Recensioni

No Shelter, il primo singolo estratto, già ci aveva avvertito: “the clouds are different this time”. I Blouse di Imperium sono, infatti, dei “nuovi Blouse”, privi di sintetizzatori e con in mano soltanto “instruments that don’t plug into the wall”, controcorrente rispetto ai compagni di etichetta Wild Nothing e Minks. Li ritroviamo, di colpo, fuori dal pop di chiaro stampo 80s, a ridiscutere i 90s di Lush, Galaxie 500 e Pixies col bagaglio culturale di psichedelia 70s messo sul tavolo da Jacob Portrait, appendice che condividono con gli Unknown Mortal Orchestra.
La band di Portland, per effetto della transizione, perde ovviamente qualcosa. In particolare, i singoli spendibili su dancefloor stroboscopici (quale era, ad esempio, Time Travel). Restano, però, le stand-out tracks (su tutte: Capote, con strumming acustico opposto a chitarre fuzzate e goth-tinged a disseppellire l’adorazione per i Cranes) e, comunque, Imperium resta un disco 100% Blouse, nel quale torniamo a rilevare l’elegantissimo alone dreamy, la inappuntabile sezione ritmica incentrata sulle linee di basso di Patrick Adams e la gestione “sperimentale” di effettistica e mixaggio che già avevamo acclamato sul debutto omonimo del 2011.
Il filo narrativo tra i brani, poi, si rafforza, l’esposizione si fa più diretta (e memorabile), con Charlie Hilton che, attorniata dalle maggiori essenzialità strumentali di cui si è detto, può adoperare le vocalità alla Nico di cui dispone anche oltre i classici languori distaccati, esplorare dinamicamente tutti i sensi, controsensi e ruoli dell’imperio contestualizzato nelle relazioni amorose (fulcro della sua poetica, assieme alle paradossali fascinazioni per la mortalità che erano del 7” Shadow e qui sono di 1000 Years) e fare, infine, di questo sophomore una sorta di concept album-non concept album.
Imperium, peraltro, viene lasciato aperto, in to be continued cinematografico, quasi a riattestare il desiderio ultimo dei Blouse di vedere la propria musica assurgere allo status di colonna sonora (di lungometraggi sceneggiati à la Charlie Kaufman, diremmo noi). Vi sono, ora, un passo più vicini.
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