Recensioni

7.8

Se c’è una carriera musicale che può essere messa in prospettiva, è quella di Bob Dylan. Distesa sulla linea del tempo, la sua discografia è un solco turbolento che rende il punto di fuga vertiginoso, racconta una vicenda così sfaccettata, contorta, luminosa e oscura da frustrare ogni tentativo di definizione. L’unico argomento attorno a cui tutto sembra ruotare, forse perché non potrebbe essere diversamente, è appunto il tempo.

È strano come i parametri cambino e si relativizzino secondo la prospettiva storica, come se la dilatazione dello scenario si divertisse a confondere la profondità di campo. Quanto valgono i cinquantasei anni passati da The Times They Are a-Changin’? E quanti i quarantasei che ci separano dalla pubblicazione di Forever Young? O i trentuno da Most of the Time? E ancora, infine, i ventitré trascorsi da Not Dark Yet? A proposito: Time Out Of Mind, anno 1997, è da molti considerato l’ultimo grande capolavoro di Bob Dylan. Tra questi, mi ci metto pure io: credo che sia un grandissimo, cupo, abbacinante capolavoro.

Sì, messa in prospettiva la carriera di Dylan autorizza a credere che ci siano momenti in cui ha voluto lasciarsi andare, mollare le briglie e spingere il proprio fare musica su un’ebbrezza capace di restituire bagliori dal profondo ma senza troppa voglia di erigere pietre miliari. Dopo il cruciale incidente del ’66, dopo Blonde On Blonde, Dylan si è concesso sempre più il lusso di scivolare sulla propria genialità, di rendersi inafferrabile grazie a calcolate dosi di inconsistenza, tranne quando non ha avvertito il momento di fermarsi e piantare alberi carichi di dolcezza e mistero: John Wesley Harding, Blood On The Tracks, Desire, Oh Mercy e, appunto, Time Out Of Mind. In mezzo a questi grandissimi lavori ne sono usciti molti altri, alcuni belli e altri controversi, talora – diciamolo pure – bruttini, anche se quasi sempre potevi trovarci come minimo una pietruzza inestimabile: dischi a cui – so di rischiare molto con questa affermazione – sembra non importare abbastanza di se stessi.

Lo affermo pur amando titoli come Self Portrait, New Morning, Planet Waves, Street Legal, Infidels ed Empire Burlesque, solo per citarne alcuni. Li amo, ma non posso fare a meno di sentirci una tensione sbrigativa, da lancio di dadi sul tavolo della Storia senza curarsi troppo di chi vincerà la partita perché la vera posta in gioco è il tavolo, il modo in cui starà in piedi o verrà ribaltato, o – se preferite – come saprà resistere al tempo. Lo stesso Never Ending Tour – tutto quel suonare in giro per il mondo come se nell’effimero dell’esibizione risiedesse qualcosa di più importante rispetto alla concretezza illusoria (sul punto di liquefarsi) del vinile o del CD – cos’altro era ed è se non una sfida al concetto di resistenza ed esistenza malgrado il tempo?

Time Out Of Mind è stato l’ultimo album degli anni Novanta. Da Love And Theft – pubblicato l’undici settembre del 2001 – a Triplicate del 2017 sono usciti lavori (otto in tutto) che sembravano giocare a rimpiattino con l’idea stessa del Dylan che conoscevamo, e lo facevano suggerendo la possibilità di un Dylan più autentico, impegnato a risalire le proprie genuine radici swing e blues, con escursioni in un crooning al limite del piacionesco. Possibile? Sì, eppure no. Dylan, come sappiamo bene, è impossibile da inquadrare perché lui “non è qui“, non è mai in nessun luogo. Con gli anni ci si mette anche la dilatazione del tempo a mettere in crisi il luogo, cioè lo spazio, visto che questi due vanno a braccetto attraverso la dimensione della fisica nota e ignota. Basta pensare, ad esempio, a questi ultimi vent’anni di… Di cosa? Depistaggio? Medio cabotaggio? Mestiere? In metà del tempo si è consumata tutta la mirabolante carriera dei Beatles. Mr. Zimmerman invece ha passato gli ultimi vent’anni, i primi del nuovo secolo, a beccheggiare come una barca nostalgica. Possibile? No, eppure sì.

Poi, d’improvviso, il 27 marzo del 2020, in mezzo a un lockdown che da locale si espandeva globale e quindi epocale, ha visto la luce Murder Most Foul. Diciassette minuti di risacca, schegge di Storia/memoria e frammenti di materia cerebrale immersi in un immaginario ondeggiante e solenne, blues spampanato jazz fino ai limiti della consistenza (uno sgocciolare di piano, gli archi come sbuffi sulla spuma) e la voce che snocciola sequenze, nomi, titoli di film e canzoni, i correlativi oggettivi di un immaginario che si espande nel tempo ma allo stesso tempo precipita nel buco nero del tristemente celebre attentato di Dallas, novembre del ’63, come puntualizza il primo verso. Quel primo verso, già: stabilisce una connessione, una piattaforma di lancio. È un patto col tempo.

Si avverte subito, fin dalle primissime battute, la pressione del passato, che però – attenzione – collassa senza posa nel presente: «Per me non è un pezzo nostalgico. Non lo vedo come una glorificazione del passato o come una specie di commiato da un’età perduta. È un pezzo che mi parla qui, nel presente. Ed è sempre stato così, soprattutto quando scrivevo il testo». Parole di Dylan nell’unica intervista rilasciata in occasione dell’uscita di Rough And Rowdy Ways, primo album di inediti autografi da Tempest del 2012.

Dura settanta minuti, contiene dieci pezzi e si apre con un altro dei singoli fatti uscire come antipasto, I Contain Multitudes, una specie di “disclaimer” che ribadisce ciò che deve (la sostanziale inafferrabilità del Bardo rispetto a ciò che esprime) affidandosi alla celebre citazione di Whitman (che sottintende, va da sé, i concetti di vastità e contraddizione), ma soprattutto spezza il silenzio con parole spietate, per quanto immerse nella più placida delle malinconie: “Today and tomorrow and yesterday too/The flowers are dying, like all things do“. Anche in questa prevalgono il senso di flusso mentale e la pressione citazionistica, tanto da suggerire una vera e propria circolarità con Murder Most Foul, posta ovviamente in chiusura. E nel mezzo?

Blues rugginosi (False Prophet), gradassi (Goodbye Jimmy Reed) e sprezzanti (Crossing The Rubicon) covano vampe antiche sul bordo di un crepuscolo prolungato, sembrano moniti a denti scoperti e sguardo disilluso, la cenere ancora incandescente nelle tasche di chi ha attraversato qualche stazione dell’inferno ed è tornato per raccontarlo, ma sa che non potrà convincerti che è accaduto davvero. E poi ballate, ballate col cuore disposto a diversi gradi di angolazione e densità, dal valzer sinuoso e tagliente di My Own Version Of You all’invocazione rapita di Mother Of Muses, dall’abbandono sentimentale di I’ve Made Up My Mind To Give Myself To You (altro giro di valzer per un languore intossicato Tom Waits) alla livida evocazione di Black Rider (umori latini in apnea nei trilli di chitarra dimessi), fino a quella Key West (Philosopher Pirate) che fa struggere lo sguardo su palpitazioni di frontiera, tra languori apprensivi di fisarmonica e un chorus che sembra adagiarsi tra country e gospel come potrebbe un Johnny Cash finalmente pacificato. In tutto questo, la band – il promo che ci è stato fornito non dice nulla sui musicisti, si sa soltanto che ha prodotto lo stesso Dylan – agisce con accurata discrezione, gli arrangiamenti sono una chiosa spettrale della voce, sono un luogo composto (come si compone una canzone o un cadavere) di spazio e tempo (già), nulla più del necessario.

Chiude tutto, come dicevamo, Murder Most Foul. Sarà l’ebbrezza dei primi ascolti, l’euforia per un ritorno che non speravo tanto convincente, ma oggi, giugno 2020, mi viene da considerarla tra le più grandi canzoni di Dylan. Il primo ascolto mi fece pensare a una Jokerman finita per sbaglio nelle sessioni di Time Out Of Mind: quando va fuori di testa, il tempo non ti molla più, diventa un’idea, una sostanza. Quella sensazione mi è rimasta dentro, come quella dote strana e prodigiosa che Dylan ha più volte dimostrato di possedere, la capacità di compiere un giro completo attorno al presente, di riconoscerne il volto dietro la maschera del nuovo, di indovinarne la provenienza nell’assenza di ogni rotta, malgrado il mistero della direzione.

C’è però, oggi, un elemento inedito, l’urgenza di un bilancio, un radunarsi di motivi che assumono l’aspetto di fantasmi. Memorie vive, schegge di passato, spiriti che, per quanto ci ostiniamo ad osservarli affascinati, sono soltanto spettatori. Quanto a noi, siamo lo spettacolo che, come ogni spettacolo, rotola verso la fine. Il trentanovesimo album in studio di Bob Dylan è un disco importante perché è quello in cui torna ad accettare la sfida col tempo, a farsi testimone per aggiungere l’ennesimo capoverso al testamento iniziato quasi sessanta anni fa.

Quando il cosiddetto “menestrello di Duluth” fa così, tocca rimboccarsi le maniche e riempire il serbatoio della pazienza: ci vorrà, appunto, tempo per valutare davvero la portata, l’estensione, l’esposizione (altro concetto interessante, perché riguarda il collasso di tempo e spazio in un’immagine) di questo disco. Con i pochi ascolti sufficienti per una recensione, non si può scrivere altro. Ma altro, ne sono certo, verrà.

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