Recensioni

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Per molti appartenenti alla generazione nata nella prima metà degli anni Novanta i Blink 182 hanno rappresentato una tappa di formazione quasi irrinunciabile. Il trio di San Diego è uno dei tasselli di un policromo mosaico che costituisce l’humus identitario di chi ha vissuto la propria adolescenza nella metà degli anni Zero, insieme a nomi come System of a Down, Linkin Park, Red Hot Chili Peppers (quelli di By the WayStadium Arcadium), i compagni di reparto Sum 41, Offspring, Green Day e tanti altri ancora. Erano i nomi che un adolescente sbarbatello alle prime esperienze autonome di ascolto faceva sentire al compagno di classe un po’ sfigato che non sapeva niente di musica. Potremmo chiamarlo alternative-pop: quei capisaldi placidamente condivisi da chi cominciava a muoversi in un’ancora vaga direzione, ancora mainstream ma parzialmente emancipata da un contesto esclusivamente teen. Questo pippone introduttivo per dire semplicemente che a 15 anni mi esaltavo senza remore appena partiva il “nanana” di All the Small Things, che quello appena citato è un pezzo che non risento da svariati anni, che non sento alcun bisogno di riascoltarlo ora, ma che non mi vergogno affatto di includere nelle tappe imprescindibili del mio percorso di scoperta musicale.

La (legittima) domanda che immediata nasce è ovviamente «quale senso può avere un album dei Blink 182 nel 2016»? Il pop punk, (non)genere ossimorico già dal nome, è caduto senza troppi rimpianti nel dimenticatoio anche di quel target anagrafico che ha fatto le fortune dei propri principali esponenti. Un adolescente medio oggi si ascolta e si va a vedere Ghali, non i Silverstein. Dieci anni fa se eri un pecorone un po’ sfigato ascoltavi i Tokyo Hotel, se invece eri uno giusto conoscevi gli AFI e Sing the Sorrow era il tuo disco del cuore. Nomi dimenticati, boyband più o meno alternative che resteranno nei ricordi di chi ha vissuto quegli anni allora e non diranno niente a chi li vive adesso. Credo che il target ipotetico di un nuovo album dei Blink oggi, a 5 anni da un Neighborhoods già fuori tempo massimo, siamo ancora noi. Chi oggi ha tra i venti e i trent’anni, che magari (è il caso di chi scrive) non ascolta un disco simile a questo da anni e anni, ma mettendo California sul piatto si ritrova catapultato sul pullman che lo portava al liceo con gli auricolari e lo zaino Eastpak scarabocchiato con l’uniposca bianco. Un album così, adesso, può essere inteso unicamente come una malinconica ma ancora gioiosa “operazione nostalgia”.

Non può esserci un valore artistico da cercare tra queste 14 (troppe) tracce, così come non c’era in Enema of the State. Non c’è mai stato, e tanto meno mai ci sarà, alcun valore artistico nei Blink 182. E va bene così. Il pop-punk è un (non)genere NON-artistico: non c’è ricerca, non c’è sperimentazione, soprattutto non c’è nessuna voglia di tendere a queste cose. Ecco perchè è morto, nato e finito immobile e perennemente uguale a sé stesso, fotografia istantanea di un momento strettamente generazionale che non potrebbe mai ritornare. L’incapacità di rinnovarsi, di aprirsi alle contaminazioni, di modificare il proprio rigido e stereotipato immaginario di riferimento, sono caratteristiche fondanti del pop-punk. Chi ha provato a cercarvi dell’arte dietro ha fallito miseramente, spesso cadendo nel ridicolo involontario. I Green Day della mastodontica, ridondante e assolutamente inutile operazione dei 3 album consecutivi sono scoppiati perché hanno provato a intraprendere una strada senza minimamente avere i mezzi necessari a percorrerla. E la paraculaggine da sola non basta.

Ecco perchè i Blink di California sono infinitamente più onesti. Perchè, sempre uguali a sé stessi, sono ancora loro. A loro frega solo di andare in giro in skate, fare tardi la notte con gli amici e magari rifarsi una corsetta tutti nudi. Fa niente se ormai hanno 40 anni. Non possono fare altro, non ne sarebbero mai in grado e lo sanno perfettamente, e allora continuano a fare sé stessi. È una macchietta, ma almeno è sincera. In questo album troverete esattamente quello che pensereste di trovare: c’è qualche episodio riuscito, come Bored to Death, Los Angeles e San Diego – seppur con alcune le riserve – e frequenti auto-plagi: tra Sober e No Future direi che di nananana facenti il verso alle piccole cose già citate ne abbiamo abbastanza; il riff di San Diego ricorda pericolosamente Adam Song e sull’incipit di Home Is Such a Lonely Place mi aspettavo di sentire De Longe attaccare con I Miss You; qualche riempitivo col pilota automatico (Kings of the Weekend e Teenage Satellites, i titoli dicono già tutto) e qualche sporadico eco degli Alkaline Trio del neo-acquisto Skipa (visto che De Longe nel frattempo si è preso bene con gli alieni). Sembra di essere tornati nel 2003. Se è quello che cercate, va bene così.

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