e poi, a fine ciclo, degrada, è lo stesso che ha dato vita e respiro a piccoli capolavori come i sopracitati primi due dischi dell’universo-BSMR, che consiglio in questa sede di recuperare assolutamente; tuttavia, quest’ultima fatica, per quanto si ponga su un gradino immediatamente inferiore, recupera molto di quelle prime esperienze, impacchettando un album freak e pseudo-inquietante come non se ne sentivano da quei tempi, almeno dalla pietra miliare Worn Copy degli Haunted Graffiti: da ascoltare e condividere, contro il logorio del trumpismo moderno.

10 Maggio 2018
Leggi tutto
Precedente
hackedepicciotto – Joy
Successivo
Paolo Sorrentino – Loro 2

Altre notizie suggerite