• Mar
    31
    2017

Album

Columbia Records

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Dylan ha costellato la sua carriera di scelte che hanno fatto clamore: da certe interviste dei ’60 alla svolta cristiana, dalla conversione elettrica al concerto per il Papa, dalla gestione dei suoi classici nei concerti (scelta ed esecuzione) al tira e molla del Nobel, fino al disco natalizio, non sono mancate mosse che, se non erano foolish things, come ritengono i suoi detrattori, per lo meno sono state controverse. E dopo 50 anni and counting di carriera ormai è chiaro che ilNostro fa come gli pare, e del resto lo ha sempre fatto.

Appena assorbita l’ultima stranezza, seppur sensata, ovvero i due dischi composti da classici americani interpretati in passato anche da Sinatra, il neo-Nobel decide di ribadire ulteriormente che non gli importa molto di ciò che gli altri ritengono che uno come lui debba fare, pubblicando un terzo volume, per di più triplo (il titolo quindi è un doppio senso): il primo triplo album non-antologico della sua carriera, dunque, è un disco di cover.

Si tratta anche qui, in un certo senso, di un omaggio a Sinatra, soprattutto al suo ambizioso Trilogy (1980); ma lì il cantante italo-americano usava la tripartizione per il passato, il presente e addirittura qualche sperimentazione orientata al futuro, mentre il nuovo progetto di Dylan sembra meno strutturato, se non per il fatto di dividere le canzoni per temi (ma neanche in maniera così stringente).

Musicalmente, siamo sulla scia dei due dischi precedenti: swing lenti e delicati con rare accelerazioni (Braggin’, Day In Day Out), la consueta dimostrazione che, nonostante il modo in cui maltratta le sue canzoni nei concerti, Dylan in realtà è perfettamente in grado di cantare normalmente (timbro a parte), la pedal steel guitar a ricamare e condurre, e il senso di straniamento nell’ascoltare certi classici cantati da colui che ha cambiato la storia della canzone americana anche ribellandosi contro quella sua classicità qui ripercorsa – vedi la As Time Goes By resa eterna da Casablanca o pietre miliari come Stardust, Stormy Weather o la You Go To My Head toccata un giorno da Billie Holiday – più il piacere di (ri)scoprire gemme come P.S. I Love You (con un bel violoncello, e che non è quella dei Beatles) o Once Upon A Time. Più che altro un disco di conferme: quelle dette all’inizio, quella del suono degli altri due dischi jazz, ma anche quella del percorso di ricerca archeologica sulla musica di inizio ‘900 iniziato nel 2001 con Love and Theft, nel quale cominciava a fare capolino il gusto per un certo swing “antico” (vedi Bye and ByeFloater). Azzardiamo anche un’ipotesi: qua e là sembra di scorgere qualche accenno di dialogo con Bryan Ferry, uno che di cover album ne ha fatti spesso in passato, tra cui uno interamente dedicato proprio a Dylan (Dylanesque) e uno di vecchi standard simili a quelli scelti da sua bobbità per questi dischi (As Time Goes By) – e per rimanere al passatismo, la rilettura in chiave anni ’20 di brani suoi e dei Roxy Music confezionata per la colonna sonora di The Great Gatsby.

Ferry aveva cominciato ad omaggiare Dylan già ai tempi del suo primo disco da solista, lo ha ribadito con il secondo e più tardi in Frantic. Il Nostro forse gli sta idealmente rispondendo quando reinterpreta una My One and Only Love (che potrebbe aver ispirato i Roxy Music per il titolo di My Only Love e per la musica di A Song For Europe) e, soprattutto, quando canta la canzone che aveva dato il titolo proprio al primo disco di Ferry: These Foolish Things, appunto. Sarà forse un po’ forzata come teoria, ma con Dylan non si sa mai.

17 Aprile 2017
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