Recensioni

Sono passati più di sessant’anni dall’Anthology of American Folk Music a opera del cineasta sperimentale Harry Smith eppure Bob Dylan, a modo suo e dal 2015 con Shadows in the Night, sta raccogliendo stralci della sua infanzia: quella cantata e narrata da Frank Sinatra (non è un caso che undici canzoni su dodici dell’album si siano trasformate in oro tra le mani della leggenda dagli occhi blu). Dodici episodi che si diramano come le strade americane, simili e anonime in apparenza, ognuna pronta a raccontare una storia: amori sofferti (Maybe You’ll be there), preghiere di stampo jazz (Skylark) o richiami a vecchissimi musical (Come Rain or Come Shine). Insomma una degna colonna sonora per un qualsiasi film di Woody Allen che richiami un passato idilliaco, spesso idealizzato, come tutte le cose perdute.
Una presa di posizione, da parte di Dylan, che richiama due album degli anni Novanta dove, invece, il musicista selezionò i suoi brani favoriti dalla tradizione blues e folk: Good As I Been to You e World Gone Wrong. Ma se lì l’operazione era omaggiare gli autori che avevano influenzato la sua arte, in Fallen Angels emerge non solo una voglia di celebrazione, ma l’esigenza di aggiungere la sua voce al grande “libro corale” delle canzoni popolari. È palpabile una certa consapevolezza e la staticità che ne deriva: il crooning non ha nulla a che spartire con quello dell’antesignano (dello stile) Bing Crosby o Sinatra, perché l’impostazione non è tanto nella voce quanto nelle intenzioni: svincolarsi dal presente per celebrare il passato in una vecchia riunione tra amici.
Le vibrazioni del violino, l’uso di una pedal steel guitar, l’impronta blues, i suoni languidi e l’inflessione ironica di un uomo di ritorno da tutto, tralasciano la cinica convinzione che alla soglia dei suoi 75 anni Dylan sia incapace di tradire sé stesso e i desideri del momento perché, come da tradizione, ha sempre fatto tutto e il contrario di tutto. E non importa se Skylark e That Old Black Magic furono scritti da Johnny Mercer pensando a Judy Garland, probabilmente i Fallen Angels di questo 37esimo album, non sono altro che i protagonisti dimenticati delle storie perdute tra le highways americane: autori come Harold Arlen, Sammy Cahn, Carolyn Leigh e molti altri a cui Dylan presta la voce per testimoniare, ancora una volta, la sua poliedricità di artista e la Storia della musica.
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